PRENDETE E MANGIATENE TUTTI: IL CANNIBALISMO AL CINEMA
Il presente contributo a opera del sopra-e-sotto-scritto Phlebas si propone di esplorare il cannibalismo, in particolare, così come è mediato dal cinema. Nondimeno quello origina dall’impensata distinzione che ne sancisce l’oscura fobia quanto il morboso irretimento. Tanto che è nell’Eucaristia che i cultisti del tempo, negazionisti dell’Eterno, celebrano la propria comunione con il loro dio, dovendo recuperarlo e ighiottirlo. Come se quello, se fosse Dio, non li divorasse tutti già da sempre.
eddymanciox
ATTENZIONE: i temi trattati e le pellicole citate potrebbero non essere adatti a persone particolarmente sensibili: contiene spoiler di tali film.
Il rito fondamentale della religione cristiana, l’Eucaristia, è insieme un atto di antropofagia e di teofagia, data la doppia natura di Cristo. Inamovibile dogma della dottrina cattolica è che il pane e il vino non sono simboli del corpo di Cristo, sono il corpo e il sangue di Cristo nella sostanza, nascosti ai nostri sensi sotto le sembianze accidentali di questi alimenti, come vuole la Scolastica. Ogni convinto credente è un cannibale, su base settimanale. Nelle altre specie animali il cannibalismo è diffuso, in modo abbastanza trasversale nelle varie classi, ed è un metodo sia di sopravvivenza in situazioni critiche sia di eugenetica. Per un uomo sarebbe possibile nutrirsi di suoi simili senza rischi? Un medico da noi intervistato che ha preferito rimanere anonimo ci conferma che in linea di principio la carne umana è di qualità simile se non superiore di quella animale, e che sono note diete di alcune popolazioni sparse per il globo la cui alimentazione è quasi completamente a base di carne, per cui una vita da antropofago non sarebbe nemmeno così assurda dal punto di vista nutrizionale.
Sorprende quindi considerare che per la società occidentale mangiare carne umana sia sempre stato ritenuto il vero confine tra civiltà e inciviltà, tra società primitiva inferiore e società moderna superiore, e a livello individuale, tra follia e sanità mentale. L’accusa di cannibalismo è sempre stato il modo più facile e scontato per screditare una categoria nemica di persone, rimbalzando comicamente da accusato ad accusatore. Pensiamo ai Romani che accusano i Cristiani di riti antropofagi (filosoficamente parlando, a ragione) e a come poi i Cristiani abbiano accusato praticamente tutti i non-Cristiani di cannibalismo: sette eretiche come i Catari ed Ebrei in diaspora (celeberrimo il caso di Simonino), popolazioni esotiche distribuite su tutti i continenti, Europa compresa, streghe e criminali comuni, personaggi rimasti famosi e altri ormai sconosciuti nonché ovviamente presunti mostri soprannaturali come vampiri e licantropi, fino ad arrivare in tempi relativamente recenti ai comunisti, soprannominati non a caso mangia preti e mangia bambini.
La ripugnanza del cannibalismo è generata dal suo intersecare paure limbiche animali e tabù culturali: l’orrore di tornare a essere prede dopo millenni di supremazia nella catena alimentare; il disgusto fisiologico per il cadavere nonché il timore della punizione morale e divina in caso di sua dissacrazione; la sfiducia per il diverso da noi che libero dalle costrizioni della nostra etica, l’unica ovviamente accettabile, può indulgere in questo comportamento; la riminiscenza totemica degli oscuri riti tribali come la già citata Eucaristia in cui il mangiare qualcosa vuol dire impossessarsi della sua essenza spirituale, comuni a tante religioni; infine, la consapevolezza insindacabile che in casi di emergenza assoluta nessun essere umano possa dirsi al sicuro dalla tentazione di cibarsi dei propri simili.
Ciascuno di questi aspetti è riscontrabile in tantissime opere culturali, ci concentreremo qui sulle suggestioni offerte dal cinema.
Una delle prime pellicole a terrorizzare il pubblico con una rappresentazione molto grafica di un atto di cannibalismo rituale fu nel 1922 Haxan – La stregoneria attraverso i secoli, del regista danese Benjamin Christensen, un curioso esperimento a metà tra il documentario storico e l’horror espressionista. In una scena ormai iconica, la povera mendicante accusata di stregoneria dopo torture varie racconta di un Sabba a cui avrebbe partecipato insieme ad altre streghe, con un montaggio alternato in cui si susseguono primi piani dello sguardo segnato della vecchia narratrice e immagini oniriche in cui demoni e streghe compiono le peggiori nefandezze, tra cui il banchetto a base di un neonato non battezzato che viene dissanguato e cotto in un pentolone.
Il Sabba è chiaramente inventato sul momento dalla donna per placare i torturatori, e l’incubo che prende forma sullo schermo è frutto della fantasia combinata dell’accusata e degli inquisitori, i quali reagiscono con un misto di paura e derisione. Queste immagini insieme a qualche nudità mostrata guadagnarono diverse censure in alcuni Paesi, tra cui gli USA, regalando al film un’aura di oscurità gotica che non mancherà di ispirare moltissimi cineasti nel corso del tempo.
Il cannibalismo in Haxan è solo un altro pregiudizio irrazionale in mezzo ai tanti che contraddistinguono la storia della stregoneria, un pretesto per squalificare ulteriormente persone già discriminate per sesso, classe sociale e attitudini. La reazione di pancia che il film provoca nel pubblico ha la stessa forza di quella causata al tempo dalle dicerie della gente, che corroborandosi contraddittoriamente grazie alla loro stessa assurdità e distanza dalla norma arrivavano ad innescare la violenza.

Il film che porterà a estreme conseguenze questo nesso tra discriminazione e cannibalismo è nel 1968 La notte dei morti viventi di George Romero, in cui un variegato gruppo di persone bloccate in una cascina si trova ad affrontare un’invasione di cadaveri resuscitati che privi del senno si aggirano divorando i vivi. Prodotto in maniera indipendente con un budget risicatissimo, avrà un successo tale da ricevere numerosi seguiti e da sconvolgere l’intera industria cinematografica permettendo il successo di numerosissime pellicole lontane dai grandi Studios hollywoodiani per capacità produttive e tematiche.
Nel folklore haitiano lo zombie è la personificazione della schiavitù africana nel nuovo continente, un uomo che è stato sottoposto a un rito di morte apparente per tornare privo di volontà al servizio di uno stregone malvagio. Romero mantiene alcuni di questi elementi fondendolo con suggestioni ricevute dalla lettura del capolavoro letterario di Richard Matheson Io sono leggenda, in cui un batterio ha trasformato tutti gli uomini eccetto uno in vampiri affamati: il risultato di questa sintesi è lo zombie moderno, ormai un mito della cultura pop a sé con la propria storia personale.
I film di Romero sono un vero e proprio speculum principis per l’uomo comune nella società capitalista americana, mostrandoci una sua versione apparentemente deformata e mostruosa ma in realtà semplicemente spogliata dei suoi accidenti culturali che nascondono la sua vera natura ugualmente cannibale. La paura suscitata nei protagonisti e nel pubblico è quella ipocrita di chi si trova faccia a faccia con se stesso e con le proprie responsabilità. La massa di nostri simili senza cervello e affamata delle nostre carni è quella che dobbiamo affrontare ogni giorno uscendo di casa, gettandoci in quella bellum omnium contra omnes hobbesiana che è la nostra società per ritagliarci il nostro spazio vitale a spese di quello altrui. Emblematico in questo senso il celeberrimo finale del film, in cui il protagonista ultimo sopravvissuto della casa viene scambiato per uno zombi, proprio perché zombi e persone comuni sono in fondo la stessa cosa, e ucciso dai poliziotti rednecks che si stanno divertendo un mondo a vedere la propria voglia di armi e violenza finalmente giustificata.
Molti hanno posto l’attenzione sulla tematica del razzismo, data l’etnia afroamericana del sopravvissuto, ma se vogliamo dare credito allo stesso Romero che ha sempre dichiarato di aver scelto l’interprete del protagonista unicamente per le sue doti attoriali, non possiamo che constatare come non sia nemmeno così importante il motivo dello scambio. Nella società capitalista il nemico non è direttamente il nero, l’ispanico, l’irlandese, l’ebreo: è semplicemente l’altro, perfino quello più vicino a noi, come esemplificato dalla scena in cui la bambina ormai trasformata cerca di mangiare i genitori, in un ribaltamento del mito di Crono. Metafora per altro dello scontro generazionale in atto in tutto il mondo alla fine degli anni ‘60, e non a caso i film di Romero divennero cult per le generazioni più giovani e un volgare spettacolo à la Grand Guignole per gli adulti.
Specialmente nei seguiti, gli zombi romeriani diventano il segno tangibile della perdita di significato della vita umana nelle situazioni di emergenza, complici le istituzioni politiche che cercano di reagire con una razionalità scientifica spietata come quella parodiata genialmente da Jonathan Swift nel suo trattatello Una modesta proposta, in cui l’autore si lancia in serissime analisi statistiche per dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio come la soluzione ideale alla sovrappopolazione e all’immoralità irlandesi sia usare i bambini in eccesso come una prelibata fonte di cibo.
Il cannibalismo degli zombi è reso nel modo più crudo possibile, ricorrendo a veri pezzi di carne cruda animale sempre più guasta con l’andare avanti delle riprese, per la gioia delle povere comparse. L’orrore quasi insostenibile per il pubblico dell’epoca suscitato da queste inquadrature produsse per riflesso una voglia sconfinata di altre pellicole egualmente truculente: l’industria cinematografica italiana, all’epoca attentissima alle mode del momento, si inserì in questo mercato florido portando alla ribalta il genere cosiddetto dei cannibal movie, per cui è necessaria una premessa.

L’incontro tra Europei e indigeni delle zone della Terra per millenni rimaste praticamente sconosciute dal ‘500 in avanti portò il cannibalismo come concetto a diventare sinonimo di non civilizzato, e fu sempre tra le principali tesi a sostegno della superiorità morale dell’Uomo Bianco sugli altri. Emblematico è il caso degli Aztechi, popolazione che svolgeva periodicamente riti con sacrifici umani e conseguente cannibalismo ai danni delle vittime, normalmente prigionieri di guerra. Lo shock culturale subito dagli Spagnoli fu devastante, e ancora oggi è difficile barcamenarsi tra le fonti del tempo che ovviamente esagerarono i numeri e le modalità di questi riti per capirne effettivamente l’entità. Non è certo imputabile solo a questo shock i conseguenti secoli di nefandezze che annientarono quasi completamente le popolazioni americane, ma sicuramente il cannibalismo contribuì a giustificare eticamente qualunque barbarie agli occhi dell’opinione pubblica europea, usando un termine leggermente anacronistico.
L’accusa di cannibalismo divenne una vera e propria arma politica nelle mani dei conquistadores, e il precedente della regina Isabella che all’indomani delle scoperte di Colombo vietò la schiavitù per gli indigeni a meno che essi non fossero conclamati cannibali divenne la rovina di queste popolazioni. Pochissimi all’epoca furono in grado di sviluppare un senso critico e di appoggiare una visione più relativistica della cultura, tra cui il grandissimo Michel de Montaigne, che nei suoi Saggi scrisse: “penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto”, riferendosi alle torture dell’oppressione spagnola ai danni degli indigeni. Citazione per altro che potrebbe benissimo aprire qualunque film di zombi post Romero, in cui il male non è mai il mostro cannibale che è a tutti gli effetti una neutrale forza della natura con cui avere a che fare, bensì gli uomini che sfruttano l’emergenza per prevaricare il proprio simile.
La figura dell’indigeno primitivo e cannibale ritornò prepotentemente alla ribalta nella cultura europea con l’era dell’Imperialismo coloniale, ritagliandosi uno spazio in un numero infinito di romanzi fondamentali dell’800, da Moby Dick a Cuore di Tenebra, tra gli altri, l’epoca del fardello dell’Uomo Bianco per citare Rudyard Kipling. Frase che sarà citata dal protagonista di un film apparentemente lontano da queste tematiche, Shining di Stanley Kubrick, in cui invece ci sono diversi riferimenti al cannibalismo (il racconto della Spedizione Donner, il riferimento alla fiaba di Pollicino di Wendy, la celeberrima citazione alla fiaba dei Tre Porcellini di Jack Torrence…).

Il genere dei cannibal movie è intimamente legato a quest’epoca, specialmente nel suo massimo esponente, il capolavoro Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato del 1980.
Cannibal Holocaust è spesso definito uno dei film più immorali della storia del cinema, specialmente per le sue scene in cui veri animali vengono uccisi e smembrati (e poi mangiati subito dopo da indigeni e troupe). Non siamo qui per trattare la questione etica, ognuno faccia le proprie considerazioni. Complete calunnie furono invece quelle di coloro che al tempo pensarono fossero state perpetrate vere violenze ai danni degli attori e delle comparse, per quanto sicuramente non fu un luogo di lavoro spensierato.
Il film utilizza ampiamente la tecnica del mockumentary, ispirato dal filone simil-documentaristico iniziato da Mondo cane, e riprende non a caso il tema del bianco che deve addentrarsi in un territorio selvaggio per ritrovare un suo simile scomparso in mezzo agli indigeni, riecheggiando tutte quelle storie specialmente ottocentesche scaturite da episodi reali come quello notissimo del Dottor Livingstone. Una troupe di giovani giornalisti americani specializzata in truculenti reportage da zone di guerra scompare nella foresta amazzonica, quindi viene inviato alla loro ricerca l’antropologo Monroe: scoprirà una tribù intenta a consumare i resti mangiucchiati degli scomparsi e le registrazioni video che erano riusciti ad effettuare. La genialità della pellicola emerge quando l’emittente televisiva decide di visionare le registrazioni, scoprendo le atrocità commesse dai giornalisti ai danni degli indigeni per innescare situazioni di violenza da riprendere, finendo ovviamente per scatenare la loro tremenda vendetta che all’urlo di “continua a girare!” viene documentata fino all’ultimo secondo possibile. Monroe sconvolto dalla visione si chiede come Montaigne chi siano i veri cannibali disposti a usare la morte altrui per accrescersi.
Deodato riflette sulla violenza e la sua spettacolarizzazione, nonché sul voyeurismo malato del pubblico, ricordando la somministrazione della violenza dei film di Sam Peckinpah che ugualmente gioca con lo spettatore dandogli inizialmente ciò che vuole, ovvero uccisioni spettacolari e sangue, continuando a caricare la dose in modo graduale finché il disgusto per le scene e per se stessi che le aveva volute non lo satura completamente. Non a caso Peckinpah si disse ispirato dai reportage della guerra del Vietnam e Deodato da quelli truculenti sul terrorismo italiano degli anni ‘70. Il cannibalismo torna a essere la cifra dell’incapacità della società occidentale nel capire e rispettare il diverso, bloccata nel suo considerarsi il migliore dei mondi possibili e morbosamente attratta dai comportamenti controversi delle altre culture che pure ritiene esecrabili.
Un esempio di questo comportamento mai sparito emerge ad esempio nella questione dell’harem nel periodo dell’Orientalismo settecentesco in cui ci fu una vera e propria ossessione per questo aspetto della cultura islamica da parte dei bigotti europei, che trasformarono attraverso il filtro dei propri feticismi e dei propri pregiudizi ignoranti quello che era né più né meno che un gineceo in un bordello personale con lascive schiave pronte a soddisfare qualunque desiderio.
Il cannibalismo non è però solo un comportamento proprio di società esotiche e una chiave di lettura antropologica, ma anche una delle deviazioni psichiatriche più spaventose, per quanto rara. La passione del pubblico per la figura del serial killer psicotico che dagli ‘70 e ’80 imperversa senza tregua nel cinema viene soddisfatta dagli adattamenti della creatura letteraria di Thomas Harris, Hannibal Lecter, interpretato nelle sue incarnazioni più famose da tre attori talentuosi e carismatici come Brian Cox, Anthony Hopkins e Mads Mikkelsen.
Hannibal Lecter deve il suo fascino alle contraddizioni interne del personaggio: è uno psichiatra abilissimo ma anche un folle, un raffinato gentiluomo ma anche un violento omicida, un esteta buongustaio ma anche un antropofago. Uccidere e mangiare le sue vittime non sono per lui azioni che soddisfano l’animale irrazionale dentro a ogni uomo, ma al contrario la massima realizzazione della spiritualità e del senso del sublime di un’anima che si considera superiore ai suoi simili. Nel film Manhunter del 1986 di Michael Mann, Hannibal afferma che uccidere è il massimo piacere perché è quello che Dio fa per maggior parte del tempo, e se uno facesse quello che Dio fa continuamente, diventerebbe simile a lui. In fondo è lo stesso concetto di quell’atto cannibale che è l’Eucaristia, in cui i fedeli mangiano il corpo immortale di Cristo per rendere il proprio egualmente immortale e superiore, impossessandosi della sua forza come i guerrieri di tante culture che mangiano il fegato dei nemici uccisi, o come i primi senatori di Roma che mangiarono Romolo per non far sparire il suo potere dalla città.

Un’altra pellicola che riprende queste tematiche è The Neon Demon del 2016 di Nicholas Winding Refn, un film esteta e simbolista, un ipnotico trattato sulla bellezza e sulla sua fondamentale importanza nei rapporti umani e sociali.
Una ragazza bellissima e innocente ascende in un mondo della moda onirico e irreale, fino a diventare bersaglio di quella che può essere definita una congrega di tre streghe della bellezza, o kalomanti. Le tre la uccideranno e la mangeranno, cercando di impossessarsi di quella perfezione, di quella purezza ormai da tempo perduta. Due di queste sono modelle un tempo di successo ormai parodie di se stesse a causa della chirurgia plastica, l’orrenda bestemmia dell’uomo che cerca di ricreare l’armonia imperfetta della natura. Una riuscirà forse nel suo intento, l’altra semplicemente non riuscirà a trattenere questo potere al suo interno, vomitando l’occhio della vittima, lo specchio della sua anima, per poi suicidarsi. La terza, una truccatrice omosessuale dagli intenti predatori (la sua casa è piena di grossi felini impagliati), vedrà finalmente soddisfatta la sua infinita voglia di possesso: il cannibalismo torna a essere quello delle fiabe tradizionali in cui il mangiare donne e bambini era una metafora della violenza sessuale (tanto che nella versione originale di Cappuccetto Rosso il lupo spoglia la ragazzina prima di divorarla).
Come scriveva William Blake, “il cibo sano lo si prende senza reti ne trappole”, quindi per favore non mangiate la salute e la libertà dei vostri simili.
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@ILLUS. by AI STYLE TRANSFER, 2020







Un film che affronta in maniera interessante il cannibalismo è “Grave” di Julia Ducournau. Interessante perché spoglia dei simboli l’atto di mangiare la carne delle persone e contemporaneamente lo mostra con crudezza, quasi come fosse una cosa “normale”, affrontando in realtà il dramma adolescenziale della protagonista.
Altri film interessanti sull’argomento sono La carne di Marco Ferreri, l’insaziabile di Antonia Bird, Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet o The Bad Batch di Ana Amirpour..
Bones and All è adesso al cinema. In queste pellicole il cannibalismo si lega di volta in volta a tematiche diverse: il desiderio, l’amore, la necessità di assecondare la propria natura o quella di una società distopica. Ce n’è per tutti i gusti!