CANZONENOZNAC
Non è infrequente, nella poetica del cantautore Roberto Vecchioni, trovare tracce che riportino a un nucleo tematico fecondo, foriero di suggestioni letterarie e intellettuali che vanno dal mito di Narciso alla penna di Jorge Luis Borges, come quello rappresentato dalla questione del doppio. Esempi in questo senso sono Dentro gli occhi o Millenovantanove, incantevoli sussurri da godere al meglio durante le prime luci del crepuscolo, dove il doppio segue declinazioni esistenziali; ma è forse la palindromica Canzonenoznac, brano contenuto nell’album Ipertensione del 1975, che suggerisce in modo eloquente qualche riflessione intorno a taluni aspetti del tempo presente, in termini storici e sociali.
Giorgio Agamben parlò dell’uomo contemporaneo come di un uomo che ha raggiunto il proprio «tèlos storico»[1]. Siamo alla fine della storia, la dissoluzione di qualunque apparato simbolico e la compressione di ogni trascendenza ha portato alla distopia della totale quiescenza, tacitando pòlemos e consegnando il mondo all’immobilità. Disegnando in ultima analisi, per tornare al brano vecchioniano, una realtà definitiva e intrasformabile, dove la «speranza era un difetto, nel mondo ormai così perfetto». Nei contrasti sopravvive quella tensione di oltrepassamento che direziona lo sguardo verso un altrove: la speranza passa attraverso il contrasto tra un certo stato di cose e un’ipotesi di futuro diverso.
Ebbene Canzonenoznac è un altro modo per ragionare su quella perversione odierna del doppio che passa attraverso un contrasto fittizio e finisce per assumere i caratteri di una mera moltiplicazione schizofrenica di un’identità confusa e imbrigliata in un eterno presente. Il leader «della parte chiara» e quello «della parte scura», protagonisti della storia e paradigmi di una differenza che non esiste più, incarnano antipodi anacronistici in «un mondo ormai così perfetto» e vigilato da «polizia che costringeva soltanto a essere felici», omologo di quella condizione di perpetuo appagamento che Jean Baudrillard avrebbe definito «utopia realizzata», dove non esistono sogni né orizzonti alternativi perché tutto è concreto e raggiungibile. In una simile immanenza di qualsiasi forma, il passato finisce per perdere qualunque significato, fagocitato da un grande oblio che inghiotte e dissolve i ricordi, lo stesso che Vecchioni ricorda così: «era vietato, nel mondo nuovo, anche il passato». Impossibile la trasformazione, per mancanza di orizzonti alternativi; impossibile la conservazione, per mancanza di memoria.
Il «leader della parte scura, dietro una barba quasi nera» voleva ricordare, quello «della parte chiara, con quella cicatrice amara sul mento a forma di radice» voleva cambiare, eroi tardivi di un tempo immobile che nondimeno incappano nel peggiore dei paradossi, quello del sospetto reciproco: «e l’uno l’altro beffeggiava e l’altro l’uno ricambiava, pur descrivendo alla rinfusa due volti di una stessa accusa: che era impossibile cambiare, tornare indietro andare avanti, avere voglia di sbagliare». Nell’utopia realizzata tutto è alterato: la parte chiara e quella scura, che stanno in naturale rapporto di antitesi e di differenza, finiscono per coincidere unicamente come accusa inconcludente, dimostrando come non esistano più, in ultima analisi, né parti chiare né parti scure.
In questo senso qualunque differenza diventa posticcia. In quella distopia dove tutto è realizzato e non esistono più ragioni per alimentare alcuna tensione di oltrepassamento, nella utopia realizzata appunto, il contrasto finisce per designare la assenza di contrasti, la differenza la assenza di differenza, poiché tutto è tristemente sovrapponibile. Il doppio diventa replica all’infinito, riproducibilità anche tecnica che elude qualunque unicità, la quale resta in ogni caso il presupposto della differenziazione.
Quando questa consapevolezza diventa evidente crollano le maschere: è così che il leader della parte scura «si sentì stanco e in un momento, tolse la barba e sopra il mento apparve, a forma di radice, quella sua vecchia cicatrice».

[1] G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 79.
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