ZENONE – (Sonetto V)
“Un passo e dopo un altro e poi di nuovo,
ma sempre lei permane a lui dinanzi:
giammai avran lor due comun ritrovo
quand’anche il piè veloce sopravanzi.
Quel che dirò – Zenone replicava –
val tanto per l’eroe, la tartaruga,
lo stadio e pur le frecce”. E dimostrava
che l’esser non contempla moto e fuga.
Gettò con ciò ogni testa poco incline
a ragionar l’astratto in gran travaglio:
“Ch’è mai questo regresso senza fine?
Ma poi la freccia sibila o mi sbaglio?
E lemmi son del sauro le zampine!”
S’alzava alto nel ciel del volgo il raglio.
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