IDENTITÀ E DIFFERENZA
In questa breve trattazione introduttiva ma che si vorrebbe orientativa sull’argomento ci si confronta con una delle questioni fondamentali di qualsivoglia discorso. Difatti quando si tenta di brandire il linguaggio in un momento di presunta ri-cognizione[1] dell’esperienza si è costretti ad assumere che le parole possano indicare questo o quell’oggetto, che l’oggetto non sia totalmente intercambiabile con il soggetto, che i nomi non siano come i verbi. (Ossia che il linguaggio nel farsi segno di ciò che indica dicendolo non determini solo ciò che dice ma che possa anche cogliere ciò che indica). Scansando in questa sede le dissertazioni sulla ipotetica correlazione necessaria di una parola con l’oggetto che intende indicare, sulla ipotetica realtà dell’oggetto indicato e sulla possibilità che il soggetto sia o meno una realtà, individuale o universale, che instaura con l’oggetto un rapporto univoco, ci si getta nel cuore del problema interrogandosi su Identità e Differenza.
Nel tentativo di introdurre nel discorso filosofico la Differenza senza che essa necessariamente risulti dedotta dal Nulla, sì da presentarsi come l’individuale di ciò che assolutamente non è, si è condotti dal ragionamento, presto o tardi, a confrontarsi con la domanda: Identità e Differenza sono differenti?
Se si risponde di sì, si può già da subito notare come si sia usata una delle due parole per distanziare le stesse e, procedendo con il ragionamento, come, così assunta, la soluzione sembra porre d’innanzi a un quadro in cui l’Identità sembra alle prese con un’alterità, la Differenza, che accresce sé stessa unendosi anche alla differenza che la tiene distinta dall’Identità. Se, invece, si considerano differenti anche le due differenze che sono emerse in questo discorso, si viene a porre così una terza differenza e, proseguendo alla stessa maniera, una quarta e via dicendo. Così se si tenta la via opposta che vuole Identità e Differenza identificate sotto il nome dell’Identità, appare come tale nome sia intercambiabile con quello di Differenza, vanificando così la realtà della distinzione e la portata filosofica di qualsiasi discorso che su questa si fondi.
Altre considerazioni possono essere così esposte se Identità e Differenza vengono pensate come insiemi: l’insieme chiamato Identità appartiene a sé stesso? E quello chiamato Differenza?
Prima di rispondere a tali domande ci si può opportunamente interrogare su cosa o quali cose vi siano in tali insiemi. In quello con nome di Identità si può assumere che vi sia contenuta ogni cosa tale che essa sia identica a sé stessa. Avendo cura di non sdoppiare l’oggetto cui si volge l’attenzione in modo che si debba poi porre l’identità di A con A1, quando si presupponeva solo A, si può dire che ogni cosa, essendo, si possa anche dire identica a sé stessa. Così all’insieme chiamato identità apparterrebbero tutte le cose (potenzialmente, di fatto tutte quelle di cui si ha esperienza). A quello con nome di Differenza spetta una sorte differente. Ritenendo in esso contenute tutte le cose che sono differenti da loro stesse, quello si troverebbe vuoto e dunque a significare Nulla, essendone un sinonimo. Se in esso si suppongono le cose identiche a loro stesse quello si trova a essere identico all’insieme chiamato Identità, essendo un altro nome di questo. Così la Differenza sposta ancora la sua sede. Essa intercorre all’interno dell’insieme dell’Identità a connettere due o più cose che essendo loro stesse per loro stesse sono identiche, ma poste in relazione dalla differenza sembrano apparire come relativamente differenti. Tuttavia come è già apparso nel discorso la differenza così posta è all’interno dell’insieme chiamato Identità e, pertanto, rivela sé stessa come identità. Identità chiamata differenza che è identica a sé stessa e lega due cose in un vincolo che è un’identità. Le differenze che si possono così incontrare nell’insieme chiamato Identità sono individui identici a loro stessi chiamati differenze. L’universale in cui indurre tali differenze non può costituirsi perché esso è, in verità, già quello chiamato in questo discorso Identità e se tali differenze venissero estratte da tale insieme verrebbero condotte nel Nulla. Per altro a questo punto del discorso può dirsi come Identità altro non sia che un nome dell’Essere. Dunque possono venir rintracciate all’interno di esso anche altri individui che connettendo due cose identiche in loro stesse le predichino come relativamente identiche piuttosto che differenti in una relazione che è ciò che è comunemente detto identità, o uno dei comuni significati di questa parola. Le identità e le differenze sono così relazioni, identiche in loro stesse, identiche tra loro nel loro far parte dell’Essere e nell’esser differenti da ciò che è differente dall’Essere, il Nulla. Detto ciò ogni essente, ossia ogni parte dell’Essere, può avere nome di identità come di differenza, se ciò avviene, ossia se così è.
Rispondendo alle domande precedentemente apparse nel discorso, ossia se l’insieme chiamato Identità appartenga a sé stesso e se abbia o meno tale carattere anche quello chiamato differenza è possibile un’ultima dissertazione. Se si intende che Identità appartenendo a sé stesso sia identico in sé stesso senza sdoppiarlo alla maniera delle cose in esso contenute allora pare che si debba rispondere affermativamente: Identità appartiene a sé stesso. Alla Differenza tocca una sorte differente, ossia quella di non appartenere a sé stesso, dovendo scansarsi da sé stesso nel tentativo di essere differente in sé stesso uscirebbe da sé, per altro non trovando casa neppure fuori di sé. Poiché ciò che tenta di fare è di essere Differenza e quindi identificarvisi non potendo, pena essere Identità, o di differirvi non potendo, pena essere Identità.
Se quanto emerge sembra vanificare la possibilità di un discorso che inquadri Identità e Differenza nell’ottica di una loro gestione concettuale[2], va nondimeno ribadito che tale è l’esito del discorso filosofico, il Logos, che non si limita a queste considerazioni, ma offre altri percorsi analitici[3].
[1] Vd. Cognizione e ri-cognizione.
[2] Vd. Conceptum/exceptum.



