L’OLTRE-FILOSOFO: A TUTTO SCOPO!
Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.
Disse Albert Einstein a Gilbert Fowler White[1].
Einstein non aveva l’accortezza nel parlare propria del filosofo, ma comunque pare avesse capito tutto. Aveva cioè compreso che o Tutto si comprende o Tutto si esclude. E in questa sentenza, si può dire, dal canto del suo parmenidismo porta a compimento il deismo tipico dello scienziato nel panteismo già proprio del primo vagito filosofico. “Essere è”, Uno, indivisibile (atomico), eterno e divino in ogni cosa, che altro non è che attributo della Sostanza semplice, infinito in atto mancante di nulla (e dunque mancante di potenza, in quanto quella è deficiente in sé stessa).
Eppure a taluni ciò non piace (tra gli attributi dell’Essere figurano anche i negazionisti dell’Essere). E allora si contesti tutto e si introduca il principio di contraddizione, come fanno Hegel e Gentile. Ogni cosa nell’essere sé stessa è anche comprensiva e identica al proprio contrario, è non-sé stessa. Il Sapere sia l’informazione (in-formatore) ma non le forme (dunque la capacità di trasformare – Niente è il miracolo che annulla le forme).
La diatriba sull’eternità (divinità) o meno delle forme impegna strenuamente i metafisici skillatissimi. Che comunque su alcuni punti sono d’accordo.
Resta impossibile dire la Verità. Qualunque sentenza prodotta non sarebbe la Verità, nel dirLa, o almeno non La sarebbe più né meno di qualunque altra cosa. Non si può possederLa dunque, ma comprenderLa sì (se si accetta di esserNe compresi). Sia messo tutto a sistema sotto identità e non-contraddizione o sia messo tutto a sistema sotto differenza e contraddizione e la riduzione della Verità come prima legge della fisica è servita: “Essere è“, autonoma o “Panta rei“, eteronoma. La “teoria del tutto” consiste, invece, nell’essere spettatori-attori (gonzi) di vicissitudini che, che siano o accadano, sono una porzione del tutto.
Resta impossibile trovare il problema. Tutto costituito della propria ricerca, il problema o non è in quanto tutto è sé stesso, o è (e non è) tutto e non è anomalo perché il problema (l’essere, anche, non sé stesso) è la condizione, incondizionata, dell’accadere delle cose. Il problema è la stessa universalità dell’Universo.
Resta impossibile negare. Al netto dell’attualità incontestabile, lo si può fare solo metafisicamente, appunto, senza poter verificare la negazione. Con buona pace di tutti gli sforzi fatti da Platone in poi.
Pare così vana la filosofia per altro in conformità con il suo aristotelico assunto. E quindi che fanno i filosofi?
Comunque impossibilitati a far niente, i filosofi si nascondono nelle ombre come alla luce. Specialisti dei discorsi sull’Unità del Tutto, non possono scegliere un oggetto di cui fare teoria, fermandosi alla panoramica. Perché dovendo parlare di una parte, astratta, si dovrebbe comunque parlare delle relazioni, così ritenute, di quella parte con tutto il resto. Non si dà specialità teor(et)ica. Quella è immediatamente pra(gma)tica.
Anche loro, dunque, fanno cose. Come tutti. Occhio però: il training autogeno nelle stanze della metafisica li ha resi estremamente lucidi. Lontani dai cincischiamenti metafisici quelli sono inarrestabili. Niente li fermerà.
Taciturni, silvani, sin troppo tolleranti. Sono inutili? Ditegli di avere scopo: li avranno tutti e nessuno! Siano miracoli o no…
[1] White citò questa frase che avrebbe detto Einstein, ma non disse in che occasione (fonte).
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@ILLUS. by NICKEAYS, 2019






Poveri noi… non possiamo fare nulla (proprio così)… Se tentiamo di dire una parte, stiamo necessariamente sottintendendo il tutto (anche la sua negazione). Il linguaggio – e dunque il soggetto – è impossibilitato ad astrarre. Non possiamo scalfirlo, questo Tutto, per quanti articoli e quante pagine scriviamo! Ecco il nostro “dramma interiore”. Condivido.
DESTINY KID