LA GENOVA DI DE ANDRÉ
Non una biografia, non un memoriale, né una cronaca. Il volume di Giuliano Malatesta La Genova di De André (Giulio Perrone Editore, Roma, 2019) è piuttosto un racconto, una divulgazione sentimentale di vicende e personaggi. Storia e storie che trovano a Genova una dimora dolcissima e austera, dove la figura di Fabrizio De André rimane certamente centrale, ma per illuminare come a lanterna una moltitudine di sagome disposte attorno, i protagonisti di una generazione sognante, decadente, scanzonata, ubriaca.
Ci sono Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Gian Franco Reverberi e Vittorio De Scalzi. Ci sono il poeta semicieco Riccardo Mannerini, che con De André strinse un sodalizio artistico breve e prolifico, e Maureene Rix, che il cantautore incontrò nella scuola parastatale del padre Giuseppe e che divenne la voce femminile della canzone Geordie. E poi, naturalmente, ci sono vicoli odorosi e angiporti camminati da una schiera di ceffi e prostituite e transessuali, con le loro vicende di lontananza, tristezza e amore. Come la Morena, all’anagrafe Mario Doré, che dicono avesse ispirato la graziosa di Via del Campo, o altri personaggi catturati dall’opera di Lisetta Carmi. C’è addirittura Ezra Pound, che De André non conobbe mai, ma che soggiornò in quegli stessi anni sopra Rapallo, a pochi chilometri di distanza.
La questione che sintetizza il volume e orienta le sue argomentazioni può essere trovata in una domanda: perché la canzone italiana, fino a allora disimpegnata e sentimentale, ha trovato proprio a Genova, «dove non si era mai sentito un genovese cantare», le condizioni ideali per una rivoluzione? Forse perché a Genova le melodie jazz e swing, conosciute grazie ai dischi di contrabbando trasportati dai marinai americani in anni di guerra, trovarono «stimoli e affinità elettive nei contenuti esistenzialisti dei cugini francesi», a cominciare da Georges Brassens. O forse la risposta è altrove, nel fatto che, probabilmente per la prima e unica volta nella storia, essere giovani a quel tempo portava a immaginare il futuro come un orizzonte di speranze possibili, con la musica che diventava una chiave per aprire nuovi varchi e nuovi linguaggi.
Musica, quindi, ma non solo. La Genova di De André resuscita uno spirito di utopie raminghe che a metà del secolo scorso trovava concretezza nella vita crepuscolare della sua gente, nei bagordi delle notti, nel vagolare in cerca di bisbocce e distrazioni da «trasfigurare in malinconiche note», nelle ambizioni di una generazione che pareva «destinata a qualche cosa in più», per citare un altro membro di quella che Malatesta ricorda come (non) scuola genovese.
La musica autoriale dei cantautori, bohèmien fuori tempo massimo in larga parte provenienti da famiglie benestanti (cosa, questa, che attribuisce ancora più pregnanza a un periodo storico di febbrile fermento interiore e esteriore), incornicia il ritratto di una città malinconica e bellissima come qualunque città di confine, attraversata dalle correnti del vento, del mare e del tempo. Tra le pagine viene a galla tutta la pruriginosa insofferenza di un’epoca in trasformazione, di una rivoluzione mancata, di un mondo che poteva essere e non è stato. In quel giudizio di Gian Franco Reverberi, «eravamo solo giovani e per la verità anche un po’ cazzari», c’è tutto quello che poteva essere Genova in quegli anni ruggenti, compressa tra mare e montagna in un’asfissia che metteva voglia di gridare e prendere la vita un po’ per gioco e un po’ per il cuore.
Un capitolo mai ripetuto e romantico che in qualche maniera si conclude il 13 gennaio 1999 alla Basilica di Santa Maria Assunta del quartiere Carignano, con il feretro di Fabrizio De André compianto da centinaia di persone in lacrime «con gli occhi rossi e il cappello in mano». Se ne andava una figura destinata a imprimere in modo indelebile il proprio nome nella cultura italiana, un poeta legato da corde di voce, di chitarra e d’amore a una città, un testimone iconico di tempi eterni e perduti. Per lui Paolo Villaggio, amico di gioventù, fece una confessione ardita: «Gli avrei detto: guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale». Oltre al senso di un’amicizia, quella frase condensa il grande senso di vuoto lasciato dalla scomparsa dell’uomo; ma anche di un’epoca fatta di eccitanti contraddizioni, che avrebbe fatto invidiare molti e che finiva per sempre assieme alla vita di uno dei suoi più affascinanti protagonisti.
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