UN PUNTO DI VISTA ARCHEOLOGICO
Lo studio che, nel 1998, ha permesso lo spostamento dell’atelier di Reece Mews, Londra, di Francis Bacon, all’interno della City Gallery di Dublino, rappresenta un modus operandi innovativo per quanto riguarda la conservazione di un atelier pittorico contemporaneo[1]. La particolarità non risiede nella trasposizione del luogo di lavoro dell’artista e nemmeno nella conservazione dell’ambiente così come lasciato da Bacon prima della sua morte, quanto piuttosto nella decisione di realizzare ciò attraverso un metodo di lavoro tipicamente stratigrafico e archeologico e nella catalogazione di ogni oggetto quale reperto da schedare e descrivere.
Sicuramente ciò che ha spinto gli studiosi della Hugh Lane a procedere nella ricostruzione attraverso questa tecnica insolita per uno spazio così contemporaneo, con tanto di quadrettatura, disegni millimetrati, è stata la composizione dell’atelier stesso, che si presenta come un accumulo claustrofobicamente disordinato di materiale sia per la realizzazione pittorica (pennelli, colori, tele, cartoncini, disegni, bozzetti) sia per lo studio, in raggiungimento dell’idea, l’ispirazione intellettuale (libri di anatomia e odontotecnica, raffigurazioni michelangiolesche, fotografie di animali e uccelli, ritagli di giornale).
Risultava così necessario analizzare ogni dettaglio di quell’universo artistico, nella consapevolezza che nulla di ciò che vi era conservato lo era per caso, anche consci del fatto che Bacon non accumulava se non ciò che continuamente gli era utile riosservare nella realizzazione del suo straziante immaginario pittorico, e ciò è ben dimostrato dalle testimonianze di amici e dello stesso autore per cui, se un’opera non lo soddisfaceva più, veniva eliminata e gettata, e non conservata inutilmente.
Imprescindibile, nel momento in cui ci si trova di fronte a una personalità così artisticamente e intimamente articolata come quella di Bacon, è ricostruire il percorso che l’ha portato non solo a lavorare in questo modo di eccentrica confusione, ma anche a viverci dentro, in quanto poi, la distanza tra gli spazi della quotidianità e quelli del lavoro e della creazione sono andati, man a mano con gli anni, ad avvicinarsi e sovrapporsi. Risulta quindi utile, per arrivare all’analisi archeologica operata a Dublino, procedere per stratigrafie anche per quanto riguarda l’evoluzione dei vari atelier dell’artista, sovrapponendo al cambiamento di questi l’evoluzione dell’artista, e le linee che, sotto una vita personale e creativa sempre frenetica, hanno permesso di tenere le fila del suo genio pittorico.
Il tutto è ben racchiuso in questa frase del pittore «Nella vita si accumula, io ho osservato tutti, io ho guardato tutto»[2].
[1] Margarita Cappock, Francis Bacon: l’Atelier, Londra, 2005.
[2] Da Invito a Francis Bacon, Intervista, 1981.
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2022
FRANCIS BACON E I SUOI ATELIER(S)
@GRAPHICS by PMB, 2022





