IV – REECE MEWS, TUTTE LE IMMAGINI DEL MONDO
‘Io sono come un mulino. Io tutto ricordo e tutto ciò che ho visto l’ho assorbito e tritato molto fine’14.
Con questa frase Francis Bacon offre ai suoi studiosi l’ottica con cui guardare l’interno del suo ultimo atelier, quello al numero 7 di Reece Mews, in cui l’artista si trasferì nel 1961. (fig.5).

Esterno dell’abitazione e dell’atelier di Bacon a Reece Mews,7.
Sarà John Edwards, ultimo compagno ed erede del pittore, a decidere di devolvere l’atelier, a patto che si conservasse così come rinvenuto alla morte dell’artista, a Dublino e di musealizzarlo, grazie agli interventi degli archeologia della Hugh Lane Gallery, e così, attraverso un accurata trasposizione archeologica l’atelier è attualmente visitabile alla City Gallery di Dublino15.
Per comprendere questo luogo di creazione occorre procedere da due paradigmi fondamentali: il primo è che per Bacon il caos è diventato necessità creativa, il secondo è la frase che l’artista rilascia nell’intervista già citata del 1981 ovvero ‘Nella vita si accumula, io ho osservato tutti, io ho guardato tutto’. (fig.6).

Atelier di Francis Bacon, Reece Mews,7
Così prende forma e acquista significato l’atelier di Reece Mews, il disordine, scatenato come un’esplosione primigenia dallo specchio circolare, punto fisso e
unico richiamo al Bacon degli anni ’20. Dall’accumulo hanno genesi le opere dell’artista, quelle della Tate e dei grandi collezionisti del mercato mondiale,
l’ultima, spiazzante Crucifixion e il disturbante Self Portait del 1973.
Ogni oggetto presente nello studio viene da Bacon stropicciato, colorato, modificato e, in alcuni casi, distrutto, così come vengono continuamente modificate e distrutte le sue tele, la cui dimensione è quella di 198cm x 147cm, ovvero la dimensione atta a stare nel congestionante spazio dell’atelier di 8m x 4m.
In effetti lo spazio originario risultava claustrofobico non solo per il già ripetutamente citato caos, ma anche per una disposizione degli spazi, la scala stretta, simile a quella delle piccole imbarcazioni, portava a un pianerottolo spoglio, con una cucina e una sala da bagno rudimentale, a destra vi era l’atelier di per se’ vasto, ma dai soffitti molto bassi, mentre a sinistra si apriva un’ala speculare da cui Francis aveva ricavato una camera da letto e un salone. Le testimonianze sull’aura di mistero che avvolgeva questo luogo, che poco aveva da invidiare al mistero che avvolgeva le sue opere, sono molteplici, infatti l’artista continuava a ospitare pochi fedelissimi all’interno del suo appartamento, primo tra tutti il suo amato George Dyer, ultimo grande e tragico amore di Bacon, prima di Edwards.16 (fig.7-8-9).

Cucina Reece Mews,7.

Camera da letto e salotto, Reece Mews,7.

Scale interne Reece Mews,7
Gli amici e gli ammiratori riuscivano però, o almeno si illudevano di riuscirci, a entrare in parte in quel micro universo, e lo facevano inviando a Francis copie di libri che egli spesso abbandonava o gettava, anche la lettura era infatti un’ossessione compulsiva, l’artista rileggeva gli stessi libri in modo sistematico, e teneva accanto al letto sempre una copie de Oreste e de La Terra Desolata di Eliot, le lettere di Proust e Van Gogh, e infine, gli scritti di Freud. 17
Il catalogo di Margarita Cappock, Francis Bacon: L’Atelier, ci offre una dettagliata analisi del materiale reperito all’interno dello studio, che compone l’immaginario artistico del pittore, e consta di circa 7000 oggetti catalogati in un database di stampo archeologico. Utile risulta la divisione per tipologia di reperto, infatti la Cappock schematizza gli oggetti rinvenuti all’interno dell’atelier in 5 categorie: le fotografie, le pubblicazioni illustrate, i disegni, le note manoscritte e i materiali di pittura. A queste categorie si affiancano ricordi, libri, oggetti di vestiario, cimeli e, immancabile, lo specchio.
Nei reperti fotografici spiccano indubbiamente le fotografie di John Deakin raffiguranti amici dell’entourage di Bacon a Soho o in situazioni di vita quotidiana e intima, e da molte di queste possiamo risalire alle opere di Bacon, esemplificativa è la foto rinvenuta nell’atelier di Muriel Belcher, di cui l’artista realizza un ritratto a trittico nel 1966, lo stesso per l’opera Personaggio Con Siringa Ipodermica, che è un’evoluzione del ritratto di Henrietta Moraes a sua volta elaborato da una fotografia di Deakin della donna. Numerose sono anche le fotografie che raffigurano Bacon stesso, quale la famosa Francis Bacon con due quarti di carne, quella che lo vede appoggiato al lavabo, nella stessa posa de Autoritratto del 1973, oppure quelle in intimità con Dyer, seduti a tavola mentre conversano. Uno spazio importante occupano anche le fotografie di animali vivi o resi carcassa, che andranno a influenzare le opere più disturbanti. (fig.10-11-12).

Dettaglio scrivania di Bacon con fotografie.

Fotografia conservata nell’atelier, Carcassa di Zebra, Peter Beard, 1960.

Frammento di fotografia presente nell’Atelier di Bacon, raffigurante Lanthe
Knott, realizzata da Bacon.
Volendo elencare le fotografie raccolte per tipologia si potrebbe procedere in tal senso:
-i ritratti dei personaggi di Soho di John Deakin, che rappresentano per Bacon ciò che i vecchi libri di modelli rappresentavano per gli accademici neoclassici. Spiazzante è quella che raffigura George Dyer in intimo nell’atelier di Reece Mews. Lo stesso Bacon è autore di numerosi ritratti.
-l’Africa ritratta da Peter Beard, nei suoi tratti più crudi.
-Bacon protagonista, numerose istantanee immortalano l’artista, di delicatezza spiazzante tra tutte quelle di Peter Stark.18
Le fotografie non sono solo oggetto di studio visivo da parte del pittore, queste vengono ritagliate, strappate, utilizzate per opere di decoupage, sono quindi in
continuo e angosciante movimento.
Disturbante è anche la maggior parte di articoli di giornale e pubblicazioni illustrate catalogate dagli studiosi, tra cui quelli relativi ai lottatori di ‘Studies for the human figure’ di Muybridge non sono che la punta dell’iceberg. Opere come i lottatori, che, per quanto riguarda Bacon, potrebbe anche raffigurare due uomini nell’atto sessuale in quanto ‘certo non possiamo sapere che stessero pensando i lottatori’, il trittico Studio di un Corpo Umano, ma anche gli stessi Popes con le loro bocche aperte e dilaniate, nascono dallo studio incessante di pubblicazioni di libri di odontotecnica, articoli di guerra o attentati con immagini cruente di bambini mutilati, giornali sportivi, articoli raffiguranti gli incidenti della Corrida ma anche recensioni di film e opere teatrali, prima tra tutte le immagini tratte dal film Un Chien Andalou. L’accostamento di comuni libri di medicina e anatomia sulla cura delle verruche o le radiografie si affiancano agli articoli dei grandi eventi che hanno cambiato la storia quali l’assassinio di Kennedy, le conferenze dei grandi statisti e dittatori, i tragici report sui massacri dell’Algeria e delle Grandi Guerre.(fig.13-14).

Articolo rinvenuto all’interno dell’atelier.

Estratto dalla rivista The Human Figure in Motion conservato nell’atelier.
Lo studio risulta però anche cassaforte di vecchi cataloghi di arte, libri su Michelangelo, Velasquez, Rembrandt, Van Gogh, Picasso e sulle antichità egizie e greche. Bacon si muove quindi su due differenti livelli di interesse, il primo quello prettamente anatomico, lo studio del pezzo accademico, del muscolo, il secondo quello dei grandi moti dell’anima, scatenati sia dalle tragedie ma anche semplicemente da dettagli piccoli e inquietanti. In poche parole una carie, per Bacon, può scaturire la stessa sensazione di smarrimento di un’orazione pubblica di Adolf Hitler.
I disegni invece rappresentano un bacino fondamentale di ricerca in quanto unici conservati alla distruzione ossessiva di Bacon, ovvero le tele, quelle che non
soddisfavano l’artista venivano distrutte e così perdute, mentre i suoi schizzi, addirittura quelli relativi a Disegno Biomorfo degli anni ’30, sono stati conservati dall’autore. A questi vengono aggiunti gli studi di disegno contenuti nel catalogo dell’esposizione Chaim Soutine del 1950.19 (fig.15).

Disegno di Francis Bacon su carta traslucida rinvenuto nell’atelier.
Le note manoscritte prevalgono nelle prime pagine dei libri contenuti nell’atelier, realizzate quasi tutte con la stilo e schematizzano i soggetti su cui il pittore sta lavorando, queste appaiono come brevi e spezzati elenchi, molto più simili a un’istantanea rispetto che a una descrizione di progetto. Le annotazioni trovano posto anche sulle fotografie, i ritagli di giornale e le stesse pareti dell’atelier. (fig.16).

Dettaglio parete atelier di Reece Mews,7 con nota manoscritta datata 7
aprile 1963.
Questa propensione di Francis Bacon a espandersi e al creare collegamenti all’interno del suo universo-mondo si ripercuote anche nei materiali utilizzati dal
pittore nel realizzare le sue opere, le pareti diventano tele per provare i colori, i suoi indumenti oggetti per pulire, le scarpe contenitori, i coltelli da cucina spatole, la porta stessa dell’atelier, ridotta a tavolozza, diventa parte integrante de processo creativo del pittore. (fig.17-18-19).

Bacon fotografato all’interno del suo atelier.

Fotografia atelier di Bacon, emergono le pareti usate come tavolozze.

Interno porta atelier di Reece Mews,7.
Sicuramente, tra gli elementi che interdicono di più il visitatore-spettatore, vi sono le tele tagliate, opere che Bacon, per varie ragioni stilistiche e di evoluzione artistica, ha iniziato a non gradire più, ma, invece che eliminarle, le ha rese monche delle raffigurazioni centrali, per poi circondarsene come in un vecchio mausoleo di mutilati.
14 Michael Peppiat, Francis Bacon à l’atelier, p.35.
15 Margarita Cappock, Bacon, p.11.
16 Michael Peppiat, Francis Bacon à l’atelier, p.29.
17 Michael Peppiat, ibidem, p.37.
18 Margarita Cappock, Bacon, pp.29-82.
19Margarita Cappock, Bacon, pp.87-137.
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2022
FRANCIS BACON E I SUOI ATELIER(S)
@GRAPHICS by PMB, 2022





