ELOGIO DEL SILENZIO
Il silenzio durante una riunione di lavoro, una sepultura o peggio ancora durante gli appuntamenti romantici sono silenzi tali che pietrificano l’uomo che in queste circostanze si sente svuotato della sua sostanza, di tutto quell’artificio linguistico al quale ha l’abitudine di ricorrere. Di fronte a tali silenzi, l’uomo si sente disarmato, gettato in un vuoto infame che sembra un nemico immateriale. Il silenzio è invisibile, impalpabile come un fantasma che regna ovunque non essendo, nel medesimo tempo, da nessuna parte. Ma questo nemico invisibile che ha per caratteristica primaria quella di essere così misterioso da divenire angosciante, potrebbe essere riabilitato in una realtà nobile e benefica? Non si può percepire un certo conforto nel silenzio e vedervi una possibilità di appagamento per mezzo dell’ambiguità che comporta per essenza?
Jean-Jacques Lubrina ha brillantemente inziato a trascrivere gli ultimi insegnamenti del suo professore Jankélévitch in una raccolta tematica dal titolo Vladimir Jankélévitch. Les dernières traces du maître (Vladimir Jankélévitch. Le ultime tracce del maestro, n. d. t.) e di cui una sezione è dedicata proprio alla riabilitazione del silenzio da parte del maestro. Difatti, il silenzio contiene una forza che il linguaggio non può esprimere. In maniera ancora più perturbante, il silenzio sarebbe esso stesso una forma di linguaggio da decriptare, più forte ancora che la parola sottomessa alla realtà dei suoni:
il problema concreto che pone il silenzio è che è soprattutto linguaggio. Un linguaggio che può dire tutto.
Il silenzio non si basa su di una tavolozza monocromatica; consta, come un dizionario, di molteplici significati e segni che differenziano tutte le scienze, le rendono singolari e cariche di significato. L’ambiguità del silenzio è ciò che fa la sua forza. Per esempio, nel caso del fenomeno amoroso, il silenzio è potente perché ambivalente: il silenzio della persona amata rende folli perché può denotare sia un segno d’amore eventualmente incoffessato, quanto, al contrario, uno di profonda indifferenza che arriva fino a far piangere la persona non amata. In 107 ans (107 anni, n. d. t.), di Diastème, il narratore, Simon, diviene folle a causa del silenzio di Lucie che ama e che non risponde più ai suoi appelli; arriva financo a supplicarla di ritornare a rivolgere i suoi pensieri a lui:
Che cosa fai? ti ho chiesto. Chi vedi? Di chi parli? Pensi a me tutto il tempo? Ti sovviene nello spirito il mio viso in ogni minuto, in ogni secondo? La mia voce il mio corpo le mie mani? Hai voglia di rannicchiarti di sentirmi di stringermi a te? Piangi lacrime di rabbia? Detestami allora, su! Dico davvero! Vomitami fuori da tutti i pori! Sputami addosso! Tagliami le vene, il collo, le gambe, le braccia! Ma pensa a me! Soprattutto, mi basta, pensa a me.
Questo silenzio si carica di tutti i possibili scenari per lui. Non sa se colei che ama pensa a lui o se è indifferente al suo amore; cerca così di stabilire un contatto anche solo tramite il pensiero perché l’ambiguità del silenzio è troppo pesante per lui. Preferisce che lei lo ferisca gridandogli contro piuttosto che vederla restare inattiva nel suo mutismo. Il silenzio di Lucie avrebbe potuto essere interpretato da Simon come una possibilità nuova di riconsiderare il loro amore, come l’opportunità di cogliere «una promessa, una speranza per l’avvenire, l’annuncio della primavera, breve occasione primaverile» che sottolinea Jankélévitch. Si tratta di una «pianissimo ascendente», che si ditingue dal «pianissmo discendente» e che è il «quasi-nulla essenziale», l’arresto paradossalmente essenziale alla relazione amorosa che permette di ridonare vigore all’esistente.
Ma il silenzio non è, come dire, così silenzioso, tanto che può essere analizzato in più modi. Jankélévitch distingue due categorie di silenzio: l’Ineffabile e l’Indicibile. A differenza dell’Indicibile, l’Ineffabile è un silenzio che si ricollega all’infinito, all’interno del quale noi possiamo vedere una infinita possibilità di essere e d’avvenire. Jankélévitch descrive l’Ineffabile molto poeticamente:
L’Infebbabile qualifica ciò che non si può dire proprio perché c’è troppo da dire, perché non ci sono abbastanza parole, né bocche o orecchie, per dire, esprimere e ricevere nell’istante ciò che la situazione evoca. Il momento è troppo ricco per poter esser commentato… allora è il silenzio che riempie questo istante grazie alla densità del suo non-commentario.
Così, il silenzio amoroso può, per esempio, essere letto come una possibilità d’amore illimitato, come un momento di immenso stupore al cospetto della grandezza dei sentimenti che ci sommergono. La persona amata può voler tacere, come potrebbe essere il caso di Lucie, perché non c’è parola sufficientemente potente nelle categorie del linguaggio ordinario per descrivere la forza delle emozioni che assalgono lo spirito umano. Il silenzio include, nella sua ambiguità massima, tutte le possibilità del mondo. Nel momento del silenzio l’essere umano non è imprigionato nella bassezza della realtà materiale; il silenzio, legato all’immaginazione, non deve essere percepito come angosciante, quanto piuttosto come la possibilità che tutto si realizzi per l’assenza di frontiere grazie alla sua prossimità con l’irreale. Il silenzio è immateriale e non è sottomesso al giogo delle realtà tangibili. È una sinfonia infinita e dolce se lo si vuole così, ma può benissimo esserne l’opposto, trasformandosi in tragedia greca, se si fa la scelta deliberata di rifiutare l’armonia che porta con sé. L’interpretazione positiva o negativa del silenzio risiede nell’uomo stesso che può scegliere tra due possibili, in fuzione della sua volontà: optare per una interpretazione del silenzio come un sublime Ineffabile o come un mortifero Indicibile.
Il silenzio comporta una densità che è necessario esplorare, passo a passo, esattamente come le nuove parole e regole grammaticali nell’apprendimento di una lingua straniera:
[c]osì, colui che penetra nell’intensità del silenzio, che ne esplora i moltelplici effetti sonori che sono queste intermittenze infinitesimali accede allora ai suoi mormorii – la perfezione di una parola, di un messaggio, di un sussurro della vita – che sono il contrario del nulla.
Il silenzio può per esempio può fare segno verso una confessione da decriptare attraverso la conoscenza dei suoi codici percettivi.
Per onorare il silenzio e farne fronte, più che autocommiserarsi, sarà dunque più fruttuoso gustarlo come un dolce elisir dai sapori inesauribili. Concluderemo allora così, con questa citazione di Jankélévitch:
[l]’audacia suprema sarebbe di guardare il silenzio e di lasciarlo parlare da solo…






