L’ESSERE E IL MONDO
Estratto di Francesco Bellè, L’essere e il mondo, Arca Edizioni, Milano 2026.
Onticamente la tradizione conferma la struttura trinitaria del tempo, il quale a propria volta rappresenta una categoria gnoseologica fondamentale. Ma per comprendere compiutamente in quale modo la tradizione abbia potuto marcare una via di continuità spirituale nella temporalità del mondo è necessaria un’ulteriore precisazione. La tradizione infatti reca in sé un’intrinseca vocazione conservativa che invero può essere rilevata nell’intera tessitura del reale. Una sorta di principio cinetico di carattere cosmico, una categoria dello spirito che può appunto essere definita conservazione, contraltare di una forza uguale e contraria che può invece essere definita rivoluzione e che oppone un movimento contrario e centripeto, mirato a dissolvere l’unità in una parcellizzazione irrelata.
Per convergere nelle intenzioni sistemiche e unitarie e ordinare in questo modo organicamente i risultati è pertanto possibile asserire come la dicotomia tra conservazione e rivoluzione ricalchi quella tra simbolico e diabolico, tra ciò che unisce e ciò che divide. Ciò perché conservazione e rivoluzione rappresentano due autentici movimenti metafisici, appunto due forze cosmiche antitetiche, due polarità che possono assumere caratteri financo teologici. La conservazione è infatti il principio che soggiace alla preservazione del creato e delle forme create. Essa è simbolica, unisce il passato con il presente rilanciando parimenti verso il futuro e diventando cultura e apologia della vita contro la dissoluzione. È appunto per questo motivo che la conservazione può essere considerata anche un principio connaturato alla tradizione, la quale è infatti conservativa intrinsecamente, poiché appunto conserva e trattiene le tracce del passato a favore del presente e del futuro. E ancora, è possibile asserire come la cultura in quanto tale, nella propria interezza, rimanga sempre e essenzialmente conservativa. Ciò perché essa esprime e fissa le proprie forme e protegge e tramanda i propri contenuti. Senza conservazione delle forme, infatti, non è possibile alcuna tradizione né alcuna cultura linguistica o formale, artistica o spirituale.
Al contrario la rivoluzione è principio opposto e disgregante, etimologicamente diabolico poiché separa e divide. La rivoluzione implica rimozione, cancellazione del passato, snaturamento dello spazio, stravolgimento delle forme. Se la conservazione esprime la vita dello Spirito, che appunto permane nonostante i mutamenti del tempo, la rivoluzione esprime piuttosto una decadente cultura di morte, poiché regolata dal principio di perenne sostituzione e cancellazione. Il principio rivoluzionario dissipa infatti ciò che possiede valore in sé per mutare ogni fine in mezzo, dal momento che la rivoluzione abbisogna di trasformazioni e cambiamenti perenni e inarrestabili per affermare se stessa. La rivoluzione infatti finisce quando cessa il movimento rivoluzionario. Essa abbisogna allora di stravolgere le categorie del presente, come pure quelle originarie del passato, per affermare un livello indistinto di perpetua indifferenziazione rimestando la storia e la storicità. In questo modo la rivoluzione, mutando i fini in mezzi e scompaginando qualsiasi fissità, dischiude una conseguenza oltremodo perniciosa anche in ambito sociale: quella di annichilire il fine in quanto tale. Se infatti ogni cosa può essere commutata; se ogni fine può mutare in mezzo in relazione alle oscillazioni delle contingenze storiche; se la verità dello Spirito è sottomessa alla verità della ragione, falsificabile e non già assoluta; allora a crollare è proprio la concezione del limite e del fine in quanto tale, come anche la complementare possibilità dell’uomo di individuare e compiere il proprio destino.
Mentre la conservazione intende conservare l’uomo e il mondo, la rivoluzione al contrario è orientata allo stravolgimento delle categorie, alla mescolanza, all’inversione, all’eversione. La conservazione è conservazione del creato, la rivoluzione è il suo rovesciamento. Tale dicotomia può inoltre essere osservata tanto in ambito naturale quanto in ambito culturale. Nel secondo caso tuttavia emerge evidente un’intima contraddizione, dal momento che la cultura in quanto tale è sempre conservativa in quanto vocata a proteggere le forme, a tessere una trama di incorruttibile stabilità nel movimento cangiante della temporalità. Perché sia possibile cultura, tanto in termini individuali quanto in termini sociali, occorre infatti conservare, tramandare, proteggere, custodire. Occorre che il soggetto sociale rivolga il proprio sguardo non già alle formule immanenti del calcolo quantitativo ma alle altezze siderali dell’intellegibile, per elaborare infine un ordito narrativo e interpretativo saldo e stabile.
È per questo motivo che risulta possibile affermare come, sostanzialmente e concettualmente, la cultura non possa essere rivoluzionaria. Rivoluzione e cultura rappresentano piuttosto modelli antitetici, il primo imperniato sulla concezione progressista della realtà, ovverosia quella regolata dalla cinetica del progresso e dell’escatologia orizzontale, del messianismo secolarizzato. La seconda invece, la cultura, interagisce con la realtà orientata dall’intelligibilità, dal rapporto con il fondamento, con l’eterno e con l’infinito, regolata al contrario da un’escatologia verticale. Da una parte l’inarrestabile stravolgimento del mondo, dall’altra la custodia del mondo stesso. Due movimenti che riflettono, tanto in ambito ontologico quanto in ambito ontico, due posizioni opposte e di fatto inconciliabili.
Con un’immagine adatta tanto al mondo animale quanto a quello bellico, la conservazione è regolata da un’inclinazione alla protezione, da una strategia orientata alla difesa; al contrario la rivoluzione è animata da una vocazione e una predisposizione all’attacco, come anche da una strategia di offesa. Per giustificare una simile vocazione alla conquista e all’espansione la rivoluzione tenta infatti di trarre liceità e diritto di esistenza non già nell’assolutezza del fondamento dello Spirito, il quale rimane piuttosto un ingombro poiché richiama quell’aspetto di verità immutabile che la rivoluzione intende neutralizzare; bensì nel surrogato di assolutezza offerto dal principio matematico del disvelamento. Un’assolutezza che, svincolata da quella rappresentata dall’Essere divino e della divina Trinità, rinvia a una verità impersonale, a una logica avviluppata in se stessa, al rigore autoreferenziale. Le verità matematiche o meramente naturalistiche che la rivoluzione brandisce per imporre il proprio paradigma rappresentano infatti criteri di sapere misurabili, attingibili, calcolabili. Per questo motivo la rivoluzione abbisogna di simili pretesti e condizioni per imporre il proprio sistema di autorità, offrendo dunque giustificazioni di carattere matematico, ovverosia prevedibili e controllabili. In altri termini la rivoluzione è supportata dalla ragione tassonomica, la quale, nel proprio processo di disvelamento della verità quantitativa del reale, intende dimostrare come non esistano fissità e assoluti, ma solamente cambiamento perpetuo.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2026
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