STORIA DI UN LIBRO QUALUNQUE
Due fattori determinanti, ovvero il fatto di essere uno spropositato amante dei libri e quello di essere un altrettanto spropositato poveraccio, mi conducono spessissimo alle corti dei venditori di libri di strada. Anche se ho in mente in particolare quelli che sostano presso la Via Po torinese immagino che ne esistano praticamente in ogni città. Si tratta di bancarelle di medie dimensioni ricolme di libri usati di ogni genere, dimensione e argomento, dai trattati di antropologia, ai grandi romanzi classici fino ai numeri sparsi di giornaletti a fumetti assortiti. Tutte le volte che cammino per Via Po, se non sono di fretta, ho la certezza quasi matematica che tornerò a casa con un libro in saccoccia; un libro che ovviamente sarà facile aggiudicarsi a un prezzo vantaggiosissimo. Penso, in quest’ottica, di aver fatto i migliori affari della mia vita presso quelle bancarelle.
Il fatto che non sempre i libri siano disposti secondo una logica o ordinati in base ad autori e argomenti a volte richiede un certo dispendio di tempo per selezionare il proprio acquisto (va da sé che io, se potessi, ne comprerei intere bancarelle, ma vi rimando alla seconda delle due premesse che ho fatto poc’anzi). Ciò comporta un processo di osservazione e ricerca attiva che mi vede spesso chino in ginocchio a visionare i volumetti nelle scansie più basse (che possono celare delle insospettabili perle), oppure farmi spazio tra un titolo e l’altro impilando di lato ciò che non cattura il mio interesse (ma rimetto sempre tutto in ordine una volta finito il lavoro, giuro!) fino a che, come un piccolo diamante riportato alla luce dalle mie picconate di minatore libresco, non mi si presenta il tomo prescelto che verrà a casa con me.
Questa è la storia di uno di essi. Si tratta di un libro dalla copertina estremamente sobria, color tra il granata e il mattone, che mi colpisce mentre sto scartabellando fra i libelli di poesia. Quando si dice che un libro non lo si può giudicare dalla copertina a volte la cosa va presa alla lettera: le copertine dei libri di una volta sono praticamente mute, limitandosi a presentare il titolo dell’opera con al massimo una piccola cornice; ben poca cosa per esprimere un giudizio. Dunque parto proprio dal titolo: “Poesie di Vittorio Betteloni”. E chi è? Non ne ho la minima idea, ma decido di sfogliarlo brevemente tra le mani. La prima cosa che mi colpisce è la sua materialità: sembra un libro molto vecchio, con pagine ingiallite (pur se ben conservate) e una rilegatura che mostra i primi segni di cedimento. La seconda cosa notevole è la caratura delle due prefazioni al libro: la prima è nientemeno che del Carducci, mentre la seconda è di Benedetto Croce. È un buon segno; se il primo Nobel della letteratura nostrana e il più grande filosofo italiano dello scorso secolo hanno avuto la premura di contornarne l’opera, ci sono buone probabilità che il Betteloni abbia qualcosa di interessante da dire. Decido quindi di accordagli la mia fiducia e, al modico prezzo di un deca, il libro è mio.

Il libro
Prima di iniziarne la lettura lo soppeso tra le mie mani. Nonostante gli evidenti segni di decadimento è ancora sufficientemente solido per essere sfogliato senza timore che le pagine si sbriciolino durante il processo. Anzi, la qualità della carta sembra davvero ottima per gli anni che ha. Giustappunto, quanti anni ha? Che sia un libro vetusto è più che evidente, ma ancora non mi sono premurato di stabilire con precisione la sua anzianità. Passo quindi all’analisi del frontespizio. La prima cosa che mi si presenta è una fotografia del Betteloni con tanto di firma (ha un tratto un po’ sghembo, ma tutto sommato elegante); è un ritratto borghese tipicamente ottocentesco: il mezzo busto di un uomo barbuto imbellettato e ben posato. Bene, ora so che faccia ha il mio poeta. Proseguo e mi imbatto in una pagina che titola “avvertenza dell’editore” (che è Zanichelli), la quale informa il lettore che le poesie contenute nel volume non esauriscono del tutto l’opera poetica del Betteloni, ma ne costituiscono il meglio opportunamente selezionato. La data dell’avvertenza è 14 marzo 1914. Non è però necessariamente detto che sia anche la data a cui risale il volume, che potrebbe essere una ristampa successiva. Ma un’annotazione sulla terzultima pagina del libro dissipa i miei dubbi: “finito di stampare il dì XV di aprile MCMXIV nella Tipografia di Paolo Neri in Bologna”.

E dunque sono davvero in procinto di leggere un libro che ha più di 100 anni. Cosa che mi impressiona non poco. Ma ancora di più mi impressiona il fatto che risalga a un paio di mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. E subito la mia fantasia comincia a costruire la sua ipotetica storia. Il libro doveva sicuramente appartenere a un membro più o meno altolocato della borghesia dell’epoca, uno di quei pochi che, in un paese che presentava ancora un tasso di analfabetismo fra il 20 e il 30% e al cui interno la diversificazione sociale era piuttosto accentuata, avrebbero potuto dilettarsi con un libro di poesia di questa risma. Mi domando se al suo possessore, nel maggio dell’anno successivo al suo acquisto, sia toccato in sorte di partire per la Grande Guerra in veste di ufficiale; e chissà che il libro non lo abbia accompagnato in caserma, costituendo un piacevole sollazzo nei momenti di svago e di licenza. A giudicare dalle sue condizioni posso quantomeno presumere che non sia mai finito in trincea. Forse fu semplicemente lasciato in eredità, insieme ai suoi compari di una ricca biblioteca privata, ai famigliari del giovane ufficiale. E poi successivamente venduto insieme a tante altre suppellettili per far fronte ai duri tempi di crisi portati inevitabilmente dalla guerra.
Come che sia, non ho nemmeno cominciato a leggerlo e già mi ha offerto un numero non indifferente di suggestioni. Ma ora bando alle speculazioni. È il momento di familiarizzare con il contenuto dell’opera e soprattutto con il suo barbuto autore. Scopro che si tratta di un poeta veronese della seconda metà dell’800. La prima delle due prefazioni, quella del Carducci, è molto intricata; si tratta di un pezzo di bravura letteraria che descrive con rapide pennellate il panorama culturale dell’ultima metà del secolo (l’800, per l’appunto), riservando un posto e una lode anche al buon Betteloni, il quale sembra appartenere a una scuola poetica che si discosta da quella allora in auge nel novello Regno d’Italia. Già, perché il poeta veronese sembra prendere le distanze dalle tematiche politiche, patriottiche e risorgimentali, concentrandosi su quelle più liriche e intimistiche. Si tratta, in buona sostanza, di uno che scrive versi d’amore. Ma non di quell’amore mistico, ideale e ultraterreno che tanto infuocava i versi dei romantici, bensì di un amore misurato, sensato, con i piedi per terra. Per usare le parole con cui Croce apre la propria prefazione, Betteloni è un poeta “sano ed equilibrato”.
Effettivamente questa sua caratteristica rifulge immediatamente dai suoi primi versi, quelli che narrano le sue vicissitudini amorose nelle varie età della vita e presentano l’uomo Betteloni intercalato nella propria quotidianità. Nulla a che vedere con i titanici e melanconici Werther goethiani, bensì un borghese di provincia che, anche dopo aver provato un’intensa passione e magari dopo una sonora cantonata, sa ripartire con buon piglio trattando la relazione sociale, finanche quella amorosa, come un aspetto mondano fra i tanti con cui bisogna necessariamente fare i conti. Da qui la sanità e l’equilibrio additati dal Croce, quei caratteri tipici di chi non fa della propria vita una tragedia, ma sa prendere le cose come vengono e con la giusta dose di filosofia.
I versi del Betteloni sono scorrevoli e piani, tanto per quel che riguarda la struttura metrica quanto per i soggetti trattati. Rispetto a tanti poeti dell’epoca ha il pregio di essere un poeta che ama la semplicità e che, soprattutto, ama farsi capire (non necessita di interminabili note a piè di pagina, né del continuo ricorso al dizionario). Ed è lui stesso a confidarlo al lettore nella prefazione scritta di suo pugno ai versi dell’ultima sezione del libro. Questa prefazione è la parte a mio avviso più interessante di tutto il libello. Qui il Betteloni parla di sé, del suo esser poeta, del suo modo di comporre e del suo rapporto con la poesia nostrana ed europea dell’epoca. Ciò che immediatamente viene messo in chiaro è la sua militanza letteraria, da ascrivere al panorama della poesia verista, della quale Betteloni dà la sua personale interpretazione:
E lo dico subito: poeta verista cominciai, e poeta verista finisco. Ma intendiamoci bene. I critici hanno dato a questo epiteto di verista un significato ch’esso non dovrebbe avere. Per i critici scrittore verista è quello, che si compiace di rappresentare cose sconce o almeno triviali e volgari. Secondo me invece, scrittore verista è quello, che unicamente trae soggetto all’opera propria dal vero, preferibilmente dal vero che è bello, ma non indietreggia neppure dinanzi al vero che bello non è.
Si tratta di un manifesto poetico che trova un puntello nel prosieguo della prefazione, quando il Betteloni, senza alcun tipo di dissimulazione, esprime il suo fastidio nei confronti della poesia romantica e soprattutto di quella simbolista allora in voga. È con un certo divertimento che scorro le sue puntuali lagnanze; un divertimento che probabilmente è dovuto al fatto che la mia epoca è dominata da un vuoto intellettualismo descrittivo-analitico che non prende mai posizione e si trincera ad ogni piè sospinto dietro ad un ormai intransigente politically correct. Il Betteloni, al contrario, non le manda certo a dire. I due poeti che più ne fanno le spese sono Mallarmé e Verlaine, considerati i principali artefici di quel modo di poetare che, con l’ossessione compulsiva della novità, finiscono per scribacchiare versi insensati e deliranti:
Ma per fare del nuovo, dell’insolito, del non mai tentato in Francia, questi sciagurati rinnegarono la principale e più preziosa dote della loro letteratura, e si diedero a scrivere cose prive di senso, che non hanno significato alcuno.
Nemmeno la celebre musicalità del verso propagandata da Verlaine viene risparmiata dal caustico Betteloni:
Ma santo Iddio, se volete della musica, andate a sentire il Barbiere di Siviglia, che vi divertirete: ai versi musicali di Paul Verlaine c’è da dormire in piedi.
Con una piccola dose di malizia mi immagino la desolazione e il diniego che Betteloni certamente avrebbe esibito se fosse campato abbastanza da trovarsi al cospetto dei versificatori ermetici e delle loro impenetrabili metafore.

Ad ogni buon conto, posso ora tirare le somme. Per una decina di euro ho avuto la possibilità di viaggiare in almeno un paio di epoche. Ai cento anni del mio libro si aggiungono le brillanti elucubrazioni letterarie di due spiriti d’altri tempi, Carducci e Croce, degna cornice d’un’opera poetica che, pur se fagocitata dalle pieghe della storia e mai giunta all’attenzione del grande pubblico, mantiene intatto il buongusto di uno scrittore vivace e accattivante, che nel suo piccolo seppe difendere il suo mondo e la sua concezione di che cosa voglia dire versificare e produrre arte. E che, conscio della sua modesta dimensione, sembra aver ancora qualcosa da dire a quei pochi che pure oggi intraprendono la dura strada della genuina fatica letteraria:
Non arrise fortuna a l’ardimento,
ed io rimasi a mezza via smarrito;
ma ho torto se mi dolgo e se mi pento:
ché quei non è d’ogni virtù sfornito,
che cade su la via d’un grande intento,
né senza lode è aver sol anche ardito.
Arena Poetika, sezione dedicata alla poesia e all’espressione formale nel Plug-in di Arena Philosophika
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