COSMOPOLITISMO ECOLOGICO E DINAMICA RELAZIONALE
Estratto da Simone Pollo, Generazioni future. Un’etica per l’Antropocene, Laterza, Bari-Roma, 2026, pp. 90-92
[…] il cosmopolitismo ecologico esprime l’istanza universalistica del cosmopolitismo classico declinando l’uguaglianza fra gli esseri umani come espressione del legame di tutti i viventi in una “unica rete” (per usare l’espressione di Darwin 2008, p. 218). La dimensione ecologica aggiunge all’universalismo del cosmopolitismo più tradizionale il carattere di interdipendenza che emerge appunto dalla comprensione ecologica del vivente. In una prospettiva di interdipendenze ecologiche darwiniane l’uguaglianza dei componenti della rete è anzitutto un fatto. Ciò non significa che l’uguaglianza morale dei membri di questa stessa rete derivi automaticamente da questa interdipendenza fattuale. L’essere non implica di per sé un dover essere, ovvero il piano della riflessività morale ha una sua autonomia dalla conoscenza empirica. Tuttavia, questa riflessività e la ricerca del punto di vista fermo e generale attingono dalla conoscenza empirica del mondo, anzitutto quella che deriva dai nostri migliori strumenti di descrizione della realtà, vale a dire la scienza (Pollo 2016a). L’idea di un cosmopolitismo ecologico si costruisce a partire da questa relazione fertile (seppure non di deduzione o derivazione diretta) fra la conoscenza empirica del mondo e i sentimenti che strutturano il carattere degli agenti morali.
[…]
Prima di passare a discutere del secondo carattere del cosmopolitismo ecologico, la dimensione temporale e intergenerazionale, c’è un punto che va chiarito. Nella misura in cui la virtù del cosmopolitismo ecologico è un’estensione riflessiva della virtù della giustizia esso non può essere assimilato a un generico “amore per l’umanità” (come in Nussbaum 1994). Già in Hume troviamo articolata l’idea che la benevolenza è sempre limitata e, pertanto, non può essere concepita come universalmente estesa all’umanità. Proprio la negazione di un “amore dell’umanità” era fra le accuse rivolte a Hume nello Specimen sui principi della religione e della moralità sostenuti in un libro di recente pubblicato, intitolato Trattato sulla natura umana, compilato dagli oppositori di Hume per impedirgli di accedere all’insegnamento nell’università: «Ed in generale si può affermare che non c’è nelle menti umane una passione come l’amore dell’umanità in quanto tale, indipendentemente dalle qualità personali, dall’utilità o dalla relazione a noi stessi» (Hume 1987c, pp. 34-35). Proprio come rilevato dai suoi critici bigotti, benevolenza e amore si rivolgono sempre verso individui specifici. Il cosmopolitismo ecologico è, quindi, parte della virtù della giustizia che ha modo di esprimersi e produrre azioni sempre in circostanze particolari.
Queste circostanze particolari sono quelle che riguardano la nostra condotta quando riflessivamente ne valutiamo la portata su scala globale in senso spaziale, ma anche nella dimensione temporale. Il carattere ecologico del cosmopolitismo oltrepassa anche i confini temporali e si orienta al futuro. Anche in questo caso la conoscenza ecologica del vivente contribuisce al processo riflessivo sulla virtù della giustizia. Nel quadro della sintesi estesa – che arricchisce il quadro dell’evoluzionismo darwiniano con nuovi concetti e metodologie – una nozione di grande importanza è quella della cosiddetta “costruzione di nicchia” (Odling-Smee, Laland e Feldman 2003). Con tale locuzione si intende il processo con cui gli organismi viventi plasmano il proprio ambiente, reagendo positivamente alle pressioni selettive e, pertanto, determinando essi stessi alcune condizioni di tali pressioni. Rispetto alle interpretazioni più tradizionali del darwinismo l’idea di costruzione di nicchia riconosce che la relazione fra organismo e ambiente è a doppio senso. Gli organismi subiscono le pressioni selettive dell’ambiente, ma a loro volta trasformano la nicchia ecologica in cui vivono con la propria attività. Così facendo, le condizioni ambientali che rappresentano un fattore di selezione vengono influenzate dagli organismi stessi che sono oggetto di quella stessa selezione.
Inoltre – questo è il punto rilevante per la discussione che qui si sta conducendo – questa costruzione di nicchia si trasmette alle generazioni successive. Essa è parte del meccanismo di ereditarietà nel processo di trasformazione del vivente. Le progenie degli organismi non ereditano solo i geni che ad essi vengono trasmessi dai loro predecessori attraverso il filtro della selezione naturale. Queste ereditano anche la nicchia ecologica costruita dalle generazioni precedenti e, a loro volta, la trasformano passandola alle generazioni successive.
Il concetto di costruzione di nicchia ci mostra appieno il carattere intergenerazionale delle relazioni ecologiche fra i viventi. Cosa possono aggiungere l’idea di costruzione di nicchia e l’idea di cosmopolitismo ecologico al dibattito già consolidato sulle generazioni future? La discussione sulla giustizia intergenerazionale parla prevalentemente di “beni” che le generazioni presenti dovrebbero distribuire equamente e in modo giusto con quelle che verranno. In questo senso, il rischio è un approccio “riduzionistico” nella misura in cui l’ambiente e gli ecosistemi possono venire scomposti in una serie di beni. Questi beni possono essere caratterizzati da valori differenti e, in linea di principio, può anche essere possibile operare scambi fra di essi. Ciò che può andare perso in questo approccio è la dimensione globale e interconnessa di ciò che si lascia o meno in eredità alle generazioni future e di come lo si trasforma (si potrebbe parlare di “dimensione olistica”, pure nella consapevolezza che l’aggettivo “olistico” si presta facilmente a vaghezze e a letture non naturalizzate).
La relazione che ci lega alle generazioni future non è riducibile alla sola distribuzione intertemporale di beni (temperatura media, acqua, suolo, biodiversità ecc.), ma è la trasmissione di ambienti ed ecosistemi che sono costituiti dalle relazioni dinamiche fra quegli elementi che possiamo definire in modo riduzionistico come “beni”. La dimensione temporale e intergenerazionale del cosmopolitismo ecologico cerca proprio di catturare questo fatto e mostrarne l’importanza morale. La virtù della giustizia, declinata come cosmopolitismo ecologico, riconosce l’importanza che avrà per gli esseri umani futuri il potere godere di questi ambienti ed ecosistemi nella loro interezza e complessità.
Come si è visto in precedenza, il nostro interesse verso le generazioni future non si può manifestare solo come un obbligo, ma anche come una forma di un più generale investimento che arricchisce e dà significato alla nostra esistenza presente. Gli ambienti e gli ecosistemi in cui viviamo sono la nicchia che abbiamo ereditato e che lasceremo a chi verrà dopo di noi. Verso questa nicchia possiamo provare emozioni e sentimenti differenti. Possiamo darla per scontata e non porre attenzione a quella rete di relazioni che abbiamo ereditato, che consente la nostra esistenza e le cui condizioni (che sperimenterà chi verrà dopo di noi) dipendono anche dalla nostra condotta. Possiamo, invece, anche porre attenzione ad essa e sviluppare sentimenti di ammirazione, di cura, di attenzione nei suoi confronti e verso le diverse forme di vita che la compongono. Questi sentimenti possono sorgere da innumerevoli fonti e la riflessione morale in senso stretto non è l’unica, e forse neppure la più importante (l’esperienza diretta della biodiversità o la sua narrazione possono, ad esempio, essere molto efficaci: Majone 2025). La riflessione che porta a riconoscere la natura interconnessa del sistema di relazioni che costituisce la nicchia ecologica (o le nicchie) che abitiamo e possiamo lasciare a chi verrà dopo di noi implica il riconoscimento della varietà e rilevanza delle forme di vita non umane che sono parte di questo sistema di relazioni. Ciò significa che porre attenzione alla dimensione ecologica della nostra vita non può che avere una dimensione interspecifica.
@ILLUS. by, 2025
GENERAZIONI FUTURE






