IL MIAGE-NYUDO, OVVERO DELL’ESISTENZA PENDOLARE
Si narra che questa creatura abiti sulle montagne proibite e impedisca il passaggio agli avventori sacrileghi che osino inoltrarsi nei recessi boschivi. La sua figura di monaco, dapprima piccolissima, si fa sempre più grande spaventando a morte il malcapitato che capitombola ai piedi della salita. Venne sconfitto da un bambino di nome Kitaro e da allora non si sa più nulla di lui…
L’esistenza è l’uscita. L’esistente è l’ente che fuoriesce dal persistente. Il rapporto che si instaura tra ente e persistente è, per l’appunto, esistenza. Ek-sistentia, ovvero apertura, ovvero caduta. Due ne sono strutture paradigmatiche: 1) il modello “completo” di Heidegger, secondo il quale l’esistenza è un ek-statico salto dal Persistente all’ente (che a causa di questo volo pindarico è stato elevato ad Oggetto dell’indagine salvo dimenticare l’essere in un in-statico sprofondamento teologico) e 2) il modello “imperfetto”, dell’esistenza fallimentare, che fallisce nella sua non ek-staticità, proposto da Jaspers. Difatti, quest’ultimo nell’opera La fede filosofica di fronte alla rivelazione (1962), riporta un passo di Beda il Venerabile (VII-VIII sec.) in cui spiega il perché sia consigliabile l’opzione del cristianesimo. Qui l’anima umana è paragonata ad una colomba che trova riparo dal freddo gelido dell’inverno nella calda stanza di un castello (il cristianesimo per l’appunto). Per Jaspers allora l’esistenza non sarebbe un ek-statico salto in un imponderabile Holzweg (“Solo un Dio ci può salvare” à la Heidegger), né un’apertura alla radura luminosamente oscura della Gelassenheit, ma in-serimento, un in-statico salto nel luogo dell’ente nel Perdurante. Se per Heidegger l’esistenza è un fuoriuscire dal perdurante Essere, per Jaspers, invece, la fuoriuscita dall’Essere (il freddo invernale di Beda) è il suo corrispettivo rientrare nell’Essere come esistenza (la colomba che fuoriesce dall’Essere per entrare nell’Essere: teoria dell’Umgreifende e delle sue modalità, di una concezione partecipativa della verità: la verità è la nostra via e noi siamo già instradati in questa via).
Ma a frapporsi si presenterà il Miage-Nyudo condannando l‘ek-sistenza ad un perpetuo andirivieni. Se la verità è la nostra strada, se noi siamo di già sulla strada della verità, il suo custode ci impedisce l’agile accesso. Tra noi e la verità, il monaco glabro, monoculo mutaforma, ci sovrasterà dall’alto della sua eminenza. E tutto ricomincerà, come la salita così la vita. E se non è certo che sia “un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia”, né che la nostra sostanza sia della stessa pasta di quella di cui sono fatti i sogni, lo è però la condizione di “canne al vento” che si piegano e non si spezzano, ma questa è maledizione.
Già, il vento; corrente impetuosa, eolide pargolo. Siamo pendoli, e saliamo e cadiamo, ancora e ancora; siamo tutti, almeno un po’, pre-Sisifi, Sisifi in questa vita quello che che egli fu, Eolide, nell’altra. Meno astuti di lui, che evitò per due volte la morte alla quale dovette infine cedere, siamo costretti a portarci sul groppone il macigno pesantissimo della nostra durata, condannati a non spezzarci, ma a oscillare perpetuamente tra una cima-miraggio e una valle-trampolino. E resta la salita, ascesa tanto ascetica quanto poco kenotica, che è in fondo, alla valle ovviamente, discesa, soverchiati dal peso della nostra entità. Siamo pendoli, scossi dal soffio procelloso del monaco interdittore. Non possiamo che pendolare.
@ILLUS. by, MAN OF PONG ft. JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020
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