LA LETTERATURA TRA EROS E THANATOS
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
(Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)
Nella letteratura di ogni tempo e nella vita di ogni uomo due parole emergono sempre con tragica ieraticità: Eros e Thanatos. Il dio dell’amore, il ragazzino capriccioso e scherzoso, i cui scherzi non salvano alcun uomo mortale o immortale; il dio della morte, figlio della Notte e fratello del Sonno, dal cuore insensibile. Proprio la dicotomia che li caratterizza fa sì che siano intrecciati nella sorte umana e divina, poiché, come afferma Eraclito:
συλλάψιες ὅλα καὶ οὐχ ὅλα, συμφερόμενον διαφερόμενον, συνᾶιδον διᾶιδον, καὶ ἐκ πάντων ἓν καὶ ἐξ ἑνὸς πάντα.
Congiunzioni sono intero e non intero, concordante discordante, consonante dissonante, e da tutte le cose si produce un’unità e da un’unità tutte le cose.
Strettamente legati, Amore e Morte calcano le scene poetiche fin dall’Antica Grecia e dall’Antica Roma:
Ed Ella (Euridice), morendo per la seconda volta, non si lamentò; e di che cosa avrebbe infatti dovuto lagnarsi se non d’essere troppo amata? Porse al marito l’estremo addio, che Orfeo a stento riuscì ad afferrare, e ripiombò di nuovo nel luogo donde s’era mossa.
(Ovidio, Metamorfosi)
Orfeo sa di non doversi girare per recuperare la sua amata, ma non può non farlo e il suo sguardo d’amore lo rivolge nell’Ade, nel luogo per eccellenza di morte, in cui Euridice è costretta a tornare, vittima del ‘troppo amore’ del suo uomo. Eros è spesso visto come una forza stravolgente che non può che portare alla morte, un impeto distruttivo da evitarsi, come dirà Lucrezio:
Haec Venus est nobis; hinc autemst nomen Amoris, hinc illaec primum Veneris dulcedinis in cor stillavit gutta et successit frigida cura; nam si abest quod ames, praesto simulacra tamen sunt illius et nomen dulce obversatur ad auris. sed fugitare decet simulacra et pabula amoris absterrere.
Questa è Venere per noi; e di qui viene il nome di Amore, di qui quella goccia della dolcezza di Venere stillò prima nel cuore, e le susseguì il gelido affanno. Infatti, se è assente l’oggetto del tuo amore, son tuttavia presenti le sue immagini, e il dolce nome non abbandona le tue orecchie. Ma conviene fuggire quelle immagini e respingere via da sé ciò che alimenta l’amore.
(Lucrezio, De rerum natura, IV)
Come si denota dai versi lucreziani, alla dolcezza di Amore fa subito da contraltare la frigida cura, il gelido affanno che Amore porta con sé: questo implica che non esista Amore senza Morte ma che uno contenga in qualsiasi situazione l’altro, poiché, come scrive la penna di Leopardi:
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
(Leopardi, Amore e morte, vv. 1-16)
Giacomo Leopardi, nell’opera poetica fitta di corrispondenze chiamata Canti, decide di intitolare una delle ultime poesie proprio con il nome delle due figure che danzano intrecciate nella vita dell’uomo: Amore e Morte. E per meglio definirne la condizione, parla di loro come di due fratelli, nati insieme e parla di lei come di una bellissima fanciulla, che, a discapito di tutto ciò che si dice, non fa altro che salvare e liberare l’uomo dalla sofferenza. Eros e Thanatos segnano un passaggio, non un inizio ed una fine, dell’essere, collegati entrambi al piacere.
Il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione ο una depressione di sentimento che un sentimento e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi un’imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita e alla privazione di essa, perché la vita per sua natura è dolore. Onde è piacevole l’esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz’altro patimento che nasca ο sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice del dispiacere che è il suo contrario.
(Leopardi, Zibaldone)
Si tratta di tensione tra forze: l’impeto verso l’amore, anziché aumentare il poeta eroicamente, si manifesta in un desiderio violento di uscire dalle bassezze della vita, senza evitarle, ma superandole nell’assoluto della morte. Non c’è più illusione o possibilità di idillio, esistono soltanto due valori assoluti, diametralmente opposti, Eros e Thanatos. Questa consapevolezza leopardiana, come già detto, attraversa tutta la letteratura italiana e non, fin dalle origini, come si può notare dai sonetti cavalcantiani:
Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge amore.
E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.
Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.
sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.
(Cavalcanti, Voi che per li occhi mi passaste ‘l core)
Gli effetti di Amore sul soggetto amante sono devastanti e mortiferi: è un impeto cieco, disarmante, irrazionale, angosciante, è un personaggio che si muove sulla scena della vita, è una dramatis persona che rende l’esperienza del poeta universale, ricordando al lettore che non esiste senza la compagna Morte.
Nel 1920 ciò che era già poeticamente affermato fin dall’antichità trova una sua espressione in Freud, in Al di là del principio del piacere: due e antagoniste sono le pulsioni che animano l’uomo, quelle della vita e quelle della morte. Ciò che vive tende di nuovo a morire: come afferma nelle prime pagine, se ci fosse soltanto il principio del piacere, tutti i processi psichici dovrebbero essere accompagnati sistematicamente da sensazioni di piacere e il dispiacere, di conseguenza, dovrebbe essere minimo e transeunte. Ma è evidente che le cose non stanno così e l’esperienza generale mostra il contrario, prevalendo spesso il dispiacere e la sofferenza sui sentimenti e sulle sensazioni di piacere. Ed è perciò necessario allontanare l’idea di una totale sovranità del principio del piacere, ipotizzando e poi concretamente dimostrando l’esistenza di forze che operano al di là del principio del piacere, la pulsione di morte.
Bibliografia:
A. Ferrari, Dizionario di mitologia, Torino, Utet 1999
S. Freud, Al di là del principio del piacere, Milano, Mondadori 2007
Eraclito, Fragmenta (a cura di F. Fronterotta), Milano, Bur 2013
Giacomo Leopardi, Canti, s cura di Franco Gavazzeni e Maria Maddalena Lombardi, Milano BUR, 1998.
Leopardi, a cura di Franco D’Intino e Massimo Natale, Roma, Carocci 2018.
Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze, 1978.
Cesare Pavese, Poesie, Einaudi, Torino 2020.
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@ILLUS. by, FRANCENSTEIN, 2020






