IN PRAETERITUM NON VIVITUR
«Una conoscenza del presente non dà al presente alcun carattere di necessità, una prescienza del futuro non dà al futuro alcun carattere di necessità (Boezio) – [De consolatione philosophiae (V, prosa IV): Nam sicut scientia praesentium rerum nihil his quae fiunt, ita praescientia futurorum nihil his quae ventura sunt necessitatis importat.] –, una conoscenza del passato non dà al passato alcun carattere di necessità; infatti, ogni comprensione, come ogni sapere, non ha nulla da dare.».
[Søren Kierkegaard: Briciole filosofiche – Queriniana, Brescia 1987-2012 – pag. 143]
Come, non ha nulla da dare? Ha – eccóme! – qualcosa da dare, la conoscenza: dà la coscienza soggettiva dei dati; certo, un ‘dato’ è “dato”, non ce lo siamo dati noi, ma noi possiamo elaborarlo, come per esempio un lutto, o come qualunque altra calamità che ci può cadere tra capo e collo: sennò, a cosa servirebbe, la psicoanalisi, la psicologia, la psichiatria…? E come! E come? La filosofia, il filosofare, è innanzitutto e per lo più il pensiero che cerca risposte a domande esistenziali: il verbo «cercare» – quaeso, is, quaesīvi o quaesĭi, ĕre, (3 tr.) – è il verbo che ricerca la risposta a un «quesìto» – quaesītum, i, (n.). Quesivi et non inveni. In verità, al di là delle svariate credenze religiose che cercano di soddisfare le insicurezze e le paure degli humani quaesentēs, è difficile giungere a una conclusione sulla Verità di queste proposte: quale, è veramente “d’origine controllata”?
Determinazione ad origine controllata. Così potrebbe chiamarsi la sigla D.O.C. nel Sistema filosofico di Hegel: ogni determinazione mediante la quale l’Essere ideale diventa Essenza reale passa per la supervisione di una Indeterminazione che con ferrea logica ontologica trasforma l’Idea pura in Concetto di un Giudizio che unisce Soggetto «essere-viv-ente» a Predicato «Essere-in-Vita». Il pensiero retroattivo gioca però ad Hegel un brutto scherzo, quando egli astraendo dallo ens cogitans (vivens) s’avventura alla volta di un esse cogitatŭm (Vita): è allora che il «pensiero» – cōgĭtātŭs, ūs, (m.) – nell’atto del «pensare» – cōgĭtātĭo, ōnis, (f.) – perde la cognizione esistenziale di se stesso in quanto viv-ente sublimandosi nell’empireo cerebrale di un «pensato» – cōgĭtātum, i, (n.) – astratto dallo esse vivens: come se l’«Idea di Vita» fosse un esse vivum che precede il Concetto di esse vivens alla maniera in cui
- PREMESSA MAGGIORE:
ego me cogito ens agitatŭm a Vita sistente.
- PREMESSA MINORE:
ego cogitatŭm sum me esse coagitatŭm in vita exsistente.
- CONCLUSIONE:
ego coactŭm sum ens a Vita sistente quod ab ea actŭm esse.
Più o meno in questo modo potrebbe suonare il sillogismo hegeliano del metodo assoluto che tanto spiace a Kierkegaard. Ivi si tratta della “cogènza” del cōgo, is, cŏēgi, cŏactum, ĕre, (3 tr.) che «raccoglie» concettualmente il diavolo e l’acqua santa nella cogitatio la quale cogitando «léga» Vita a viv-ente e perciò «colléga» «Essere ideale» ed «Essenza reale» con il λέγω di un «dire» che è anche un «collégo»: un con- + ăgo di cui coegīsse è l’infinito perfetto attivo dell’Idea.
- lēgo, as, āvi, ātum, āre, (1 tr.): dèlego.
- lĕgo, is, lēgi, lectum, ĕre, (3 tr.): collégo.
L’Idea hegeliana è una sorta di «làscito testamentario» di un’«Idea di Essere» che fa testamento prima ancora di nascere: un do → do-no → con-do-no che collega Essere ad ente come Vita a viv-ente quasi che Vita e vivente siano da sempre “collèghi”! Il testamento, per essere valido, dovrebbe avere un testimoniare testor, āris, ātus sum, āri, (1 dep. tr.) che produca un «tèste» – testis, is, (m. e f.) – per quanto, si sa, l’unico teste che collega la Vita al vivente è il «testìcolo», il quale, curiosamente, in latino suona omofonicamente testis, is, (m.) almeno grammaticalmente senza genere femminile.
lēgātum, i, (n.):
lascito testamentario: de mulierum legatis et hereditatibus, sui lasciti e le eredità delle donne; reddere legata, dare i lasciti.
[cf. lēgātus].
L’unico testimone che l’Idea potrebbe avere del proprio làscito esistenziale è hegelianamente un teste che nasce sempre quando detta Idea è già morta: l’essenza esistenziale dell’ente essente come presente in Vita nega la presenza sistenziale (e quindi ne afferma l’assenza) del proprio Essere Vita – l’assenza esistenziale dell’Idea è condizione dell’affermazione del Concetto che la afferma positivamente negandola come presenza esistenziale epperò anche affermandola come presenza sistenziale.
«La cosa in sé (Das Ding-an-sich), in quanto è il semplice esser riflesso in sé dell’esistenza, non è il fondamento (der Grund) dell’esserci inessenziale. È l’immota, indeterminata unità (es ist die unbewegte, unbestimmte Einheit), perché ha appunto la determinazione di esser la mediazione tolta (die aufgehobene Vermittlung), ed è quindi soltanto la base (die Grundlage) di quello. Perciò, anche, la riflessione, come esserci (Dasein) che si media per mezzo d’altro, cade fuori della cosa in sé (außer dem Dinge-an-sich). Questa non deve avere in lei stessa alcuna determinata moltiplicità (bestimmte Manigfaltigkeit), epperò l’ottiene solo in quanto portata nella riflessione esterna (an die äußerliche Reflexion gebracht); ma resta indifferente (gleichgültig) di fronte ad essa (dagegen). (La cosa in sé ha un colore solo in quanto portata dinanzi all’occhio – an das Auge gebracht –, ha un odore solo in quanto portata dinanzi al naso – an die Nase – etc.). La sua diversità (Verschiedenheit) consiste in riguardi (Rücksichten) che vengon presi da un altro, consiste in relazioni determinate (bestimmte Beziehungen) in cui un altro si mette colla cosa in sé e che non sono determinazioni proprie di questa.».
[Hegel: Scienza della Logica – Laterza, Bari 1925-1968 – tomo secondo, pag. 543]
Così scrisse Hegel trattando della Cosa in sé ed esistenza: Ding-an-sich und Existenz. Pensiero retroattivo: qui (quae, quod) in praeterĭtum valet (o valebat, ecc.). In praeteritum non vivitur – recita un detto. E qui torna la preoccupazione kierkegaardiana circa un passato che possa condizionare il presente fino a non lasciarlo libero di non dipendere da esso: «Non è la necessità l’unione di possibilità e realtà?» – domandava retoricamente il filosofo di Copenaghen. Riandando al passato con un moto retrogrado del pensiero, sia Hegel sia Kierkegaard s’avvalgono della «facoltà retroattiva della (dia)noèsi» – νόησις (-εως, ἡ) [νοέω] → διανόησις (-εως, ἡ) [διανοέω].
rĕtrŏăgo (rĕtrō ăgo), is, ēgi, actum, ĕre, (3 tr.):
- tirare indietro, far arretrare;
- annullare;
- invertire: ordinem retro agere, invertire l’ordine; dactylum retroactum appellari constat anapaeston, si sa che l’inverso del dattilo si chiama anapesto; vd. anche retro
[rĕtrō + ăgo].
L’indebita inversione dell’ordine delle “cose” – primum vivere, deinde cogitare alias philosophari – porta il pensiero di un ens in vita (un vivente particolarmente cervellotico) a pensare una Vita non vissuta realmente da un vero e proprio essere viv-ente in carne ed ossa, una Vita vissuta da nessuno, che però essendo pensabile nel Concetto di questo stesso viv-ente, che col pensiero opera un distinguo categoriale fra la sua vita particolare e l’altra (sua?) Vita universale, pensando un tal Concetto «com-prende» entrambe le due vite nell’unica aprioristica «Idea di Vita». Il vostro Profeta, o desistenti, partorì a tal proposito un’anàstrofe mozzafiato:
Vita in viventem versus
rectam directionem versat.
Diceva adùnque Hegel che l’inseità «È l’immota, indeterminata unità (es ist die unbewegte, unbestimmte Einheit), perché ha appunto la determinazione di esser la mediazione tolta (die aufgehobene Vermittlung)…»; è immota perché è senza vita reale, è l’assenza ideale di vita dalla quale concettualmente il vivente deduce la presenza della vita reale. Ai fini di una delucidazione desistenziale del filosofèma qui esposto si tenga innanzitutto presente la definizione di filosofèma:
filoṡofèma s. m. [dal gr. ϕιλοσόϕημα] (pl. –i). – Nome con cui Aristotele designò il sillogismo indirizzato alla dimostrazione della verità filosofica; con sign. più generico (e talora lievemente spreg.), ogni proposizione filosofica: il Cavalcanti poeteggia sottili f. nelle gravi stanze della canzone (Carducci).
Il filosofèma hegeliano della presupposizione dell’«Idea di Vita» anteriormente supposta al di qua dell’Essenza di vita posteriormente posta dal cogito al di là da essa, la vita reale, è una premeditazione – praecōgĭto, as, āvi, ātum, āre, (1 tr.) – come reato premeditato della reificazione, «premeditato» con significato attivo (conforme all’uso latino del part. pass. deponente): che ha già preso in anticipo la decisione. L’anàstrofe dell’inversione raggiunta dalla retroattività del pensiero potrebbe alludere al latino coniato dal vostro Profeta, o desistenti:
Vitam versus quam ob rem:
viventem riversus ob quam rem?
Cōgĭtātum retroactŭm. Non può darsi un atto pre(s)agito, nemmeno qualora un pensiero possa pensarlo tale. Propheta dexistentiae negabat animos antĕquam nasceremur, usquam esse. In praeteritum non vivitur. Non si vive nel passato. Ma chi vive può concepire un’«Idea di Vita» che appunto perché non si può vivere nel passato atemporale dell’EVO si vive nel presente temporale dell’ETÀ: il punto di svolta e di volta è la Vita “di una volta” (un tempo…) che svolta ogni volta nella vita di adesso (al tempo…). L’Idea hegeliana di Vita è un «effetto retroattivo» spacciato come «causa preattiva» da una supposta preattivazione che l’Idea stessa avrebbe attivato nella precogitazione progettuale della Realtà.
Al vostro Profeta, o desistenti, interessa poco tutto questo discutere: ciò che il tempo “fa” sulle nostre teste ci sovrasta e quindi è trascendente: trascendente è tutto ciò che non dipende da noi. «Che tempo farà?» – ci chiediamo talvolta prima di consultare qualche previsione più o meno attendibile. Bello? Brutto? Faccia pure quello che vuole, il tempo: lascia il tempo che trova, disquisire di queste cose. E, potrà anche sembrare sbrigativa, una tal definizione di trascendenza, epperò, desistenzialmente, non è proprio il caso di farla tanto lunga: tutto ciò che dobbiamo subire senza poterci fare niente è trascendente. Punto.
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@ILLUS. by MAGUDA FLAZZIDE, 2020





