BENE E MALE: FILOSOFIA DELL’ESSERE E PENSIERO ANTITETICO
Estratto da La peste: il male? Leggere Tucidide e Lucrezio ai tempi del covid, Mimesis 2021 di Remo Viazzi
Il pensiero antitetico, inteso come “unica possibile filosofia dell’avvenire”, vuole accantonare la questione dell’essere, da cui erano scaturite le opere di Parmenide prima e di Platone e Aristotele poi, per indirizzarsi piuttosto verso quella del male. In verità, però, la questione del “male radicale” e della sua ingombrante presenza sulla terra rimane priva di risposte e di spiegazioni convincenti. Non sono riusciti ad affrontarla, dandone un’interpretazione soddisfacente, né la metafisica classica, né quella moderna, né la teologia cristiana. Falliti i tentativi nei domini della filosofia, del mito e della religione vale forse la pena tentare la via dell’arte per vedere se, laddove non è approdato il lógos, può – in qualche modo – giungere questa, quasi si potesse intenderla, nella sua più alta accezione, come «organo della filosofia perché costituisce una radicale interrogazione sul senso dell’esistenza».[1] Infatti, è necessario ammettere che è solo attraverso forme, espressioni, immagini e visioni, con la forza evocativa della poesia, e quindi in maniera semplicemente intuitiva, si può giungere alle “Idee”, in totale opposizione ai guadagni che furono di Hegel, secondo il quale, invece, la filosofia sta al posto più alto, anche al di sopra della religione perché
… un contenuto speculativo non può essere espresso in immagini o in semplici rappresentazioni in maniera adeguata e verace e, sostanzialmente, senza contraddizioni.[2]
Non dovrà, quindi, apparire del tutto illogico al lettore l’azzardo di avventurarsi nei meandri di un tema così complesso partendo proprio da due “poeti”, Tucidide, il primo “moderno” storico della letteratura greca, e Lucrezio, che ebbe il coraggio, dopo molti secoli, di riportare il sapere filosofico alla sua antica forma esametrica di poema. Era evidentemente ormai convinto che la poesia fosse uno strumento protrettico e psicagogico più potente,[3] anche perché offriva l’occasione di «… quasi museo dulci contingere melle».[4]
Questo breve saggio, che nasce per suggestione e invito di Carlo Angelino, a lungo titolare della cattedra di estetica all’Università di Genova, rilegge la narrazione della peste di Tucidide e di Lucrezio, ascrivendo i due autori all’elenco degli autori inclini al “pensiero antitetico”, per il quale ogni possibile verità scaturisce dalla risposta alle tre domande capitali: Perché il nulla piuttosto che l’essere? Perché la morte piuttosto che l’immortalità? Perché il male piuttosto che il bene? Messa, però, da parte ogni possibilità di comprendere il tì esti, il pensiero antitetico si indirizza piuttosto in direzione dell’oti. La peste è, così come la puntigliosa descrizione di Tucidide e quella di Lucrezio dimostrano, ed è inutile e impervio per la mente umana comprendere che cosa sia (tì esti), ma in questo caso anche perché sia (oti). Questo provoca l’afasia di entrambi gli autori, tanto dello storico quanto, con maggior “scorno”, del filosofo.
Il testo si sviluppa – come chiarito in conclusione del saggio – secondo questa scaletta. Ogni evento della storia invita a un giudizio assiologico e non ammette che possa essere considerato “neutro”, indifferente: o è un bene, o un male; motivo per cui l’universo appare spesso come uno sterminato campo di battaglia in cui si fronteggiano lógos e cáos, bene e male.
Preso atto della preponderante presenza del male sulla terra, il pensiero antitetico mette da parte la tradizionale filosofia dell’essere per rivolgersi invece decisamente verso una filosofia del male.
Questo fatto porta con sé un rivolgimento del pensiero filosofico, che, accantonata la metafisica, si pone nuove domande e il tì esti, che aveva permeato di sé il percorso della filosofia, lasca spazio a un nuovo, decisivo e dirompente interrogativo, l’oti.
Al filosofo, messo all’angolo dai guadagni della scepsi antimetafisica, della tradizione millenaria della quale erode le fondamenta, non rimane che abbandonare quella tradizione e rivolgersi, invece, ai «domini del mito, della poesia e della fede, contro cui Platone e Aristotele avevano combattuto una lotta di giganti, per affermare il primato del pensiero».[5] In particolare, la poesia si trova
sempre in vantaggio, rispetto ad ogni ammaestramento meramente razionale e a tutte le verità di ragione universali, ma anche rispetto alla mera esperienza accidentale del singolo. Essa è più filosofica della vita reale (se è lecito parafrasare un noto detto di Aristotele), ma è anche più piena di vita che la conoscenza filosofica, mercé la sua concentrata realtà spirituale.[6]
Proprio l’oti, quando sembra non trovare risposte plausibili, assolutorie o confortevoli, fa sorgere e alimenta l’angoscia, evidente e palpabile nell’opera di Lucrezio, più nascosta, ma in qualche modo percepibile, in quella di Tucidide.
Entrambi, pur ponendosi quali depositari della saggezza che, sola, può garantire all’uomo la ricetta di una vita felice, di fronte alla peste tergiversano e balbettano; sono analiticamente in grado di illustrare cosa sia la peste, ma non hanno alcuna capacità di dire il perché della peste.
Questa difficoltà si riscontra anche sulla base del posizionamento delle due narrazioni all’interno delle rispettive opere: estemporaneamente posta subito dopo l’epitaffio di Pericle senza alcuna mediazione né con quanto la precede né con quanto la segue in Tucidide, aporeticamente e “provocatoriamente” collocata alla fine del De rerum natura in Lucrezio.
La peste è l’evidenza della presenza del male sulla terra che fa sì che esso non possa essere sottratto dal recinto dell’essere; è la sua connotazione non come uno dei mala in mundo, ma come vero Malum mundi, che lo rende inesplicabile, oscuro, angoscioso e che mette in crisi i sistemi di pensiero logico-filosofici-scientifici su cui i due autori basavano le proprie certezze e letture del mondo.
Non sono tanto la violenza, l’azione e il dispiegarsi della peste, vale a dire il suo tì esti, quanto piuttosto l’impossibilità di darne una giustificazione, cioè l’oti, che apre uno spiraglio alla Trascendenza, che sembra condurre all’idea di Dio.
Eppure fin dal codice jawhista di Genesi la risposta cristiana ha lasciato la porta aperta a molti dubbi e interpretazioni, confinando la soluzione del rapporto tra Dio e il male più nel campo della fede che in quello del lógos.
In particolare, il Novecento, il “secolo del Male” e delle “idee assassine” ha fortemente messo in crisi molti pensatori cristiani, e non solo, proprio in virtù di un evidente e assai difficilmente giustificabile prevalere del male sulla terra, sino al punto di arrivare, dopo la tragedia di Auschwitz, massima espressione della presenza del Male sulla terra, a una nuova definizione di Dio e delle sue prerogative, a partire dalla confutazione della Sua onnipotenza.
[1] E. PACI, L’opera di Dostoevskij, Torino 1956.
[2] F. HEGEL, Vorlesungen über die Philosophie der Religion. Mit einem bibliographischen Anhang, Amburgo 1966, III, 123.
[3] G. CAMBIANO, I testi filosofici, sta in «Lo spazio letterario di Roma antica», vol. I, Roma 1998, pp. 241-276, pp. 250-252.
[4] Lucrezio, De rerum natura, I, 947: «quasi come cospargerla con miele dolce delle Muse».
[5] C. ANGELINO (a cura di), Aristotele. Metafisica Libro XII, introduzione e commento di Hans-Georg Gadamer, Genova 1995, p. 8.
[6] W. JAEGER, Paideia, op. cit. p. 89.
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@ILLUS. by MAGUDA FLAZZIDE, 2021
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