QUANTO FA UNA VITA?
Ciò che segue è una suggestione tratta dal manga Sugaru Miaki – Shouichi Taguchi, Il prezzo di una vita, edito J-Pop, Milano 2019.
Saresti interessato a mettere in vendita la tua vita?
Il prezzo di una vita, vol. I

Cosa rispondereste ad una domanda simile? Offerta inquietante e in fondo estremamente triste. Tristezza in chi la formula, in chi ritiene la vita un oggetto-feticcio, una merce trascendente il valore d’uso (e non chiediamoci se la vita possa essere filtrata nel suo uso: «vita, si uti scias, longa est» secondo Seneca) e tristezza di chi si stente avanzare tale proposta, tale possibilità; deve avere un’aria veramente triste per sentirsi proporre tale scenario. Ecco, tristezza è il sostantivo giusto. Il giusto colore del manga Il prezzo di una vita, riadattamento del romanzo di Sugaru Miaki Tre giorni di felicità (Mikkakan no kofuku).
Kusunoki è semplicemente un fallito. Un giovane ventenne che non è riuscito a combinare un bel nulla nella sua vita; squattrinato, amante di libri e musica, si vede costretto a vendere quei compagni, gli unici, della sua vita per sostenersi. Ironico come principio: prolungare una vita di sofferenze, un’irrazionale follia conservativa che non avrebbe suscitato altro che ulteriore sofferenza. Difatti, la possibilità di una svolta, di una scossa lo aveva fino ad allora tenuto in vita. E quando gli venne rivolta quella fatidica domanda, senza pensarci, il ragazzo vendette tutta la sua vita per una rendita annuale di 10000 yen (circa 80 euro). Gli erano rimasti solo tre mesi di vita. Ad accompagnarlo in questo percorso di avvicinamento alla morte fu Miyagi, la giovane che aveva proceduto con le pratiche per la vendita, ora divenuta sua sorvegliante, visibile solo a lui.
Vorrei soffermarmi sulla tristezza: che cosa è? Prendiamo spunto da una riflessione di Deleuze contenuta nelle sue lezioni a Vincennes su Spinoza. Spinoza è il grande filosofo secentesco del corpo. È il filosofo dell’immanenza pura. Si chiede Deleuze del perché il suo testo più importante si chiami Etica, pur senza trattare minimamente di questioni strettamente etiche. Perché l’etica non è morale; non richiede un principio superiore, gerarchico: l’etica è semplicemente la diffusione del corpo, l’estendersi del corpo, il passaggio interno al corpo, il flusso di intensità differenti. Il corpo è la trama e l’ordito la serie dei vari incontri; è l’occursus, ciò che occorre, che accade. Il corpo è esattamente il nodo di questi accadimenti, di questi scontri e di questi incontri. Il corpo di Kusunoki è tutto lacerato da una serie incontrollabile di incontri: il libraio che gli consiglia di vendere la vita, gli appuntamenti falliti con i suoi vecchi amici, la sua convivenza forzata con Miyagi. Come si articola allora la tristezza in questa serie di incontri?
Due sono i principi antagonisti che si scontrano: la Gioia e la Tristezza. Non sono in gioco qui aspetti spirituali o elementi trascendenti; la gioia e la tristezza altro non sono che combinazioni, che riconfigurazioni di rapporti: la Gioia è principio accrescitivo-aggregativo; la Tristezza è, di contro, diminutivo-disgregativo. Ecco allora che la storia di Kusunoki prende il suo senso all’interno di queste coordinate: che cosa può fare il corpo di Kusunoki? Vendere la vita è cercare di gettarsi in una combinazione disgregatrice, in una depotenzializzazione assoluta: l’annullamento di ogni occursus. Ma questa auto-scomposizione è invocazione di una nuova ricomposizione; il suicidio è aspirazione ad una vita diversa, migliore. Semplicemente, più potente.
E sarà la potenza il filo conduttore che guiderà il giovane in questo romanzo-manga di (s)-formazione: «Cosa può un corpo?» si è chiesto Spinoza, incontrato da Deleuze; cosa può un corpo, il mio, ha sperimentato Kusunoki nel suo cammino di avvicinamento alla morte. Si è illuso della potenza, ha brancolato nel buio inebriato da una presunta potenza. Una volta, una volta soltanto ha sperimentato sul suo corpo l’illusione della potenza: soverchiare il corpo altrui. «Forse… ero un po’ stordito. In quel momento… all’improvviso, mi era venuta voglia di fare qualcosa di terribile a Miyagi» (vol. I)

L’inchiodarla al suolo, soddisfare i suoi appetiti: credersi potente, credere che la combinazione accrescitiva avrebbe potuto trovare compimento, che la Gioia si sarebbe realizzata. Si è trattenuto; perché? Così Deleuze lettore di Spinoza: «l’appetito bassamente sensuale decompone ogni rapporto possibile: trae piacere dalla distruzione» (Che cosa può un corpo?, p. 110). Decomporre il corpo altrui per una soddisfazione del corpo proprio, per una presunta combinazione accrescitiva di questa distruzione, porta verso una spirale di decomposizione, di devastazione; di un potere si tratta, certamente; ma di un potere nefasto che diminuisce la forza e che allontana sempre più da Gioia e avvicina sempre più a Tristezza. Ma «“[e]essere tristi” significa “essere fottuti”» (ivi, p. 60). E fottuto si sentiva Kusunoki.
Quanto può allora un corpo? Quanto fa un corpo? Potenza unica, che permette di superare la funtività, il sistema fisso, il rapporto 1=1 del quanto contabile: quanto fa il tuo corpo? 10000 yen l’anno. Però il quanto è una quantità strana. Deleuze la chiamerebbe quantità intensiva, quantità che ha in sé la natura del quale, della qualità, della differenza incalcolabile, infinitesimale. L’incommensurabilità della potenza, di una potenza la cui radice quadrata darebbe vita ad un numero irrazionale. Un rapporto che incrocia il calcolo differenziale, che tende all’infinito e che nel tendere si fa incomprensibile. Quanto fa un corpo? Cioè, quanto fa una vita? Il nonsense! Questo è ora quanto fa il corpo, la vita, ormai prossima alla morte, di Kusunoki. Fa l’incalcolabile, l’imponderabile, il senza senso: fotografare distributori «scattare foto a luoghi che sono a prima vista insignificanti» (vol. II). E questo lo salverà, in combinazione con l’amore, corrisposto, per Miyagi. Parlerà con lei, visibile solo a lui, di fronte a tutti; che lo dileggeranno, lo compatiranno e gli si affezioneranno. Quasi la metà delle persone che incontrava per strada erano felici al suo passaggio; forse

Ecco allora cosa fa un corpo, una vita: il conatus, lo sforzo, è per cercare la combinazione migliore, per cercare il passaggio dalla Tristezza alla Gioia. Ma questo non implica un esorbitare dai limiti dell’immanenza, dell’ontologia, della modalità all’interno della Sostanza-Dio spinoziana: è il processo della vita, l’immanenza di UNA VITA, che fa il nonsense, che fa la Gioia. Questo è quanto fa un corpo, il corpo di Kusunoki.
Il testo da cui ho tratte le riflessioni di Deleuze sulla filosofia di Spinoza è Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, Ombre Corte, Verona 2013, terza edizione.
@ILLUS. IN EVIDENZA E RIELABORAZIONE GRAFICA IMMAGINI NEL TESTO, by FRANCENSTEIN, 2020





