EMANUELE SEVERINO, ETERNO MAESTRO
26 febbraio 1929: nasce a Brescia Emanuele Severino, il “custode dell’essere”. Docente, filosofo, maestro, che oggi avrebbe compiuto 91 anni, scomparso nella casa di una vita poco più di un mese fa (17/1), riesce già a far sentire la sua assenza a tutti coloro che, come chi scrive, vedevano in lui un riferimento insostituibile, una vera e propria bussola filosofica, di cui ognuno di noi sarà costretto a fare a meno. A dire il vero, come stiamo per vedere, piangiamo molto più di un semplice filosofo.
Non è solo un uomo ad andarsene: citando le parole dell’allievo di Emanuele Severino, Umberto Galimberti, in un’intervista rilasciata non appena la notizia di questo lutto è stata divulgata, “con lui muore la filosofia“. Quantomeno, muore un certo modo di far filosofia (a cui gli stessi filosofi contemporanei sembrano essere totalmente estranei e che, nel nostro mondo, sembra non trovare più spazio); muore quel pensiero che non ha paura di essere radicale, di essere forte, di esser verità. Severino ha incarnato un (il) contenuto originario che ci mette di fronte alla perversione del nostro mondo, e l’ha fatto decostruendone lo sviluppo filosofico, e quindi anche culturale.
Per far questo, egli ritorna alle origini, per così dire, di quel gigante taumante che è l’Occidente, proprio come alcuni altri grandi del pensiero filosofico (Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Giorgio Colli, solo per fare gli esempi irrinunciabili), ma con intenti del tutto diversi. Severino, se vogliamo, è l’ultimo dei Greci, uno dei pochissimi che, fino a ieri, – ahinoi – è stato in grado di dialogare con i presocratici. In particolare con quel “maestro venerando e terribile” che è Parmenide nonché con Platone e con tutti i pensatori che hanno testimoniato, inconsciamente, le premesse della contemporaneità e del futuro del nostro mondo.
Non si possono comprendere questi cenni generali se non si cerca, per quanto possibile, di inoltrarsi nel mastodontico, necessario e audace pensiero di Severino. “Per quanto possibile”; sì, perché riassumere in poche battute la portata del già citato contenuto originario testimoniato nelle stupende opere che costituiscono, forse, l’ultimo affresco di un pensiero oggigiorno morente, è impossibile. Per tentare di “spiegare” Severino, si può partire dall’errore (il mondo) per poi giungere alla verità (il contenuto).
L’evidenza originaria, quella di cui non potremmo fare a meno in alcun modo in quanto uomini, è il diventar-altro delle cose: ciò che è, è per la morte, per dirla con Heidegger (si ricordi che Cacciari ha definito il novecento filosofico “la lotta tra Heidegger e Severino”). Tutto ciò che nasce viene dal nulla ed è destinato a morire, quindi a ritornare nel nulla. La vita, l’essere, è in continuo oscillare tra l’esistenza e la nientità e il divenire è esso stesso il reale, l’unica certezza. L’uomo, dapprima impaurito dalla forza imprevedibile del divenire, ne diventa il padrone e il dominatore grazie alla scienza e alla tecnica, innalzando così la struttura del mondo come noi la conosciamo.
Da Eraclito ed Eschilo (“Inno a Zeus”, nel quale emerge la necessità di rivolgersi al dio – l’immutabile, l’eterno – con episteme, dunque con la filosofia, per soffocare la paura della morte e del dolore incessante) fino alla civiltà contemporanea della tecnica, l’uomo ha evocato le più svariate forme di immutabile: l’Essere e le idee platoniche, Dio, le leggi matematiche del cosmo, i principi immodificabili del ragionamento, i sistemi dominanti (comunismo e capitalismo). Ma l’evoluzione della consapevolezza di quell’innegabile evidenza fa sì che alla necessità dell’immutabile si sostituisca la sua altrettanto ineludibile distruzione.
Per questo l’uomo, padrone del divenire e non più suddito del divino, sotto ogni sua forma, lo uccide (Nietzsche, Leopardi) e si proclama egli stesso superdio, citando proprio Severino. La dominazione tecnica del mondo, ovverosia lo scenario attuale della contemporaneità, affonda le sue radici nell’antichissima sapienza e filosofia greca. Il fine ultimo dell’analisi dell’Occidente è mostrare che ciò che viviamo è l’evoluzione naturale di quelle primordiali dinamiche, ben presenti ai primi pensatori, che possono essere riassunte, in fondo, in una sola breve, celebre formula: “volontà di potenza” (precedendo Friedrich Nietzsche, su questo punto, di quasi due millenni).
Perché, però, questo mondo, per come noi lo intendiamo, dovrebbe essere un errore? Perché l’uomo, dopo aver distrutto gli immutabili da lui stesso innalzati, si serve della tecnica e dei suoi modi per dominare il divenire, l’evidenza innegabile. In un certo senso, egli eleva ancora una volta ciò che dovrebbe essere un mero strumento del dominio a condizione del dominio; in altre parole, senza tecnica la connotazione antropologica originaria – la volontà di potenza – non avrebbe modo di esplicarsi.
Il che significa che la potenza è garantita e limitata, in certo modo, dallo strumento nel quale essa si invera. Una peculiare applicazione della dialettica servo-padrone (Hegel) che ci mostra come l’uomo, distrutto l’immutabile, ne rievochi un altro ancor più potente quanto imprescindibile. La contraddizione, allora, risulta insanabile. L’evoluzione, ovvero il graduale processo durante il quale il mondo troverebbe la sua coerenza (la più ortodossa fede nei confronti di quel divenire incessante che non ammette immutabili), non porta al risultato sperato. L’uomo ricade nell’errore.
Ma esiste, allora, una dimensione priva di contraddizioni, esiste una verità che non possa essere smentita dal divenire e dalla storia dell’uomo? L’uomo è davvero condannato a non avere senso e coerenza, alla lontananza costitutiva dal senso originario – anch’esso greco – della verità? No.
La verità può apparire nel momento in cui si individua nel diventar-altro la contraddizione sulla quale si edifica il “mondo”. E il diventar-altro è la suprema contraddizione perché il linguaggio che afferma il divenire ha come contenuto un niente; la contraddizione significante esiste, ma contiene un significato vuoto.
Come può ciò che è non essere se stesso? Come può un significato differire da se stesso? Ne verrebbe che esso non è un significato, quindi non è un contenuto esistente, tale da poter essere affermato. Il divenire, per come lo dovremmo intendere, è un susseguirsi di niente. Cosa c’è al di là di quell’essenziale, gigante e impensata contraddizione? C’è l’essere, c’è l’eterno, c’è la verità: ciò che è, in quanto è, è eterno. Ogni istante, ogni momento, ogni pensiero, ogni accadimento, ogni realtà… tutto è eterno per il solo fatto di essere. Ecco il messaggio inaudito che prende forma nella filosofia di Severino. Al di là della creazione e della distruzione c’è “il solido cuore della ben rotonda verità”, citando un frammento di Parmenide, c’è ciò con cui abbiamo a che fare ogni giorno – ciò che siamo – senza rendercene conto: “siamo re che si credono mendicanti”, disse il professore in un’intervista.
Il “mondo” non è il divenire che si offre al nostro dominio, ma l’avvicendamento necessario degli eterni che si susseguono, non cedendo mai il fianco al nulla, alla nascita e alla distruzione. I nostri occhi vedono l’annientamento, l’impossibile, ignorando la verità che pur ci appare ineludibilmente in ogni istante, persuasi di essere mortali.
La morte… l’abbaglio di chi non ha capito che cosa vuol dire essere. La morte, “l’assentarsi dell’eterno”, “il toglimento di ogni contraddizione”, ciò che “ci consente di oltrepassare il senso del nulla”. Morire significa diventare, una volta per tutte, ciò che già siamo, cioè l’eterno; meglio ancora, significa diventare immediatamente coscienti della Follia e superarla, con un solo eterno e decisivo gesto, l’ultimo atto che sarà accompagnato dalla persuasione di essere tale. Quando ognuno di noi morirà, ad attenderci non ci sarà un Paradiso, non ci sarà la Grazia divina o un vuoto baratro: ci sarà la Totalità concreta di ciò che è, che apparirà nella sua verità ed immediatezza. Noi saremo lo stesso apparire dell’essere, nel significato più ampio del termine, noi saremo la Verità (già lo siamo, in ogni istante, senza rendercene conto per via del nostro sonno nichilistico).
La Gioia, in Severino, è proprio questo scenario, al quale siamo destinati. E poco importa se la presa di coscienza del contenuto ci priva di ciò che abbiamo sempre creduto esser nostro, cioè la libertà di agire e di essere i padroni – in fin dei conti – del niente. Spinoza ha scritto: “La libertà risiede nel riconoscimento della necessità”. Come possono darsi felicità, gioia, libertà, senza piena immedesimazione col vero?
Severino ci lascia e ci insegna tanto. Ci insegna ad essere coerenti, a non scendere a compromessi con ciò che la fede – nel divenire ancor prima che in Dio – indica essere la realtà. Severino ci mostra come tenere acceso quel lume col quale siamo legati, quasi con disperazione ed eroismo titanico, al nostro vero destino e alla nostra autentica essenza. Ma questa filosofia è un grande protrettico: Severino ci ricorda quel gesto antichissimo – e subito frainteso – che ha caratterizzato la nascita del sapere filosofico, ovvero filein ten sofian, amare la sapienza, amare la verità, fare “filosofia”.
A noi “allievi”, propri e impropri (ossia i lettori che, come chi scrive, hanno conosciuto Severino attraverso i suoi scritti e alcune indimenticabili conferenze), rimane il compito, l’onore e l’onere di far risuonare quella voce che si è spenta, e con lei il contenuto di cui, per prima, si è fatta portatrice.
Arrivederci maestro.
Pietro Caiano, 26/2/2020. A Emanuele Severino, in eterna memoria
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Davide Cantino ha lasciato un commento a questo articolo, contenstando Severino, per il quale sarebbe meglio nascere. Se la Gioia, il toglimento di ogni contraddizione, appare fuori dell’anima umana, cerchio finito dell’apparizione, terra isolata, non sarebbe meglio non nascere? Il Desistenzialismo offre la soluzione nell’estrema assoluzione…
Vedi il commento del Cantino:
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