QUEL BELLISSIMO SILENZIO INFINITO
Duecento anni fa un giovane poeta ventunenne dagli occhi affaticati incontrò il destino dell’uomo. Non il proprio destino, né quello di un uomo in particolare, ma quello di tutti gli uomini della storia, inclusi coloro che verranno.
Si può pensare fosse un giorno come altri, a Recanati, e quel giovane poeta taciturno lasciò il palazzo di famiglia nel quale trascorreva lunghe giornate di studio ininterrotto per riposare gli occhi davanti a una piccola terrazza naturale al limitare del borgo. Passo incerto e fisico ricurvo, raggiunse luoghi che conosceva indugiandovi per qualche momento a osservare vaste distese che correvano davanti allo sguardo, fino a quando flebili refoli di vento diventarono voci da udire, bisbigli appena accennati che solamente le orecchie di un poeta avrebbero potuto cogliere e interpretare con parole giuste. Come un canto di musa che articola le sillabe accarezzando le foglie, quel vento raccontava i travagli dell’uomo e il suo inestirpabile senso di manchevolezza. Un infinito silenzio cominciò a imporsi e il poeta rispose tacendo, abbandonando gli ormeggi del pensiero e abbozzando un sorriso leggero, di quelli che si rivolgono ai sogni e ai ricordi belli.
Ecco, forse le cose non andarono esattamente così, ma in quel lontano 1819 è plausibile che Giacomo Leopardi abbia percepito qualcosa di simile a un incantamento. Gli interminati spazi e i sovrumani silenzi lo portarono, forse come mai prima di allora, a pensare come il destino dell’uomo fosse fatto di lacerazioni e fratture e manchevolezza, che esiste qualcosa di altro destinato a rimanere indecifrabile e incomprimibile entro le categorie tassonomiche delle scienze esatte. Ebbene per descrivere ciò, per nominare versi che assunsero le forme della lirica in endecasillabi sciolti, non poteva scegliere altro nome fuorché L’Infinito, implicita antitesi ontologica al finito dell’uomo.
Leopardi, che qualche anno più tardi denunciò a chiare lettere con le Operette morali l’immolazione della spiritualità sugli altari dell’utilitarismo e dello scientismo[1], offrì quel giorno un’eredità destinata a preservare il proprio carico intellettuale e simbolico per oltre due secoli. È in quello spazio dove l’eterno, le morte stagioni e la presente e viva trovano un punto di incontro che emerge la coscienza della storia universale, del suo divenire perpetuo e della sua distensione. Tutto il componimento è in questo senso una lirica ribelle alla profondità in quanto tale, a quello spazio che il mondo ha progressivamente appiattito fino a neutralizzarlo. È un peana di resistenza all’infinito verticale contro quello orizzontale, al cielo contro la rete, all’Altro contro il medesimo.
È un ammonimento che viene dall’uomo e arriva all’uomo per ricordare il pericolo della dimenticanza e della fretta. Contro un male che potrebbe prendere nome di agorafobia ontologica, endemica patologia degli uomini incapaci di ascoltare il suono assoluto della vastità, della lentezza e del silenzio, quell’immensità nella quale s’annega il pensier di ogni uomo diventa una possibilità di redenzione da guardare con speranza.
La siepe e l’ermo colle divengono limiti oltre i quali non è possibile andare, dove non arrivano equazioni o algoritmi, dove il linguaggio tentenna, dove il cuore palpita. Perché è proprio la siepe che ricorda al poeta e a tutti gli uomini della storia quanto conti il confine: esso definisce un oltre, un altrove, una profondissima quiete che aspetta accogliente e che ristabilisce le differenze. Fino a quando esisterà un limite da oltrepassare esisterà l’uomo, confessa implicitamente Leopardi; magari unicamente nella manchevolezza e nel dolore, nel senso di finitudine e di inadeguatezza, ma esisterà l’uomo. È piuttosto nel tentativo inverso, quello di violare un confine con la pretesa coloniale di occupare gli spazi del mistero, che l’uomo abdica a un razionalismo desimbolizzato e privo di qualunque orizzonte di trascendenza. Ci sono misteri e silenzi che vanno protetti e rispettati, scrive in filigrana Leopardi; essi garantiscono interpretazioni e riflessioni, intelligenza e curiosità, differenza e individualità. L’uomo fissa il mistero, la alterità, e si riscopre umano nella finitudine e nella differenza. Il suo destino, in fondo in fondo, è proprio quella meravigliosa mancanza.
In quella immensità dove annegano sogni e ricordi e ipotesi di mondi diversi dimora la causa dell’uomo. È compito di ciascuno proteggerla e contemplarla e rispettarla. Perché per coloro che avranno pazienza, e nel riconoscimento dei limiti non vedranno in essi degli antagonisti dell’umanità quanto, al contrario, segni della sua esaltazione, il naufragar rimarrà sempre e per sempre qualcosa di dolce.
[1] Il dialogo tra un fisico e un metafisico è forse il più eloquente in questo senso.
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2019







A se stesso
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per ser sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.
La sublime lamentazione del XXVIII Canto di Giacomo Leopardi ha la piena benedizione del DESISTENZIALISMO. Ma colpisce quell’ultima parola della poesia: «tutto»; colpisce specialmente chi abbia letto un po’ di Emanuele Severino, il grande predicatore del TUTTO. Il TUTTO è infinitamente “vanitoso”, la sua autostima è debordante, anche per colpa di certi filosofi che lo magnificano e lo esaltano, come appunto Emanuele Severino, esempio illustre e di tutto rispetto. Certo, sappiamo che il TUTTO del quale parla Leopardi non è vanitoso nel senso civettuolo di un fatuo e vanesio narcisismo, ma nel senso tragico di una inutile e vana vacuità. E tuttavia, il doppio senso del vocabolo, «vanità», permette una sua scanzonata e ironica interpretazione; anche perché la latina vānĭtās, ātis, (f.) significa sia vana apparenza, vanità, futilità, insincerità, menzogna, falsità, impostura, inutilità sia leggerezza, frivolezza, incostanza, nonché iattanza, millanteria e perfidia.
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