AIACE O DEL DESTINO
«Vir fortis cum fortuna mala compositus»: così Aiace viene definito a Roma, come riporta Seneca nel De Providentia, collegando la sua vicenda alla necessità logica del destino che su di lui si abbatte. Nel V secolo a.C. ad Atene calca la scena del teatro la tragedia di un giovane drammaturgo, Sofocle, che trova accanto a sé l’incombente ombra di successo di Eschilo.
Prima di procedere all’analisi e collegarci al ruolo del destino e degli dei per l’uomo greco, è necessario delineare la trama dell’opera: Aiace, accecato dalla delusione per non aver ricevuto le armi di Achille, dopo averle contese con Odisseo, viene punito da Atena per la sua tracotanza, avendo infatti rifiutato l’aiuto degli dèi in battaglia. Convinto di far strage degli Achei per vendetta, uccide in realtà gli armenti del campo greco e il penoso spettacolo viene mostrato da Atena ad Odisseo che, dopo un primo godimento, amaramente constata il travisamento del compagno. Aiace si rende conto dell’accaduto e per la vergogna concepisce l’idea del suicidio, che porta a compimento dopo aver falsamente rassicurato il coro e la compagna Tecmessa. Nella seconda parte della tragedia, che qui non verrà analizzata, con uno schema simile a quello che si riproduce nell’Antigone, si discute della sepoltura del corpo, il cui divieto inizialmente imposto dall’auctoritas di Agamennone e Menelao verrà eliminato grazie all’intercessione dello stesso Odisseo che consente al compagno il giusto rito funebre.
Quasi tutte le storie della letteratura greca pongono l’attenzione sulla centralità solitaria dell’eroe, colpito da un destino avverso che trova espressione figurata nella menomazione mentale: è “l’eroe reso folle dagli dei”. Questo consente in primo luogo di approfondire il ruolo che gli dei avevano per l’uomo greco e in secondo luogo di sorpassare questa prima interpretazione, evidenziando quelli che sono i limiti della follia di Aiace e della menzione che Sofocle merita per aver posto sulla scena il primo eroe moderno, del tutto differente dal soggetto eschileo.
Cercare di definire il destino per l’uomo greco in modo esauriente è impossibile e il termine stesso ‘destino’ non è sufficiente: si può però tentare di fare una disamina a partire da alcune espressioni lessicali. Uno dei modi più straordinari che la lingua greca ha utilizzato per dar voce al gravoso avvertimento che l’uomo aveva di non poter fare a meno di compiere le proprie azioni si trova in Iliade XVII, 514: «giace sulle ginocchia degli dèi», un modo pittoresco per indicare un’incombente forza superiore, un dio che ispira o che acceca. Il fato è sempre correlato all’immagine del legare, un vincolo, un laccio che tiene immobile l’uomo, in trappola, costretto a rimanere seduto di fronte all’incommensurabile potenza dell’oltre: «Tale è la misera esistenza dei mortali, così incompiute le loro speranze, su cui sono sospesi i fili delle Moire». (Epigr. Gr., 151 Kaibel).
La necessità della moira è infatti concretizzata ma allo stesso tempo resa astratta da tre figure che tessono o legano il destino, Cloto, Lachesi e Atropo: la prima filava il filo della vita; la seconda dispensava i destini, assegnandone uno a ogni individuo e stabilendone anche la durata; la terza tagliava inesorabilmente il filo della vita al momento stabilito. L’immagine del legare è ulteriormente sostenuta dall’espressione omerica μοῖρα πέδησε, equivalente di «condannato a morire», stessa radice di πέδαι, i ceppi intorno ai piedi, come se ognuno di noi fosse legato ad una sedia, costretto a sottostare alle leggi del fato senza potervisi opporre. Sarebbe però troppo riduttivo assegnare un ruolo totalizzante agli dèi: spesse volte essi si lamentano, come accade in Iliade I, delle colpe innumerevoli che i mortali attribuiscono loro, quando in realtà esiste un qualcosa che eccede, che li supera e li sovrasta, definito ὑπὲρ μόρον, al di là di ciò che è stato destinato, ma come afferma Ettore, rivolgendosi ad Andromaca, «il destino, ti dico, non c’è uomo che possa evitarlo, sia valoroso o vile, dal momento che è nato», come se ogni sorteggio fatto non indicasse altro che una semplice accettazione di una decisione stabilita dall’imparzialità del caso. Odisseo, nel poema omerico, si rivolge ad Aiace con le seguenti parole: «e nessun altro fu il colpevole, ma Zeus terribilmente odiava l’esercito dei Danai armati di lance, e su di te impose la moira».
Il mondo omerico e il mondo eschileo sono infatti segnati da una rapporto inscindibile tra colpa-pena: prima lo spettacolo della follia di Aiace, poi la sua rovina, il tutto per opera di Atena, offesa dall’eroe che aveva, come già detto, rifiutato l’aiuto degli dei in battaglia. Una prima interpretazione, e per alcuni aspetti corretta, ha fatto dunque parlare di follia di Aiace, definito pazzo: nel mondo greco i pazzi erano evitati, ma considerati in primo luogo come degni di venerazione, poiché erano a contatto con il mondo sovrannaturale e spesso manifestavano poteri sconosciuti agli uomini comuni, come Aiace, che viene detto parlare in modo sinistro, in un linguaggio «che nessun mortale, ma un demone, gli aveva insegnato».
Nella tragedia così si legge: «E ora mi preoccupa Aiace, colpito da una follia divina, incurabile»; è chiaro che qui l’interpretazione di cui sopra si è parlato trova il suo più profondo fondamento, ma è altrettanto in questo punto che si cela l’errore, poiché a parlare è infatti il coro, il rappresentante primo dell’istituzione e dei valori dell’uomo comune. Sofocle non può vedere come Eschilo una netta divisione tra bene e male, coglie soltanto la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda e quindi il destino ha dell’indecifrabilità la sua marca più segnante. Come dice Steiner, «Chiedete giustizia o spiegazioni, e per tutta risposta vi giungerà il sordo muggito del mare»; l’uomo è tanto grande quanto misero, così fragile da essere legato dal destino, così forte da riaffermare la sua dignità. Aiace non è folle e la sua compagna per tutta la sua esistenza e vicenda tragica non è altro che la sofferenza. Sofferenza che si manifesta nella consapevolezza, attraverso il dolore, di discrasia fra sé e il mondo, della solitudine che vede se stesso e ciò che sta attorno come incompatibili.
Ogni sua parola è intitolata all’incomunicabilità e il punto massimo della sua operazione è raggiunto nella Trugrede, il discorso ingannevole in cui finge di riadattarsi al mondo e di aver rinunciato alla sua ipotesi suicida:
Tutte le cose il tempo, immenso, innumerevole, porta alla luce se sono nascoste, e le nasconde se sono manifeste. Nulla è impossibile: crolla anche il giuramento più sacro, si piega l’animo più duro. E io allora, forte come ferro temprato, tenevo saldi i miei propositi. Ma ora questa donna ha raddolcito le mie parole. Provo pietà, a lasciarla vedova tra i nemici, insieme con il figlio orfano di padre. Andrò ai lavacri, nella radura in riva al mare, per purificare le mie macchie e sfuggire alla furia feroce della dea. E quando sarò giunto in un luogo non calcato da orma umana, scaverò una buca nella terra e là nasconderò la mia spada, la più odiosa delle armi, dove nessuno possa vederla. […] Perché io non dovrei imparare a essere saggio? Ho appena compreso che il nemico merita odio, ma fino a un certo punto, perché un giorno potrebbe anche amarci. E farò del bene agli amici, ma sapendo che non saranno amici per sempre: per la maggior parte dei mortali è porto infido, l’amicizia. Ma tutto andrà bene. E tu, donna, entra nella tenda e prega gli dei che i miei desideri siano esauditi! Voi, amici, al pari di lei, rispettate le mie volontà, e quando Teucro sarà qui, ditegli di occuparsi di me e di essere benevolo con voi. Io vado là dove devo andare. Voi eseguite i miei ordini, e forse entro breve saprete che anche se adesso sono nella sventura ho trovato salvezza (Sofocle, Aiace)
Come dirà Hillman, il suicidio è il tentativo di passare violentemente da una sfera ad un’altra, attraverso la morte e, una volta compiuta la scelta, la persona è di solito decisa e calma e non dà segno dell’intenzione di uccidersi, essendo ormai passata dall’altra parte.
Il coro non può cogliere le anfibologie presenti nelle parole di Aiace che così si allontana e si suicida gettandosi sulla spada, un’azione che gli consente di non tralasciare il codice eroico richiesto ad ogni guerriero e sanando la ferita quantomai profonda nella civiltà della vergogna in cui si trova a vivere. Il percorso da fare per arrivare al recupero della propria dignità è lungo e Aiace lo percorre tutto, nella sofferenza. Qui si consuma il punto di incontro imprescindibile tra dolore e cognizione,
poiché nel dolore l’eroe fa esperienza di una limitazione radicale e poiché questa esperienza si accompagna all’idea di uno scontro, di un corpo a corpo fra opposte individualità, la percezione del limite è ciò che tramuta la sofferenza in un’epifania tragica (Tratto da Montanari – Montana, Storia della letteratura greca)
Aiace non si suicida per follia, si suicida per la sua cognizione del dolore: per citare un’ultima volta Hillman, la tragedia nasce sempre in extremis, quando si è messi alle spalle al muro e non resta che tentare il salto mortale verso un altro piano dell’essere. La tragedia è il salto che fa uscire dalla storia per entrare nel mito; la vita personale è trafitta dai dardi impersonali del fato. L’esperienza della morte offre a ciascuna esistenza l’apertura alla tragedia e poiché tragedia e morte sono necessariamente intrecciate, l’esperienza della morte ha la violenza lancinante della tragedia e il senso tragico della vita è la consapevolezza della morte.
L’ho conficcata io, nella terra, a fondo, perché sia benevola con me, mi dia una morte rapida. Sono pronto (Sofocle, Aiace)
Bibliografia:
Dodds E., I greci e l’irrazionale, Milano, BUR, 2009
Hillman J., Il suicidio e l’anima, Milano, Adelphi, 1964
Montanari F., Montana F., Storia della letteratura greca, Roma-Bari, Laterza, 2010
Omero, Iliade, a cura di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2010
Onians R.B., Le origini del pensiero europeo, Milano, Adelphi, 2009
Paduano G., Follia e letteratura, Roma, Carocci, 2018
Sofocle, Aiace, prefazione e traduzione di Maria Grazia Ciani, testo e commento di Sabina Mazzoldi, Venezia, Marsilio Editore, 1999
@ILLUS. by, FRANCENSTEIN, 2020
@LOGO by, FEBUS, 2020







Non è il Destino che ha un ruolo per l’uomo, è l’umano che ha (è) un ruolo, un personaggio, nel Destino.
L’umano non è legato al proprio destino da un’incommensurabile potenza dell’oltre, bensì dalla sua stessa determinazione, attualità del qui ed ora.
Il Destino è razionalità, incontraddittorietà e immutabilità della forma.