MEMORIALE
TANTI ANNI FA IN UN LICEO SOCIO-PSICO-PEDAGOGICO
Ho cominciato a fare l’insegnante ad un’età non proprio giovanile, sui trent’anni, convinto di intraprendere il mestiere più bello del mondo; avendo passato la vita a studiare ho sempre pensato che fare l’insegnante sarebbe stato il modo più naturale per “professare”, cioè condividere apertamente, i saperi acquisiti con fatica nel mio lungo apprendistato: del resto, pro-fessare è il verbo del pro-fessore, il quale, appunto, dovrebbe esaudire le promesse del verbo latino profiteor, che auspica un omen prestigioso: dichiarare pubblicamente ciò che si è imparato.
Solennemente ben rimpinguato dal “mandato” del Concorso Ordinario e orgogliosamente ben pasciuto dal “viatico” quasi sacramentale dell’Abilitazione, pensavo di avere tutti i sacri crismi per svolgere la mia missione nella Scuola. Sbagliavo. A parte qualche supplenza sporadica, il mio primo vero anno completo fu in un Socio-Psico-Pedagogico, Liceo della Formazione, come “supplente annuale”.
Ricordo, quando entrai in classe, il primo giorno, rimasi subito stupito: erano tutte femmine! neanche un maschio! Mi dissero che in questo tipo di scuola è così: si trattava di un indirizzo che aveva ricevuto la sua eredità dalla morte del suo vecchio padre, l’Istituto Magistrale, nel quale, si sa, l’utenza è sempre stata prevalentemente femminile. Cominciai così a toccare con mano quant’è difficile fare il docente maschio fra discenti femmine! Io ero allora molto sprovveduto, come insegnante, e non sospettavo minimamente quali pericoli si nascondessero sotto questo mestiere. Trattavo le mie alunne come delle figlie, a pacche sulle spalle, perché nessuno mi aveva mai detto che sfiorare un’allieva, anche solo con un dito, può avere conseguenze inimmaginabili; avrei potuto immaginarlo, se solo fossi stato meno ingenuo, ma non lo immaginai.
Andavo a scuola come ero andato fino ad allora nell’oratorio parrocchiale: con quei modi da compagnone, fratello di tutti, e con tanta buona fede. Vedevo quelle ragazze come vedevo me stesso: come delle buone figliole, anche loro sprovvedute ed ingenue, alle quali io dovevo trasmettere tante informazioni ed anche un po’ di formazione. Mi sembrava di essere un pescatore di uomini (anzi, di donne), alla maniera del buon pastore. A far lezione ci andavo sempre in giacca e cravatta, convinto com’ero che una professione così alta ed onorevole richiedesse una specie di “divisa”; e mi stupivo nel vedere che invece le ragazze, a scuola, ci venivano quasi tutte vestite nel modo più trasandato possibile; d’accordo, non sono mai stato un uomo di mondo, ma mi pareva, francamente, strano quel modo di vestire, almeno a scuola. Sembravano facessero a gara nell’apparire trascurate e sdrucite!
Anche la cosmesi di quelle ragazze non mi convinceva: o venivano a scuola struccate, con delle occhiaie che tradivano poche ore di sonno ed una faccia emaciata da una vita sregolata, oppure si truccavano pesantemente con un gusto che mi pareva molto dubbio. Avrei dovuto fregarmene, lasciar perdere, ma non sapevo ancora che a scuola, oggi, si deve fare così. Ero stato educato dai salesiani, dai quali ero andato per i due anni del ginnasio e per i tre anni del liceo (ovviamente classico) e mi avevano sempre insegnato che educare è farsi carico dei problemi altrui, a costo di passare per impiccione. Così non sopportavo quel modo indecoroso di andare a scuola.
Mi sentivo un paladino della Pubblica Istruzione, una specie di crociato partito per una missione affascinante. Salivo in cattedra tutto compreso dalla nobiltà del mio ruolo, cercando di trasmettere saperi ma anche di formare persone, come tanto si era raccomandata la commissione del Concorso Ordinario. Ritenevo la disciplina un mezzo indispensabile per ottenere qualsiasi obiettivo, e la perseguivo con tenacia con l’unico mezzo che conoscevo: la severità. Così, nel giro di pochi giorni, avevo già la fama di essere un “bastardo” (sic!), che poi vuol dire avere tutti contro, ma allora non lo sapevo ancora.
Narrare la mia storia significa però raccontare la storia del mio “rapporto” con una classe in particolare: una 1ª C, me la ricordo benissimo, perché da lì è cominciata ogni mia sventura. Questa classe è stata per me come una serpe, che mi sono letteralmente allevata in seno, senza accorgermene; una serpe che si nutriva della mia buona fede iniettandomi in realtà il veleno della malafede altrui. Io entravo in quella classe, e non mi accorgevo di nulla: le ragazze sorridevano sempre, e quel sorriso io lo interpretavo come un segno di fiducia nei miei confronti, come una tacita approvazione del mio operato; entravo in classe, loro si alzavano in piedi, e tutto sembrava andare come doveva andare. Ma non era così.
Un sordido e viscido malcontento stava in realtà covando sotto la cenere del nostro “rapporto”. Le ragazze cominciavano a compattarsi stringendo fra loro una grande alleanza: la grande alleanza che sempre stringono gli adolescenti quando pensano di dover intraprendere una guerra senza frontiera contro qualche docente. Questa alleanza è come un arco che si tende, si tende sempre più fino a quando un casus belli gli fa scoccare la freccia da tempo preparata; il bello è però che di questa tensione spesso il docente non ha nessun sentore! Il che è incredibile, se si pensa che ogni docente pensa sempre di essere riuscito ad instaurare, bene o male, con le proprie classi, il cosiddetto “rapporto”. È un “classico”, a scuola: non vedere nemmeno una nube all’orizzonte, e trovarsi improvvisamente nell’occhio del ciclone. Ma andiamo con ordine.
Dopo qualche settimana, ricordo, una mattina, era la prima ora, una ragazza, che chiamerò Crudelia, arriva, come al solito, in ritardo. Questa ragazza era la peggiore della classe: non studiava, reagiva rispondendo in modo maleducato ogniqualvolta la si riprendesse, e, manco a dirlo, veniva a scuola conciata in un modo impresentabile (trucco pesante, giubbotto borchiato, gonna ultracorta, seno di fuori…). Quel giorno la sgridai seccamente, per il ritardo; in quel periodo, l’ho già detto, tuonavo come un padreterno dall’alto della mia impeccabile giacca e cravatta, e mi sentivo forte del mio mandato istituzionale. Ma Crudelia non sembrò apprezzare un granché quella lavata di capo; io non me ne accorsi, ma da quel momento lei decise di farmela pagare.
Si sedette scocciata al suo banco e mi guardò con aria di sfida: aspettava soltanto un mio passo falso, per farmi cadere, ed era sicura che l’avrei fatto, quel passo falso. Infatti, esso era dietro l’angolo: pochi minuti dopo, un po’ “pentito” per aver calcato così tanto la mano, decisi di fare la pace, con un pretesto qualunque; notai che, quel giorno, Crudelia era venuta a scuola vestita in modo un po’ meno sfacciato del solito: aveva una camicetta bianca, abbastanza classica, un capo di biancheria che solitamente non apparteneva al suo look; quella camicetta, in qualche modo, mi sembrò una buona occasione per fare la mia offerta formativa: davanti a tutte le sue compagne, elogiai Crudelia per il suo aspetto meno impertinente del solito, quella camicetta le donava proprio: così si doveva venire vestiti, a scuola!
Mi sembrava, in questo modo, di aver preso due piccioni con una fava: aver risolto la tensione con lei, ed aver anche insegnato a tutte le sue compagne che persino una pecorella smarrita poteva convertirsi. Che ingenuità! In realtà la classe non aspettava altro: io avevo fatto, finalmente, il passo falso con cui mi avrebbero incastrato, e tutta la classe era testimone. Non solo, poco dopo feci addirittura un doppio passo falso: quando la campanella sancì la fine dell’ora, ricordo, c’era l’intervallo, ed io, prima di portare il registro in sala docenti, volli confermare la pace con Crudelia scambiando con lei due parole, in corridoio, in mezzo al via vai rumoroso delle allieve. La avvicinai, e, notando che sulla lingua aveva un piercing, le chiesi se le avesse fatto male metterselo, e cose del genere, tanto per familiarizzare un po’; tutto qui.
Com’è, come non è, dopo due giorni la vicepreside mi convoca; entro in vicepresidenza e lei chiude scrupolosamente la porta con fare sospettoso: il che non mi fa presagire nulla di buono (in genere quella porta restava sempre aperta). Senza ambage, la vicepreside mi dice: «Cosa è successo in 1ª C? Hai corteggiato Crudelia?». Io resto letteralmente di stucco. «Cosa? – chiedo senza rendermi ancora conto di quanto era successo – Come?». «Ma sì, hai parlato della sua camicetta… che ti piaceva… e poi anche del suo piercing… Senti, parliamoci chiaramente, Crudelia è una bella ragazza, lo dico anch’io, anche se sono una donna… Ammetti di averla presa in considerazione?». «No! Ma che?… – dissi confuso cercando di difendermi in qualche modo – Non è così!…».
Non lo sapevo ancora (lo capii mesi dopo) che a quella vicepreside non ero affatto simpatico. «Senti, a me puoi dirla la verità… Sai, il patrigno di Crudelia è venuto qui… voleva picchiarti, fuori… ma io l’ho calmato, e l’ho convinto ad andarsene…». Colpo di scena. Quel colloquio finì così. Uscii dalla vicepresidenza come stordito, quasi avessi preso un pugno nello stomaco, e da allora, nel mio stomaco, cominciò a formarsi una spiacevole acidità: iniziavo a somatizzare. Passavo tra i colleghi (non conoscevo ancora quasi nessuno) i quali, da come mi guardavano, sembrava sapessero già tutto (e non stento a crederlo, sapendo quant’è pettegolo il mondo della scuola). Comunque, nessun collega mi ha mai confortato, anche quando la favola della mia pedofilia cominciò a serpeggiare nell’istituto.
Sì, pedofilia, questa era diventata l’accusa. Apparentemente il mio lavoro proseguiva come sempre, ma in realtà tutto era cambiato. Alle mie spalle decine di bocche sparlavano compiaciute, ed io non le sentivo. In classe, tutto come sempre: le ragazze sorridevano (quel maledetto sorriso, sempre stampato come una maschera sopra ad ogni loro stato d’animo!), si alzavano in piedi, ma tramando nell’ombra.
Un sabato mattina, me lo ricordo bene, era finita l’ultima ora ed io stavo uscendo da scuola per andare a casa. Arrivo al centralino, e un’operatrice mi chiama: «Professore! C’è una busta per lei!». La prendo, esco fuori e la apro. Era una lettera protocollata, di colore giallo: veniva dalla presidenza. Non ricordo a memoria esattamente tutte le parole, ma qualche brandello mi è restato: io avrei fatto “apprezzamenti” (questa era la parola usata) sul trucco e sul modo di vestire delle mie allieve; ero tenuto a renderne conto per iscritto entro non so più quanti giorni (cinque? sette?). “Apprezzamenti”… Lentamente realizzai il tutto: si trattava di quei discorsi vittoriani che avevo fatto pensando di interpretare al meglio l’offerta formativa suggerita dal P.O.F., quelle prediche contro il “malcostume” ostentato da certe allieve a dispetto del luogo nel quale si trovavano. Che umiliazione! Ma come poteva, la preside, contattarmi così, senza nemmeno un colloquio, in un modo talmente impersonale! Sì, è vero, la preside non mi conosceva, non c’eravamo mai parlati, ma forse questa avrebbe potuto essere un’occasione buona per conoscermi, e, tra l’altro, per verificare di persona la fondatezza di quelle accuse così pesanti… come fa una preside a giudicare un suo docente senza nemmeno conoscerlo? Come fa a spedirgli subito un “avviso di garanzia” senza nemmeno cercare di capire con chi ha a che fare? Ma che modi sono? L’autorità ci chiede di confezionare guanti di velluto sempre più morbidi per i discenti e poi con noi docenti usa il pugno di ferro?
Fu allora che mi resi conto di come anche nella Scuola si usassero i famosi due pesi e due misure: uno per i discenti, e uno per i docenti. Comunque, io, l’arringa, la confezionai ben prima del termine imposto: mi misi la sera stessa al computer e spiegai tutto per bene in un “documento word”; quindi stampai, e poi imbustai, lasciando brevi manu la mia difesa al centralino; mittente: la preside. La quale, dopo aver letto, il giorno dopo mi convocò, e, con toni burocraticamente gelidi, mi fece il richiamo verbale, com’era suo dovere fare (alla faccia del rapporto umano!). Ma di questo più avanti. Ora proseguiamo con ordine.
Un giorno, ricordo, terminata la mattinata lavorativa, esco fuori dall’istituto e mi avvio come sempre alla macchina; metto in moto, faccio per uscire dal parcheggio, quando due scagnozzi, probabilmente minorenni, si avvicinano, e, attraverso la fessura del finestrino, che avevo leggermente aperto, mi chiedono: «Cos’è ‘sta storia delle telefonate?». Dalla faccia di quei due, e dalla situazione, mi resi subito conto che ero incappato in un “posto di blocco”: scappare sarebbe solo servito a rimandare l’incontro, perciò decisi di restare, e, per far capire che non temevo la sfida, spensi il motore e scesi dall’auto.
In piedi, al freddo, (mancava poco alle vacanze di Natale), davanti a loro, presi il coraggio a due mani e: «Che telefonate?» – chiesi – «Quelle al cellulare della mia ragazza!…» – rispose lo scagnozzo più alto. Non sapevo a cosa si riferisse, perciò domandai spiegazioni: venni a sapere che Crudelia aveva detto al suo ragazzo che io l’avevo chiamata sul cellulare! Passai i venti minuti seguenti (tanto durò, all’incirca, quell’incontro) a cercare di convincere il mio aguzzino che io, alla sua ragazza, non avevo mai telefonato; ero mica matto, telefonare ad un’allieva! eppoi non lo sapevo nemmeno, il suo numero di telefono!
Lo scagnozzo che faceva da “spalla” assumeva espressioni le più diverse, a seconda di ciò che ci dicevamo io ed il suo “capo”: sembrava un cane da guardia che sottolineasse con la mimica facciale il maggiore o minor gradimento delle parole in corso, così, tanto per far capire chi comandava, lì. Non so se qualche passante avesse notato la scena, ma c’era sicuramente di che incuriosirsi: un prof. in montgomery che confabula misteriosamente con due picciotti in jeans! Da una parte io, che sostenevo la mia innocenza, dall’altra loro, che mi imputavano un terribile reato; «…perché sa, i pedofili esistono…» mi sentii addirittura rinfacciare! Il contraddittorio fu animato, ma alla fine ne venni a capo: «Ha una sigaretta?» – sbottò il ragazzo di Crudelia – «Non fumo» – risposi; questo botta e risposta mi sembrò, e in effetti lo fu, un segnale inequivocabile di risoluzione: li avevo convinti! infatti, di lì a poco, i due scagnozzi se ne andarono biascicando un “buongiorno”.
Venni in seguito a sapere che il ragazzo di Crudelia era appena uscito dal carcere, per furto, non ricordo bene, o per spaccio, non so; ma non ha importanza, una cosa era certa, si trattava di ceffi da galera. Mi ritenni quindi soddisfatto di come era andata: poteva finire peggio (gomme della macchina tagliate, sfregio sul viso, eccetera). Nei giorni seguenti la mia gastrite peggiorò, e la mia serenità se ne andò del tutto. Un collega di religione, me lo ricordo bene, una cara persona, mi consigliò di sporgere denuncia, ma non lo feci. Avevo proprio tutti contro?
No. Seppi che qualche ragazza di quella famigerata 1ª C aveva anzi tentato di difendermi, mettendosi contro Crudelia, la quale, per tutta risposta, coronò il suo capolavoro con un’ultima azione intimidatoria: tanto per far capire alle sue compagne che era pericoloso contraddirla, Crudelia, un giorno, chiese a qualche suo amico di “aspettare fuori” le sue nemiche, tendendo una specie di imboscata che avrebbe dovuto mettere a tacere ogni voce fuori dal coro; l’imboscata però non funzionò: le nemiche di Crudelia la scoprirono in tempo, mi pare grazie a una soffiata, e rimasero a scuola per molte ore dopo il termine delle lezioni, aspettando che quella combriccola di delinquenti togliesse le tende, dopodichè tornarono a casa, fortunatamente senza problemi.
Mentre questi fatti avvenivano, a scuola, intanto, molti venivano a sapere, ma nessuno parlava. Una complicità perfetta, ordinata da una sapiente ed occulta regia della presidenza, insabbiava fatti e misfatti, e questo mi è sempre sembrato il lato più sconvolgente e scandaloso di tutta la faccenda. In questi casi, un docente è solo, contro un nemico invisibile, che gli tende alle spalle un agguato criminale con la forza di un’arma infallibile: la calunnia. La quale si allarga a macchia d’olio lordando tutti coloro che vi si avvicinano, calunniato in primis, e si fa forte di un’adesione contagiosa che coinvolge praticamente tutti: è questo lo spirito di corpo che unisce la categoria discente nella lotta contro i docenti!
La calunnia comincia prima da un’allieva, poi fa leva sulla complicità della classe dell’allieva stessa, infine cerca l’appoggio di altre classi: se il gioco riesce, tutta questa massa inferocita metterà nero su bianco la sua accusa scrivendo una lettera alla preside. La lettera al dirigente scolastico è lo spauracchio dei docenti, perché viene spedita a loro insaputa e a loro insaputa recapitata; essa è una vera e propria aggressione alle spalle. Anche a me toccò così l’onore di essere immortalato in una lettera alla preside: la “mia” 1ª C cercò la complicità di altre classi (non necessariamente mie) le quali, talvolta senza nemmeno conoscermi, apponevano la loro firma alla condanna sentenziata nella missiva, solo per il fatto che qualche loro amica mi aveva in odio, così, “per sentito dire”!
E poi è stupefacente pensare che tutta questa congiura può essere organizzata senza che l’interessato se ne accorga minimamente: le ragazze, negli intervalli, vanno da una classe all’altra, e, come formichine pazienti e laboriose, raccolgono le firme, le quali si accumulano sulla lettera in una lunga sequenza accusatoria; tramano, le ragazze, ma il tramestio subdolo del loro tramare è ben coperto dalla solidarietà scriteriata dell’omertà adolescenziale. Alla fine, la lettera era pronta: la preside me la fece intravedere, durante la convocazione che di lì a poco scattò, (come delle manette pertinaci), convocazione alla quale ho già accennato poche righe fa; era una lunga lettera scritta a più mani, avvallata da una lunga sequela di firme. In genere, lo scopo di queste lettere è sempre lo stesso: cercare di far licenziare il docente, toglierlo di mezzo, ma, che io sappia, non raggiunge mai lo scopo.
Come dicevo poc’anzi, queste convocazioni dei presidi sono quanto di più squallido possa immaginarsi: nel mio caso, poi, sembrava che la preside avesse più paura di quanta ne avevo io, sembrava non volesse, (come dire?) “sporcarsi le mani” più di tanto… prendeva umanamente le distanze dal mio caso interponendo fra lei e me la frigida etichetta della burocrazia: applicava il regolamento e basta. Me li ricordo benissimo gli algidi sorrisini con i quali trapuntava la calotta glaciale della sua presidenza! Invece di mettersi in gioco, invece di entrare nel merito della questione parlando a tu per tu, per capire come stavano veramente le cose, e, soprattutto, per cercare di capire chi ero io veramente, a costo di mettermi con le spalle al muro, lei si sdilinquiva in convenevoli insopportabili che sembravano tradire lo stesso imbarazzo puritano che può provare una bacchettona moralista messa di fronte a un tabù più grande di lei; si vedeva che avrebbe volentieri passato ad altri quella patata bollente, ma non poteva, la preside era lei, e lei doveva risolvere quella questione. La quale non venne risolta affatto: in questo modo, con quella procedura, la signora preside rispettò la legge, ma non certo il “suo” docente.
@ILLUS. by MAGUDA FLAZZIDE, 2020





