JEFFREY TOOBIN E LA FENOMENOLOGIA DEL NON-VEDENTE VEDENTE
Come apprendiamo, l’affaire Zoom Dick (per maggiori info, si veda l’articolo del thepostmillenial.com, clicca qui) che ha visto coinvolto Jeffrey Toobin è cosa grossa, da non poter lasciare sotto silenzio.
A chi non è mai capitato di essere visto e di non sentirsi osservato?
La cosa è alquanto perturbante: si è soliti, di fatto, percepire lo sguardo altrui indulgere sulla nostra figura e scrutarci fin nell’intimo. Lo sguardo è l’arma potente del fenomenologo che si aggira indisturbato e insospettabile pronto a sorprendere il malcapitato osservato a sua insaputa. Certo, il problema si fa più interessante quando lo sguardo dell’osservato inconsapevole si incrocia con quello dello scrutatore malizioso… Entrambi osservati e osservatori, l‘in sé della cosa di fuori (che riempie lo sguardo del per sé (per sé, osservatore, l’in sé dell’altro è il per sé dell’in sé)) è il per sé di chi volge lo sguardo in quel balletto di in sé e per sé che immancabilmente si alternano i ruoli, salvo poi scoprire lo strabismo di uno dei due (che rende le cose decisamente più stranianti).
Come che sia, sapere di non essere osservatore inosservato, ma osservato, ti rende osservatore osservante, almeno di un certo galateo, di una postura e di un contegno (possiamo adire a dire finzione? Diciamolo!); e sapere di non essere osservato inosservante (delle regole del buon gusto, ça va sans dire), ma osservatore è la metessi della potenza dello sguardo: “occhio che ti guardo, anche io”. E questo funziona bene, o abbastanza, quando a guardar(si)/e sono occhi biologici. E quando a guardarsi è lo sguardo cieco della macchina che guarda senza occhio?
Topica: chi guarda lo schermo? E di topica si tratta, per il povero Jeffrey Toobin, che per un istante ha afferrato, saldamente, nelle proprie mani, quella felicità effimera. Lo schermo, Jeffrey non lo ha guardato (o meglio, lo ha guardato in effetti, premunendosi previamente di rendersi inosservabile, ma con scarsi risultati…). Alla domanda allora possiamo rispondere per esclusione: sappiamo almeno chi non ha guardato. Ma una prima risposta non esaurisce il problema che, ancora più pressante, si presenta. I presenti lo hanno visto, lo hanno visto non vederli; ne hanno visto la felicità e la tristezza, le scuse e la vergogna. Allora sono i presenti ad averlo visto? Non proprio. Lo hanno visto, certamente, ma lo sguardo che ha fatto dell’in sé il per sé, l’occhio vispo e attento del fenomenologo metropolitano per intenderci, non ha visto proprio nulla! Ha visto la proiezione del visto emessa dallo schermo, l’emissione trasmessa dell’output di un input scabroso.
E se il malcapitato non ha colto lo sguardo degli sguardi attoniti, gli stessi sguardi attoniti sono stati guardati dal non-vedente vedente. Perché se non c’è miglior sordo di chi non ha orecchi (come diceva, celiando ovviamente, un vecchio comico), allora non c’è miglior non-vedente di chi non ha occhi. Ma il non-vedente senza occhi ci vede, eccome. Ci vede, perché vede, ci è (vedente) non ci fa (non si finge per quello che non è) e ci vede, perché vede noi che bruchiamo e pascoliamo e che teniamo in mano, saldamente, la felicità effimera. Ma chi lo vede? Lui, nessuno; Jeffrey, invece, tutti (guardano lo schermo (l’output) che guarda l’input, Jeffrey. Per il principio della transitività, se guardano lo schermo che guarda l’input, allora guardano l’input).
Piccolo intermezzo metafisico: possiamo guardare la soglia, quella soglia che è lo schermo, quella porta d’ingresso che è porta d’uscita e che lo è contemporaneamente. Entro ed esco, input e output, sempre dallo stesso accesso, basta avere il link (o la parola d’ordine che ti fa passare (pass-word) da una parte all’altra). Tu non sei da entrambe le parti, fenomenologicamente. Noi sei mai l’in sé del tuo per sé. Ma lo sei metafisicamente, dunque metonimicamente: sei input e output. Già, la metafisica è il gusto del “contemporaneamente”.
Chi guarda lo schermo, così come chi non lo guarda (che non vede chi guarda lo schermo credendosi inosservato e per questo inosservante del rispetto delle regole elementari della buona creanza) non sa di essere guardato dal mezzo che lascia guardare: lo sguardo ricurva e ripiega, si fa accogliente; l’occhio del senza occhio penetra proprio per questo più in profondità, nella carne, nell’intimità. È il guardare non fenomenologico del fenomenologo assoluto: l’in sé tutto è tutto il per sé (non subendo mai la biunivoca reciproca fenomenologica).
Chi mai avrebbe detto che a guardare sarebbe stato proprio il non-vedente vedente?
@ILLUS. by PATRICIA_MCBEAL, 2020





