LO STOICISMO: FILOSOFIA DELLA FELICITÀ
Nel libro La cittadella interiore, Hadot afferma che la disciplina dei desideri permette di evitare le passioni malvagie, di liberarci da ciò che non dipende da noi per concentrarsi su ciò che, invece, ne dipende; distinzione che si ritrova nel Manuale e nelle Diatribe di Epitteto. È prendere coscienza del fatto che la felicità, che conduce all’atarassia (che Hadot chiama «serenità», lo stato di tranquillità dell’animo), dipende da noi e non dai beni esterni o semplicemente altrui, elemento, questo, proprio dell’etica dello stoicismo dell’Impero Romano e ripreso dallo stoicismo moderno. Nei suoi Saggi, Montaigne afferma che una visione stoica del mondo condice alla felicità perché permette di acquisire la capacità di resistere di fronte alle avversità e di fronte al dolore che serve a redersi liberi: la libertà è qui intesa come libertà interiore e come sinonimo di felicità.
Lo stoicismo permette così di comprendere che la libertà dipende da noi e che l’unica maniera per conquistarla è di applicare la virtù alla nostra quotidianità per il tramite di uno sforzo costante su di sé di conversione della propria anima per aspirare di raggiungere, fose un giorno lontano, la saggezza che possiamo conseguire per mezzo, per esempio, di «esercizi spirituali», secondo Hadot. A tal riguardo, Lenoir, nel suo Du bonheau ou voyage filosofico (La felicità: un viaggio filosofico), presenta lo stoicismo come una religione, stabilendo un legame di parentela tra questa dottrina filosofica e il buddhismo, dal momento che entrambe consistono in un esercizio di ascesi. Progredendo nell’ascesi, l’uomo saggio accederebbe ad uno strato spirituale della sua esistenza che gli permetterebbe di accordare la sua propria natura alla Natura, i suoi propri desideri a quelli di Dio o del Destino (equivalenza mostrata da Diogene Laerzio nel suo Vite e dottrine dei filosofi illustri), in modo tale da non essere mai infelice e di vivere nella gioia ben più che lo stolto.
Difatti, poiché si immagina che colui che progredisce nell’ascesi perviene ad uno stato di saggezza, quest’ultimo non potrà mai più essere triste, come sottolinea Seneca nel De providentia, in occasione della morte di un suo caro, perché prenderà coscienza che si tratta della volontà della Natura, che è anche la sua; sarà al riparo da ogni ingiustizia, dagli insulti e dalla paura, come afferma Seneca nel De constantia sapientis, non desiderando che il bene, principio enunciato da Valery Laurand in Le vocabulaire des Stoïciens (Il vocabolario degli stoici).
Ugualmente, sarà protetto dalla sofferenza legata alla malattia o ai tormenti dell’animo che non dipendono da lui: da questa prospettiva, possiamo leggere il passaggio di Guibert tratto da A l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie (All’amico che non mi ha salvato la vita):
Mancini si è fatto seppellire con il suo pennello e il Manuale di Epittetto, che si trova dopo i Pensieri di Marco Aurelio, nella copia gialla Garnier-Flammarion che Muzil aveva rimosso dalla sua biblioteca, coperta con una carta trasparente, qualche mese prima della sua morte, per donarmelo come uno dei suoi libri preferiti e raccomandandone la lettura per poter ritrovare la calma in un periodo nel quale ero particolarmente agitato e insonne.
Al di là della tranquillità del lettore di Epittetto che altri non era che Foucault – Muzil sotto la penna di Guibert – il saggio sarebbe così in grado di volere tutto ciò che gli accadrà, ivi compreso l’eterno ritorno nietscheano (La Gaia scienza), che è ben diverso da quello pensato da Crisippo: il saggio, difatti, vorrà che la sua vita si ripeta eternamente esattamente come è adesso, dal momento che ora vive felicemente.







