CHIAMALA MAGIA
Chi mai potrebbe pensare alla magia come ad un fenomeno autentico, veritiero e sincero? Lo spettacolo al quale assistiamo ci lascia attoniti e sconcertati: come è riuscito a fare quello che ha fatto? “Di sicuro si è servito di un trucco, di collaboratori nascosti (e non solo della solita bella fanciulla che accompagna il mago di turno), magari di botole invisibili”… Siamo spettatori di un qualcosa di straordinario, forse di impossibile. “Che fine ha fatto l’acqua versata nel recipiente?” “Dove è sparita? E la pallina? Era qui un attimo fa! Ora dov’è?”
Siamo soliti interrogarci in tal maniera quando ci troviamo ad assistere ad un numero di magia. E cerchiamo di scoprire il trucco, di cercare una spiegazione accettabile per ciò che accettabile non è. Siamo tentati dallo sminuire il numero con l’alibi del trucco; c’è pur sempre un trucco dietro, ciò che abbiamo di fronte non è genuino, sincero, autentico. L’orecchino non sparisce dav-vero, l’orologio non viene distrutto effettivamente dalla martellata del mago (e io lo so; ed è importante tenere a mente che io lo sappia, altrimenti la mia reazione non sarebbe quella di un sardonico sorriso speranzoso (con la speranza che il mago sia un bravo mago e sappia fare il suo mestiere): chi rompe paga); l’orecchino viene nascosto alla vista, l’orologio è integro, sano e salvo: avrà rotto un orologio di scena, non di certo il mio. Insomma, ciò a cui assistiamo, semplicemente non è reale.
[Y]ou experience magic as real and unreal at the same time. It’s very, very odd form, compelling, uneasy, and rich in irony… A romantic novel can make you cry. A horror movie can make you shiver. A symphony can carry you away on an emotional storm; it can go straight to the heart or the feet. But magic goes straight to the brain; its essence is intellectual[1]
Un passo in avanti. La pallina che il mago sul palcoscenico ha lanciato in aria non è scomparsa a mezz’altezza; d’altronde è impossibile che le cose spariscano, così, nel nulla; è stato tutto un inganno che mi ha portato a credere che l’impossibile sia diventato magicamente (non caso) possibile. È possibile che sia stato ingannato, quello sì; ma è impossibile che la pallina sia scomparsa o che l’acqua inverta le leggi della fisica e sconfigga la forza di gravità. Certo c’è il trucco, ma ciò che è truccato non può produrre nulla di Reale. Eppure.
Ecco la parolina magica, la vera formula magica del gioco magico della magia; eppure, quello a cui si è assistito è reale, perfettamente reale. Call it Magic, call it True... (Magic, Coldplay, 2014) Impossibile, questa volta sì, negarlo. Certamente la pallina non è sparita nel vuoto né si è dileguata nel nulla a causa di qualche forza mistica; il mago sul palco è un mago, non uno stregone. Di certo l’orologio non è stato infranto in mille pezzi (con mio immenso sollievo); eppure, io ho assistito, ho quasi partecipato, alla distruzione dell’orologio e alla scomparsa della pallina; l’ho vista sparire di fronte a me, ho sentito i meccanismi del mio bell’orologio infrangersi; ho sperimentato lo stupore per quell’improvvisa e inspiegabile sparizione e ho cercato una spiegazione quando ho potuto rimettermi al polso l’orologio. Eppure, tanto la pallina quanto l’orologio li ho ritrovati lì, esattamente dove li avevo visti, nella mano del mago e indosso a me.
Dalla citazione precedente si possono sviluppare due linee di indagine:
- la magia, il numero di magia ha a che fare con il Reale. Ritenere la magia una falsità perché finzione è un errore che ci impedisce di cogliere le profonde intuizioni in ambito filosofico. Ciò che vediamo sul palco o per strada (street magic) non può assolutamente essere tacciato di irrealtà; il fatto che il tutto sia mediato da un trucco, da una scenografia o da un effettivo gioco di diversione cognitiva non rende la magia mera irrealtà e falsità. La magia non è fiction. Rimarchevolmente Jason Leddington afferma che «if magic is experienced, in part, as real, then the magic is not fiction. Fiction asks us to imagine or make-believe that something is happening», mentre, assistendo ad un numero di magia, «you shouldn’t have to imagine the impossible, because you should already (apparently) be presented with it! In other words, magic is not fiction, but illusion [corsivo mio]»[2]. Non sto sostenendo che il Reale sia illusorio; tuttavia, sapere che il numero magico sia Reale, per quanto illusorio possa essere, ci permette di ragionare in vista, se non di una definizione del suo concetto, quanto meno di una problematizzazione del suo status.
- l’illusione magica ha un fortissimo ascendente sull’aspetto intellettuale di tutti i nostri processi cognitivi. Difatti, nel corso degli ultimi decenni si è sempre più affrontato lo studio dell’oggetto-magia da un punto di vista scientifico grazie ad una ibridazione di saperi che ha portato ad alleanze tra studiosi dei processi biochimici e neurologici e psicologici (psicologia della percezione, per esempio), tra maghi di professione e scienziati cognitivi, con l’ausilio di filosofi della mente e della percezione (con interessanti riprese ed evoluzioni delle teorie fenomenologiche), di semiologi e codicologi. L’aspetto cognitivo diventa il vero punto di intersezione per queste discipline e uno degli approcci più interessanti alla questione della magia. Assistere ad un gioco di magia comporta un vero riassestamento di tutto quell’apparato cognitivo che ci permette di orientarci nel pensiero e non solo. La formazione del tipo cognitivo[3] ci permette di relazionarci con il mondo circostante fornendo quel sufficiente grado di stabilità tale da poter reagire convenientemente alle circostanze e agli imprevisti; il disorientamento dovuto al mismatch tra il tipo cognitivo e il fenomeno della sparizione della pallina (la pallina non scompare per natura, per così dire, e le cose non sono solite dileguarsi senza lasciar traccia) è esattamente ciò che viene ricercato dall’illusionista e studiato dagli scienziati per scoprire il funzionamento del cervello. Tale crinale della ricerca rappresenta l’aspetto eminentemente epistemologico.
Come che sia, sarebbe riduttivo limitarsi esclusivamente all’aspetto epistemologico, pur riconoscendone l’imprescindibilità. Difatti,
can you make a sophisticated, modern audience believe in magic? You can’t, if you are talking about intellectual belief. I’m talking about emotional belief. An anecdote from the 19th century perfectly captures the difference between intellectual and emotional belief. Madam De Duffand was asked whether she believed in ghosts. She responded, “No. But I’m afraid of them”[4]
Non è più in gioco solo l’aspetto intellettuale; la magia non colpisce esclusivamente il lato razionale grazie alle sue distorsioni cognitive. Qui entra in gioco un nuovo protagonista che porterà la discussione un po’ più in là: stiamo parlando dell’emozione, dell’«emotional belief». Ridurre il tutto ad una mera questione intellettualistica significa sminuire il valore intrinseco del numero di magia e negare la sua stessa atmosfera; certamente lo stupore che ingenera il mago è un genuino disorientamento cognitivo, ma non si può ridurre tutto a questo. Il divertimento, la meraviglia, lo stupore sono principi del conoscere, ed è a partire da questi ultimi che si svilupperanno quei processi cognitivi che portano ad indagare l’illusione come oggetto privilegiato.
Ovviamente, è il lato cognitivo a far provare il senso di stupore e sorpresa. Tuttavia l’ir-riducibile del Reale supera ogni precognizione cognitivista: per questo si dovrebbe tendere a privilegiare un approccio quasi-cognitivo che, pur riconoscendo importanza capitale al lato epistemologico, non trascuri quello strettamente ontologico-thaumatico (ovvero traumatico). Il lato emotivo ci costringe ad interrogarci sulla peculiare natura di quel fenomeno che è la magia, contro il quale ci inciampiamo e impattiamo. Per questo non possiamo esaurire quella domanda che, intrusa, si annida in noi fin da bambini: che cos’è la magia?
[1] J. P. Leddington, Magic: Art of the Impossibile, in D.Goldblatt, S. Partridge, L. Brown (eds.), Aestethics: A Reader in Philosophy of the Arts, Routledge, London 2017, corsivi miei. La citazione è tratta da un articolo sul Smithsonian Magazine di Teller del duo Patt & Teller.
[2] Ididem, per entrambe le citazioni.
[3] Si veda U. Eco, Kant e l’ornitorinco, La nave di Teseo, Milano 2016.
[4] J. P. Leddington, op., cit.; il passo è tratto da D. Ortiz, Strong Magic. Creative Showmanship for the close-up magician, Kaufmann & Greenberg, 1995, corsivi miei.
@ILLUS. by, FRANCENSTEIN, 2020





