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LA NECR-I-LOGIA DI STAR WARS
I morti parlano! Con queste parole Episodio 9 accoglie gli spettatori, nel tradizionale messaggio introduttivo che scorre in caratteri cubitali gialli tra le stelle. Nel buio della sala si sono sentite chiaramente varie persone leggere ad alta voce questa frase, con incredulità, sorpresa e ironia. Gli altri otto episodi si aprivano con riferimenti a guerre civili, dispute politiche, sconvolgimenti nelle sfere di potere: l’episodio destinato a concludere una saga quarantennale, l’epica conclusione alla saga degli Skywalker come recitavano il trailer e il materiale pubblicitario, si apre invece con questo strano ammonimento da horror della Hammer anni ‘60.
Eppure la sorpresa non era così giustificata. L’intera nuova trilogia, o meglio trilogia sequel, è basata sul concetto di morte. La morte l’ha permeata, dentro e fuori la realtà narrativa, proponendo una forma di necrofilia drammatica, giungendo infine al traguardo ultimo, ovvero far morire l’intera saga, svuotandola di significato artistico e mitopoetico.
L’arte è sempre stata lo specchio della società che la produce, così come l’arte pop-olare è lo specchio della Società per Azioni che l’ha pagata e portata alle masse paganti, in questo caso la Disney, il Leviatano che in quest’ultimo decennio si è accresciuto inglobando innumerevoli universi narrativi, tra cui quello appunto partorito dalla mente di George Lucas. Un perfetto connubio quello tra Disney e Star Wars: entrambi sono brand che hanno costruito la propria fortuna sulla commerciabilità dell’arte narrativa, concependo le opere artistiche ovvero i film come teste di ponte di una premeditata invasione ad ampio spettro del mercato attraverso prodotti su licenza più disparati, ed entrambi hanno capito in momenti diversi che la via più semplice per fidelizzare i propri clienti per più generazioni è formarli come una scuola dell’obbligo durante la loro infanzia e preadolescenza.
Questo processo per funzionare richiede una mitopoiesi, ovvero l’ideazione di storie abbastanza semplici da diventare archetipiche e abbastanza complesse da essere indefinitamente espandibili e reinventabili all’infinito, e in cui la morte riveste un ruolo chiave nel dare una sorta di corpo fisico a storie che diventano così effettive esperienze dello spettatore. Quanti bambini hanno scoperto il concetto di morte grazie a Bambi o al Re Leone, e quanti hanno scoperto che il Male e il fallimento sono sempre dietro l’angolo grazie a Episodio 5-L’impero colpisce ancora, come testimoniato in Clerks di Kevin Smith, film cult della Generazione X, in cui i protagonisti discutono di come un film di una saga così epica e avventurosa sia in realtà una serie di pugni nello stomaco allo spettatore che vede i propri eroi fallire, soffrire e arrivare sull’orlo del baratro con pochissima speranza in vista.
Eppure la morte non era il focus della trilogia originale di Star Wars, bensì il concetto di rinascita. Rinasce la speranza di libertà in Episodio 4 con cui si apre la trilogia, e rinasce come jedi Darth Vader in Episodio 6, permettendo la rinascita della democrazia e della libertà. Per contraltare, la trilogia prequel prese come concetto base quello di caduta o di decadenza, mostrando come istituzioni e personaggi ritenuti incrollabili possano nel giro di poco tempo trasformarsi nel loro opposto: la lucente e cosmopolita Repubblica che sopravvive da migliaia di anni si corrompe e diventa un Impero fascista, un eroe potente e apparentemente predestinato come Anakin Skywalker cade in preda alle debolezze più umane diventando Darth Vader, i rispettati e sapienti Jedi vengono resi ciechi dalla loro presunzione e finiscono per essere epurati.
Episodio VII, Il Risveglio della Nostalgia
La trilogia sequel invece si presenta subito con il suo primo episodio, diretto da J. J. Abrahms, come un’operazione frankesteiniana di resurrezione di un corpo morto.
Non è dato nessuno spazio nella pellicola a un raccordo con la trilogia originale a livello di universo: non viene mostrato nulla dei trent’anni intercorsi, e la situazione politica non sembra essere mutata. Esiste sì una Nuova Repubblica, ma non la vediamo né ne percepiamo la presenza nella galassia. L’Impero, ora chiamato Primo Ordine, sembra più potente che mai e pericoloso come prima. I personaggi storici non hanno vissuto nessuna trasformazione: Han Solo addirittura è di nuovo un contrabbandiere, tornato indietro nella sua caratterizzazione a episodio 4, la principessa Leila è una figura eminente dell’Alleanza ribelle come sempre, di Luke per ora non si sa nulla. Tutto il film si colloca a metà tra la palingenesi e il loop temporale, e la sensazione di remake aleggia sulla percezione della pellicola. I nuovi personaggi sono versioni aggiornate di quelli vecchi: Rey è Luke, giovane predestinata che vive in un remoto pianeta sabbioso, Poe Dameron è Han Solo, un pilota scavezzacollo e insofferente alle regole, BB8 è un nuovo R2D2 più dinamico, Kylo Ren è un nuovo e giovane Darth Vader, il leader supremo Snoke è un nuova eminenza grigia stile Imperatore.
L’unico personaggio con qualche caratteristica unica è Finn, Stormtrooper disertore del Primo Ordine che si unisce per vie traverse alla ribellione. Abbiamo anche la prima morte sullo schermo vera e propria, quella di Han Solo, ma non è ancora considerabile un sacrificio necessario per spezzare i confronti con il passato come succederà in seguito, bensì più semplicemente un modo per liberare Harrison Ford dall’obbligo morale di presenziare, il quale saluta la saga con l’ennesima interpretazione stanca e svogliata di altri sequel fuori tempo massimo come Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e Blade Runner 2049.
Con personaggi identici e una storia quasi identica, il film si configura come la versione non morta di Episodio 4, ma il grande pubblico lo premia senza protestare troppo: in primo luogo, perché Abrahms è maestro nel disseminare nelle sue opere misteri e domande senza risposta, creando quella curiosità soap operistica del “cosa succederà dopo”; in secondo luogo, perché gli anni Dieci del ventunesimo secolo ci hanno insegnato che la grande industria dell’intrattenimento ha trovato il sacro Graal, l’emozione umana più facile da cavalcare e più redditizia con il minor sforzo possibile, ovvero la nostalgia dell’infanzia. Come scrisse Frullo in un suo articolo sulla nostalgia degli anni ‘90, tutti hanno nostalgia della propria infanzia, tranne i bambini soldato e i figli di vegani.
Molti hanno cercato di analizzare la potenza di questa corrente culturale chiamando in causa le teorie di Mark Fisher, in particolare il suo Realismo Capitalista. In un mondo capitalista postmoderno in cui ognuno è solo con i propri fallimenti in attesa di sprofondare nell’ansia, nella depressione o entrambi, la nostalgia esercita una doppia funzione: soddisfa la voglia di comfort food per la mente, facendo brillare nella sterminata scelta di prodotti di intrattenimento che si apre di fronte agli occhi resi stanchi da ore di lavoro malpagato e senza prospettive quei prodotti che già solo con il nome richiamano un mood positivo legato a un passato senza preoccupazioni, con un processo simile a quello che ha garantito il successo dei fast food in franchise, come viene spiegato in quel particolare esperimento documentaristico di Super Size me. In secondo luogo, la nostalgia come un plaid di pile in inverno che ti fa sentire ancora più freddo quando abbandonato, impedisce con la sua appiccicosa umidità l’azione eversiva rispetto alla società capitalista, convogliando gli sforzi artistici e i gusti del pubblico sul passato mitico dello stesso capitalismo, iniziando dagli anni ‘50 (vedi Happy Days, Grease) per poi salire di decenni fino al revival anni ‘80 che ha imperato nell’ultimo attuale periodo. There is no alternative è la frase della Thatcher ripresa dal sottotitolo dell’opera di Fisher: il capitalismo si autogiustifica come unica via socio-economica possibile presentandosi come la fonte principale di quella felicità di cui abbiamo goduto nell’infanzia, passando attraverso la glorificazione degli oggetti di consumo simbolo dell’epoca in questione. In questo processo consapevole, la speranza di un futuro migliore o semplicemente diverso diventa un concetto obsoleto, sostituito da uno scontato e sicuro presente che si ripete all’infinito sempre uguale a se stesso, scaricando per altro sui singoli le responsabilità di questo immobilismo.
Nel 2019 la campagna marketing di Episodio 9 ha battuto molto sul concetto di “saga degli Skywalker”, ponendo l’accento sulla continuità diretta tra la trilogia originale e la nuova. Episodio 7, però, non sembrava continuare la storia, bensì resettarla o, per l’appunto, rianimarla dopo un coma di decenni. La pellicola del 2015, difatti, si presenta come una serata revival, crogiolandosi nel piacere del serial killer che torna sul luogo del delitto, con una spiccata tendenza revisionista confermata dalla scelta della Lucasfilm-Disney di cancellare dal canone tutte le opere secondarie collegate all’universo di Star Wars (romanzi, fumetti, videogiochi) e di ignorare completamente la trilogia prequel.
Episodio VIII, Gli Ultimi in Piedi
Tra l’uscita di Episodio 7 e quella di Episodio 8, più specificatamente nel dicembre 2016 hanno luogo due eventi fondamentali: l’uscita di Rogue One, il primo spin-off cinematografico della saga a opera di Gareth Edwards, e la morte di Carrie Fisher, l’interprete della Principessa Leia.
Rogue One di per sé è un’operazione interessante e riuscita, una sorta di film di guerra ispirato a pellicole come Quella sporca dozzina, in cui un gruppo di outsiders si unisce per compiere un’impresa eroica sul campo di guerra, presentandoci anche sorprendentemente l’Impero come un male molto più tangibile rispetto ai film principali e la guerra stellare viene riportata alla sua essenza di guerra civile, in cui i buoni e gli innocenti non esistono. Per altro il film fa la storia dello sfortunato sottogenere narrativo dei prequel, configurandosi come il modello più puro mai creato visto che si conclude letteralmente qualche secondo prima dell’inizio di Episodio 4.
La morte è giustamente al centro della pellicola, il suo tema principale è il sacrificio di se stessi per un fine più grande, e non a caso si conclude coraggiosamente con l’incenerimento di tutti i protagonisti, eppure la produzione non si lascia sfuggire l’occasione di praticare della negromanzia. Con una tecnica digitale discutibilissima, compaiono sullo schermo il personaggio del Gran Moff Tarkin, uno degli antagonisti di Episodio 4, interpretato dal fantasma digitale, o pupazzo da ventriloquo tridimensionale dell’attore Peter Cushing, morto addirittura nel 1994, e la Carrie Fisher del ‘77 ricreata con la stessa tecnica. La morbosità di questa scelta diventa ancora più inquietante quando pochi giorni dopo l’uscita nel film delle sale l’attrice muore improvvisamente, trasformando la scena in un incubo ad occhi aperti à la Tim Burton.
Episodio 8 esce un anno dopo il tragico evento, nel 2017, per la regia di Rian Johnson. L’opinione generale sull’episodio precedente è andata intanto assestandosi sul “carino ma è un remake di Episodio 4”, e che scoperta. La produzione, sempre attentissima alle reazioni del pubblico, interpreta questo sentire come come un dovere sacro di stracciare qualunque pretesa di coerenza narrativa della trilogia in fieri, di sconvolgere il pubblico con mirabolanti plot twist e di tagliare più ponti possibili con il passato, scatenando la loro furia iconoclasta sul povero Luke Skywalker, protagonista della trilogia originale. Dare la vita a qualcosa di nuovo è sempre fuori discussione, se resuscitare una storia morta non ha funzionato, evidentemente l’unica strada è far morire gli ultimi legami con la tradizione e seppellire una volta per tutte il passato.
Il lato tecnico del film non è discutibile, e la mano di Johnson regala molti tocchi di cinematografia pura a una saga che è sempre stata da questo punto di vista fin troppo giocattolosa, utilizzando l’effetto speciale più antico del Cinema, il montaggio, nella serie che ha lanciato l’ossessione per gli effetti speciali all’ultimo grido frutto della tecnologia più nuova disponibile (fatale per certi versi a George Lucas). Gli attori brillano maggiormente rispetto all’episodio precedentemente, e spicca sempre di più Adam Driver, ad oggi l’attore più talentuoso della sua generazione, e il suo rapporto a distanza con Rey sarebbe stato molto interessante, se avesse portato a qualche evoluzione nella caratterizzazione dei due, che invece rimarrano tali e quali fino agli ultimi trenta minuti di Episodio 9. Non mancano scene che avrebbero il potenziale di diventare iconiche, come il salto nell’iperspazio della nave che spezza l’incrociatore imperiale, o il combattimento nella sala del trono tra Rey, Kylo Ren e le guardie di Snoke, giocato sull’uso del colore rosso come in un film di Refn.
Alfred Hitchcock disse che per scrivere un gran film servono tre cose: la sceneggiatura, la sceneggiatura, la sceneggiatura. Per Episodio 8 questo aforisma è stato preso un po’ troppo alla lettera, e infatti è tre sceneggiature in una, tutte più o meno pessime. L’umorismo è talmente forzato e fuori luogo dal sentirsi in imbarazzo per gli attori che hanno dovuto metterlo in scena, vedi scena dello scherzo telefonico (che è tra quelle con cui si apre il film). I personaggi secondari introdotti nel settimo episodio vivono archi narrativi risibili, con Poe Dameron che impara la grande lezione di fidarsi dei saggi leader militari sempre e comunque, anche quando danno ordini apparentemente assurdi, senza richiedere spiegazioni, nonché che l’ammutinamento armi in un pugno su una nave militare ha come conseguenza…la promozione di grado. Finn impara in questo film prodotto da una delle multinazionali più invasive e affamate della faccia della terra che i ricconi capitalisti sono cattivi cattivi e giocano al casinò bevendo champagne malmenando cavalli magici sfruttando i poveri bambini come sguatteri alla cenerentola, ma anche i buoni della Resistenza hanno del marcio, un lato oscuro, tipo… comprare armi e veicoli militari per difendersi da un Impero del male.
La principessa Leia complice il suo infausto destino diventa una sorta di Fata Turchina, volando tra le stelle in una scena talmente involontariamente comica da rimanere nella storia. Il nuovo villain Snoke muore come un idiota nell’inutilità più totale, e i suoi sottoposti collezionano figuracce ancora più ridicole, così da eliminare qualunque senso di minaccia. Perfino il maestro Yoda fa una ricomparsata, lunga giusto il tempo di spazzare via il suo personaggio. In Episodio 5 cercava di convincere Luke a completare l’addestramento, a dominare le passioni per acquisire la saggezza distaccata a cui mirano il regolamento e l’addestramento dei Jedi; nella trilogia prequel l’avevamo conosciuto come il capo inflessibile e incorruttibile dell’Ordine Jedi, talmente ligio alle sue leggi da rifiutare di addestrare un potenziale grandissimo come quello di Anakin Skywalker. In Episodio 8 ritorna invece come fantasma della Forza versione Muppet come nella prima scena di Dagobah (in cui si fingeva un eccentrico vecchietto) ad urlare sghignazzando a Luke di bruciare gli ultimi testi sacri rimasti dell’Ordine, prendendo in giro a più riprese il suo povero ex allievo.
Luke Skywalker merita un’analisi a parte, perché raramente nella continuazione di una saga si è visto un simile ribaltamento ingiustificato del carattere di un personaggio.
A cosa serve mostrare la continuazione di una storia ormai mitica se non ad esplorare la possibile evoluzione degli eroi che il pubblico aveva imparato a conoscere ed amare? Luke inizia il suo viaggio come tutti gli eroi della tradizione umana fiabesca e mitologica analizzata da Joseph Campbell nel suo L’eroe dai mille volti, e inizialmente non ha molti elementi affascinanti di caratterizzazione. In Episodio 5, durante il già citato addestramento con Yoda, lo vediamo evolversi in una direzione fondamentale: è talmente attaccato ai suoi amici (e inconsciamente alla sua famiglia) da essere disposto a rischiare il destino della guerra e della Galassia, nonché la sua vita, per proteggerli. A nulla valgono le rimostranze dei suoi maestri, sa che sarebbe più saggio comportarsi razionalmente e completare l’addestramento ma la sua empatia, la sua umanità sono troppo grandi per poter essere messi in secondo piano. Ha terribilmente paura del Nemico, di Vader, specie dopo la mistica esperienza di uccisione del sé che ha vissuto nella sua personale catabasi nella caverna, eppure parte lo stesso per una missione di salvataggio che sa essere un probabile suicidio.
E infatti, va tutto storto. Il suo miglior amico Han Solo finisce catturato e congelato, perde una mano, scopre di non essere per nulla in grado di sconfiggere Darth Vader e scopre nella disperazione più cieca di essere il figlio di quel mostro genocida. La sua scelta di lanciarsi nel vuoto non è solo un ultimo tentativo di fuga: Luke abbraccerebbe volentieri la morte, non solo perché ha fallito ma anche perché nell’apprendere la verità sul padre si rende conto che il vero Nemico che dovrà affrontare non è quel Cavaliere Nero, in fin dei conti umano nella sua potenza, ma la concreta possibilità di essere corrotto dal Lato Oscuro della Forza esattamente come il padre, visto com’è in preda alla rabbia per la sua sconfitta e per le sofferenze dei suoi amici.
Eppure, l’amore incondizionato per il suo simile che lo aveva quasi ucciso si rivelerà essere la sua vera arma magica nell’episodio successivo, in cui ancora una volta affronta la sua Nemesi in un combattimento senza chances di vittoria, ma non per ammazzarlo come vorrebbero le regole interne dell’epica e Freud, bensì per salvarlo e concedergli una possibilità di redenzione, quando avrebbe tutti i motivi per odiarlo e ogni ragione nel toglierlo di mezzo, visto che minaccia anche di corrompere la sua ritrovata sorella, Leila. Proprio l’assurdo sacrificio del figlio che si sta consumando di fronte ai suoi occhi risveglia l’anima sopita dalla macchina di Vader, che arriva a uccidere il suo personale Dio, l’Imperatore, in una rivoluzione copernicana del sacrificio di Isacco, morendo non tanto da eroe o da peccatore pentito, ma da uomo finalmente libero.
Questo è il Luke Skywalker che il pubblico ha conosciuto e amato, un eroe non particolarmente saggio, forte o carismatico, ma incorruttibile e determinato a tutto pur di salvare il prossimo.
Episodio 8, invece, ce lo mostra in un flashback pronto ad ammazzare a spadate un ragazzo, il figlio dell’amata sorella nonché suo allievo, Ben Solo, il futuro Kylo Ren, solo perché preoccupato dalla malvagità presente in lui ancora non attualizzata. Come se qualcuno fosse così moralmente retto da non riuscire a uccidere Hitler pur sapendo di compiere una il bene superiore, ma vent’anni dopo fosse pronto senza battere ciglio a uccidere il proprio nipote adolescente perché vuole votare Salvini.
Non contento, successivamente alla fuga di Kylo e al ritorno delle forze imperiali, decide di scomparire per anni lasciando sorella, amici e galassia alla mercé del Male assoluto, andando in esilio sul pianeta popolato dagli alieni più stupidi dell’universo dopo i Gungan. Raggiunto da Rey in cerca di una guida spirituale, con una sottilissima metafora, getta via la spada laser da lei portatagli in chiusura di Episodio 7, come fosse spazzatura, rifiutandosi fino all’ultimo di aiutare la nuova ultima speranza di pace.
Infine, per motivi oscuri, non ritorna comunque fisicamente ad aiutare la sorella e la Resistenza, ma manda il suo spirito con una tecnica della Forza illusoria assurda e mai vista prima a perculare l’ex allievo in una scena che sarebbe stata perfettamente accompagnata dalla riproposizione di John Williams del tema musicale del Benny Hill Show, morendo per lo sforzo di coccolone sul suo pianeta lontano. Fine del viaggio dell’eroe.
Ma come si concluderà la carica innovatrice del film dopo tutte questi incredibili ribaltamenti? Alla stessa situazione di Episodio 4, ovvero una Resistenza risicata di scavezzacollo pronti a combattere il male assoluto guidato da un tizio vestito di nero che vuole distruggere tutto ciò che di buono c’è nella galassia. Un finale che è anche un inizio, peccato che fosse l’episodio centrale della trilogia.
Tanti hanno apprezzato la scenetta finale del bambino che usa la Forza, glorificando la scelta di Johnson che ha mostrato finalmente una Forza democratica, non appannaggio di quei raccomandati elitaristi degli Skywalker ma di chiunque, complice l’aver rifiutato di dare nobili natali a Rey affermando che lei è figlia di nessuno.
La stessa Forza che viene definita nel primo film della serie come un’energia vitale che unisce letteralmente tutte le cose esistenti in una sorta di ilozoismo, che tutti gli esseri senzienti percepiscono più o meno inconsapevolmente, e di cui fino a vent’anni prima degli eventi narrati erano presenti migliaia e migliaia di utilizzatori consapevoli di ogni razza aliena senziente conoscibile sparsi per la galassia, ovvero i Jedi che ci vengono ampiamente mostrati nella trilogia prequel. E ancora, complimenti a chi aveva davvero creduto che prima o poi non sarebbero saltate fuori parentele strampalate per la protagonista di questa necr-i-logia, specie visto che per concluderla è stato chiamato dopo Johnson lo sterminatore il negromante maestro in persona, J. J. Abrahms, e che fin dalle origini le strane agnizioni di parentela stile commedia di Plauto sono state all’ordine del giorno nella serie.
Episodio IX, La Discesa di Star Wars
I risultati al botteghino di Episodio 8 sono ovviamente eccellenti, con una naturale flessione rispetto all’episodio precedente, e la critica è abbastanza conquistata dagli indiscutibili meriti di produzione del film. Eppure alcuni iniziano a borbottare, trovando sempre più proseliti, complice anche la situazione attuale in cui le connessioni social hanno reso un dato di fatto la celebre frase di Truffaut secondo cui tutti svolgono due mestieri, il proprio e il critico cinematografico. Un’onda di critiche sempre più in piena irrompe in ogni luogo di discussione della pellicola, determinando quella situazione definita come “il fandom è spaccato in due”.
Ora, il sostegno di un fandom, ovvero la nicchia sociale più o meno grande formata dai fan per l’appunto di un dato brand, funziona in modo molto simile all’adesione a un paradigma scientifico della comunità di scienziati nel sistema illustrato da Thomas Kuhn nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Il fandom nasce intorno al semplice paradigma “tutto ciò che riguarda questo universo narrativo è perfetto e degno di essere lodato”. Chiunque si opponga a questa verità di fede viene spinto ai margini dal centro autorevole della comunità, e i dati contrari al paradigma vengono sistematicamente smontati. Il pubblico ha premiato il film ma la critica l’ha stroncato? Ovvio, i critici sono incompetenti, o prezzolati, o sono volutamente tranchant per attirare più lettori possibili e spesso e volentieri sono prevenuti contro quel genere di pellicola. Il pubblico ha disertato il film ma la critica l’ha premiato? Ovvio, la gente guarda solo schifezze, c’è ancora il Grande Fratello in televisione e Fast and Furious 7 è nei primi dieci incassi della storia. Sia pubblico che critica hanno ignorato il film? Quante volte è successo ai capolavori, pensate a Blade Runner, un giorno avrà il suo momento e tutti lo riconosceranno, e così via.
A un certo punto però sotto troppi attacchi il paradigma non può più reggere, e quando il tempo passato a difenderlo supera il tempo passato ad elogiarlo, il crack è imminente, e c’è sempre qualche dato a sorpresa che si aggiunge come una dichiarazione di un attore, o un dato di vendita. Il paradigma viene dunque abbandonato, e il suo esatto opposto diventa articolo di fede utilizzando le stesse strategie dialettiche, mantenendo la stessa carica emotiva associata ma cambiata di segno, reinnescando il processo in un circolo infinito.
Lo spin-off successivo della saga, ovvero Solo, incentrato sul passato di Han Solo, ennesimo caso di resurrezione forzata di un personaggio e di uno stile di personaggio di cui ormai nessuno sente più il bisogno, riporta risultati al botteghino più che deludenti. Nonostante le dichiarazioni ovviamente sempre ottimiste, la Lucasfilm recepisce che qualcosa si è rotto e cancella altri progetti collaterali, facendo intuire con alcune mosse di marketing che Episodio IX andrà a risanare le ferite inflitte dall’ottavo episodio. Intanto il successo senza precedenti del doppio film conclusione della prima saga crossover dell’universo cinematografico della Marvel, ovvero Avengers: Infinity War e Avengers: EndGame spinge a calcare la mano sul concetto di fine di una saga, la già citata fine della “saga degli Skywalker”, perché come la fine spettacolare di una persona come un incidente o un’esecuzione, a quanto pare anche la fine spettacolare di una serie di film attira più spettatori del normale. I sempre meno sostenitori di Episodio 8 vengono rassicurati a più riprese che quelle strane inversioni di marcia da loro apprezzate non hanno minato minimamente l’ossatura e la coerenza della continuità della trilogia, come quando qualcuno cade rovinosamente per un movimento maldestro e commenta con ironia “tutto calcolato”.
Alla sua uscita nelle sale, Episodio 9 si rivela essere probabilmente il peggiore della saga.
Se Episodio 7 aveva limiti evidenti come opera in sé ma era un tributo tutto sommato sentito e appassionato all’estetica e alla poetica della trilogia originale, e se Episodio 8 aveva un contenuto estremamente problematico ma una forma di livello e perlomeno un’idea di autorialità al suo interno, Episodio 9 è veramente un cadavere ambulante, un mostro con tante teste tenuto insieme da cuciture evidenti e repulsive. La prima stranezza che salta all’occhio anche del pubblico più inesperto è il ritmo assurdo del montaggio, velocissimo e scalmanato, che salta da una situazione all’altra senza raccordi di sorta, con il risultato di intontire lo spettatore e impedirgli sistematicamente di assimilare ciò che succede in scena. Le location sarebbero anche affascinanti, ma nessuna rimane in scena per il tempo sufficiente. I personaggi secondari introdotti sono inutili come, enorme problema di questa trilogia, tutti gli altri. Non ce n’è mezzo che abbia un potenziale iconico, questo nella saga che ha trasformato in un’icona riconoscibile un personaggio come Boba Fett che compare sì e no per cinque minuti sullo schermo.
Il filo che tiene insieme gli eventi è risibile per quanto già visto e inflazionato: la caccia ad una serie di oggetti MacGuffin che sfigurerebbe come trama di una side quest di un gioco di ruolo di terz’ordine. Geniale peraltro il pugnale sagomato a forma di skyline da un punto di vista arbitrario di un pezzo di relitto buttato da decenni su un mare tempestoso. La già esile eredità dell’episodio precedente viene completamente accantonata con delle rettifiche alla continuity (ret-con in gergo) talmente estreme da sconfinare nel ridicolo, come il personaggio di Rose introdotto nell’episodio precedente con un minutaggio più che discreto che scende ora a un minuto e mezzo circa. La povera Carrie Fisher è a tutti gli effetti un oggetto immobile di scena, le sue battute sono il risultato pietoso di un evidente taglia e cuci con le scene rimaste dai film precedenti con lo spessore di un generatore casuale di frasi, una morta vivente che solleva per altro questioni etiche non da poco. Davvero una persona morta può essere infilata a forza nel proprio teatrino delle marionette? Non manca l’ormai irrinunciabile scena con vecchi protagonisti ringiovaniti con una CGI di plastica.
La Forza è ormai diventata un plot device, un super potere che può piegarsi ed adattarsi a qualunque situazione pur di mandare avanti gli eventi creando una situazione di deus ex machina che si affastellano uno dopo l’altro, portando alla luce incongruenze tali da distruggere non solo il senso del film, ma anche di quelli precedenti. In tutte le opere di narrativa fantastica, a partire dai Vangeli, la resurrezione di uno o più personaggi è un classico momento spesso irrinunciabile, ma si tentano perlomeno della raffazzonate spiegazioni più o meno mistiche, più o meno pseudoscientifiche, inventandosi limiti e avvertenze nell’uso di questo potere per far capire al pubblico che sono stati eventi unici e irripetibili: in questo film è ritenuto sufficiente mostrare il potere curativo di Rey in una situazione palesemente creata ad hoc per poi ritirarla fuori all’occorrenza, uccidendo il pathos delle situazioni potenzialmente mortali.
L’elemento più controverso dell’intera pellicola è comunque la reintroduzione forzata dell’Imperatore Palpatine. Un altro morto vivente! La sua resurrezione non è minimamente spiegata, viene come detto in precedenza data come un fatto nei titoli iniziali della pellicola, fa niente se rende completamente inutile il sacrificio di Anakin Skywalker che era il culmine tragico ed emotivo di entrambe le precedenti trilogie. L’Imperatore non funziona nemmeno come avversario, non ha un piano credibile e la sua apparizione condita con luce stroboscopica da discoteca non è minimamente inquietante o memorabile. E poi, ovviamente, la rivelazione che l’Imperatore è il nonno di Rey è il plot twist più ridicolo, insensato e anticlimatico che la storia del cinema fantastico abbia visto, un momento da Balle Spaziali forzatamente inserito per mettere una pezza alla tanto vituperata scelta di Johnson in Episodio 8 che riesce incredibilmente a scontentare entrambi i partiti.
Ci sarebbero ancora innumerevoli scene ed elementi della pellicola da criticare, neanche il titolo alla luce del finale è giustificabile. L’ascesa di Skywalker? Tutti gli Skywalker sono morti, Rey è una Palpatine che dice a una passante di chiamarsi Skywalker, per veicolare il solito messaggio disneyano che non importa chi sei per nascita o per dovere sociale, puoi scegliere tu di essere chiunque. Allora perché il nome che è una semplice etichetta dovrebbe essere cambiato alla fin fine per vergogna? Per altro Palpatine è anche il cognome del padre di Rey, il quale in quei dieci secondi in scena sembra essere un eroe che salva la figlia dalle malefiche grinfie del nonno. Perché non intitolarlo L’ascesa di Palpatine, avrebbe fatto scalpore e si sarebbe rivelato geniale quando alla fine Rey consapevole che l’abito non fa il monaco avesse abbracciato con orgoglio il cognome della famiglia che lei stessa ha contribuito a ripulire.
Per concludere, su tre episodi di questa curiosa trilogia il primo episodio è un inizio, il secondo è insieme continuazione e conclusione, il terzo è di nuovo insieme continuazione e conclusione. Un ammasso informe narrativo che urla la propria sterilità artistica, che mette in guardia chi pensa che realizzare opere di intrattenimento sia un processo meccanico compilativo. L’intrattenimento non è contrapposto alla creazione artistica, è un suo passaggio fondamentale poiché intrattenere significa distrarre, ovvero imprigionare la mente e i sensi dello spettatore nel proprio sistema di realtà alternativa che dev’essere talmente ben congegnato da sconfiggere quella di base: in quel momento avviene la comunicazione e l’incontro vero e proprio tra ricevente e nucleo valoriale dell’opera. Queste opere hanno imprigionato solo il talento delle persone che vi hanno lavorato, e la memoria di morti vere e fittizie in un vilipendio artistico di cadavere.
Star Wars è morto, lasciamolo riposare.
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@GIF by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL ft. AI STYLE TRANSFER, 2020