COS’È SUCCESSO AL JOKER DEL DOMANI? (Joker Parte II)
Nel 2019 esce nelle sale Joker, diretto da Todd Phillips, regista celebre per la trilogia di commedie di successo Una notte da leoni. La pellicola impressiona con il suo trailer e vincendo il Leone d’Oro al festival di Venezia si prefigura come uno dei film più importanti della stagione cinematografica, ammantandosi nuovamente di un velo sinistro per via della preoccupazione ufficiale delle forze dell’ordine statunitensi, impaurite dal possibile rischio di imitazione sia delle azioni criminali del personaggio, sia della strage del cinema Aurora che aveva accompagnato l’uscita nelle sale americane del terzo film della trilogia nolaniana.
N.B. Questo è un commentario e ha da essere consultato previa visione del film. Per la prima parte che esplora la figura del Joker in film precedenti vedasi qui.
Il film è una origin story del Joker, personaggio che storicamente è sempre stato misterioso e ambiguo circa le sue origini, come esemplificato dai già citati Joker di Alan Moore, il quale non si ricorda bene se la storia narrata nel fumetto sia effettivamente vera, e dal Joker di Ledger che con la frase sai come mi sono fatto queste cicatrici offre più versioni tutte egualmente false delle sue origini. L’essere umano destinato a diventare il Joker o un Joker, non è possibile saperlo, è Arthur Fleck, povero abitante di un orribile quartiere della opprimente Gotham City, una città invasa dalla sporcizia dell’inquinamento senza controllo e dalla rabbia sociale, metafora non troppo velata dell’attuale situazione del mondo occidentale. In effetti nessuna delle metafore e dei simboli utilizzati dal film sono sottili: l’obiettivo della pellicola non è dar vita ad analisi raffinate, ma colpire fisicamente il pubblico con il suo immaginario visivo e con l’interpretazione di Phoenix, puntando a provocare disagio emotivo e una sensazione claustrofobica. La telecamera non si allontana per più di una decina di metri dal protagonista per praticamente tutto il film (tranne per un’importante eccezione), costringendo lo spettatore nella prigione rappresentata dal corpo deforme di Arthur.
L’ispirazione primigenia a Gwynplaine ritorna prepotente ma con fondamentale differenza: non è la faccia di Arthur ad essere forzatamente settata su un sorriso, ma tutta la sua realtà. L’unica reazione che Arthur riesce ad esprimere nei momenti di difficoltà del quotidiano, siano momenti di imbarazzo, di paura o di ansia è una risata sinistra e dolorosa che irrompe dallo stomaco verso il mondo esterno, investendo chi lo circonda e rendendolo odioso e spaventoso per chiunque. L’unico sogno di Arthur è diventare un comico perché da sempre si sente ripetere dalla madre che è nato per portare il sorriso sul volto delle persone. L’unico lavoro che lo vediamo svolgere è travestirsi da pagliaccio. L’unico svago che lo vediamo apprezzare è guardare in TV il suo eroe, il presentatore satirico Murray, il suo modello di comicità.
Arthur ha la necessità di vedere il divertimento intorno a sé, perché dentro di sé c’è solo la disperazione senza fine di un uomo che non è stato felice un solo giorno della sua vita, e sicuramente in questo si scorge l’intento autoriale di Phillips, regista chiaramente dotato che forse non era mai stato in grado di uscire dalla stessa spirale comica.
C’è forse anche in nuce nell’intento di Arthur la volontà di trasferire la sua risata feroce negli altri, proprio come il Joker fumettistico che fa la stessa cosa in modo letterale con il suo gas che uccide lasciando le vittime completamente deformate in una risata letale.
Arthur è destinato al male? Questa domanda aleggia sulla vicenda, mentre il pubblico oscilla tra l’identificazione, l’empatia e il disgusto verso il protagonista. Nel labirinto delle sue allucinazioni e dei misteri che circondano la sua infanzia, Arthur si appoggia agli infimi sostegni che un uomo come lui può trovare nella nostra società, ovvero il suo genitore e la consulenza psicologica del massimo livello che si può permettere, ovvero la peggiore fornita dal wellfare state: entrambe gli vengono portate via indirettamente da Thomas Wayne, magnate vanesio con il pallino della politica.
I primi omicidi di Arthur sono una mistura di vendetta, rabbia, paura e rimorso: il primo vero misfatto à la Joker richiede un catalizzatore particolare, non gli elementi chimici fantascientifici della vicenda fumettistica, bensì la televisione. Mentre si dirige allo studio televisivo, Arthur compie la sua ultima decisiva danza propiziatoria, in una scena già iconica: Nietzsche scriveva potrei credere solo a un dio che sapesse danzare.
Arrivato finalmente dall’altra parte di quello schermo che l’ha educato e nutrito di illusioni per una vita intera assume il suo nome di battaglia, suggeritogli proprio dal suo mito televisivo, il presentatore interpretato da Da Niro, in una geniale inversione dei ruoli rispetto al cult Re per una notte. Il progetto di suicidio televisivo diventa un sacrificio rituale: Arthur muore simbolicamente alla fine del suo penoso discorso, volutamente populista e semplicistico, da commento su Facebook sotto un post contro la casta, per rinascere come Joker dopo aver sparato nella faccia del presentatore di fronte a un pubblico agghiacciato (noi).
L’odio e la rabbia di Arthur e della popolazione verso l’establishment si alimentano a vicenda: i suoi primi omicidi ispirano un movimento di protesta: con movimento di protesta ovviamente si intende esclusivamente violenza caotica secreta come un fluido corporeo dai cittadini senza più prospettive e speranze, convinti a ragione o a torto di essere stati derubati dei loro sogni da qualcuno con un volto, in questo caso dal futuro sindaco Thomas Wayne che proprio da un movimento di pagliacci senza volto riceverà quei proiettili in corpo che lo spediranno con la faccia sull’asfalto di un sudicio vicolo sotto gli occhi del figlio che a sua insaputa è appena diventato Batman.
La folla libera il Joker dalla polizia e dalle sue ultime remore: non è più invisibile, la sua immagine è ovunque. La consapevolezza che la sua follia non lo rinchiude più nella prigione della sua mente, ma gli permette di risuonare con la follia della massa decisa a distruggere senza idea di cosa creare.
Per citare il film, il primo supertopo ha infettato la città. Arriverà il supergatto propiziato da Murray a dargli la caccia? L’ultima scena del film lo prefigura, con il buon Joker in una delle sue infinite visite al manicomio di Arkham, sogghignante per la prima volta di puro gusto, pensando a quel bambino in mezzo a un vicolo, suo ipocrita nemico, suo simile, suo fratello, destinato a seguire le sue orme insanguinate per un’eternità infernale.
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@ILLUS. by AI STYLE TRANSFER, 2019





