CI PIACCIONO LE CIAMBELLE
A chi non piacciono le ciambelle, con quella soffice pasta ricoperta di zucchero? Tutti le amano. Perché è un piccolo angolo di perfezione geometrica: un cerchio perfetto e bellissimo, per un’estetica della sostituzione della classica kalokagathía morale con quella meno poetica, ma senza dubbio più prosaicamente appagante del buono e bello (una kalokagathía edulcorata, letteralmente, della bontà gastronomica), con buona pace dei dolcetti piemontesi “Brutti ma Buoni” (che in quanto buoni sono di per sé belli). Ma che cosa è che piace della ciambella? Per quanto perfetta nelle sue forme circolari, da sempre simbolo di eternità e completezza, essa cela, nella manifestazione palmare, la più grande incompletezza possibile e anche solo immaginabile. E se è vero che l'”a little too self evident” fa la sua parte, allora ci troviamo al cospetto della più grande presenza passata sotto traccia, la cui traccia è solo il negativo dell’assenza di traccia, l’intracciabile (non) traccia rintracciabile nella di già rintracciata assenza di traccia: il buco.
E noi amiamo i buchi, dunque per questo amiamo le ciambelle. Quasi come nel Cogito cartesiano – “Cogito, ergo sum” -, l’ergo non è deduzione logica, ma posizione (meta)fisica, franca conseguenza ontologica della costituzione di noi mangiatori di ciambelle. Perché ci piaccia o no, a noi i buchi piacciono (possiamo non amare il fatto di amare i buchi, un odio metaordinato, ma non possiamo comunque non amare i buchi). Ci inquietano nella loro assoluta negatività (e dico assoluta perché non sono la negazione di un determinato, bensì la mancanza di una negazione, presentita come quasi-negazione), nella lora enigmatica assenza presente. Perché non è sconvolgente del buco la presenza dell’assenza, quanto più l’assenza del presente, l’assenza stessa che si presenta, l’assente-presente. Sono sempre le vecchie domande, sempre inevase: come può l’assenza essere presente? Non sarebbe più bello e più facile se il buco non ci fosse, semplicemente? Ma così sarebbe poi difficile, molto difficile, mettere l’anello al dito alla propria sposa il giorno delle nozze… Anche se in effetti non è poi peregrina l’ipotesi della non esistenza del buco: linearmente, non c’è! Eppure per l’anello è proprio quello che conta! (Musil) L’anello e il futuro sposino fanno affidamento su questo assente per essere quello che sono! E allora? Qui sorgono problemi.
Perché il buco, in fondo, è il risvolto positivo della sua negatività. In fondo, perché in fondo al buco si piomba sempre, senza accorgersene forse perché distratti, siccome novelli Talete, dalle meno auree, ma senza dubbio più ammiccanti luci della ribalta pubblicitarie, per essere timpaneggiati e financo perculati dal Nelson di turno, scanzonato figlio di quella (a dire il vero antipaticuccia) servetta tracia. Ma in fondo, perché dal fondo tutto (ri)comincia: più in basso di così non si può. Si esce con le ossa rotta, ma si esce; e questo è già molto. E se alla caduta corrisponde una risalita, allora il buco ha assolto il suo ruolo: spazio vuoto da riempire, possibilità aperta del riempimento. Ecco perché ci piacciono i buchi e ancor di più ciò che il buco permette; il vuoto va colmato, o quanto meno riempito, imperfettibilmente certo, ma immancabilmente. E a noi piace riempire il buco o far(ce)lo riempire.
Molteplici sono le strategie di empimento; su di una vorrei brevemente soffermarmi: il voyeurismo. Si sa, le porte sbarrano la strada e con essa la vista; eppure un piccolo pertugio, un piccolo vuoto, uno spiraglio colto di straforo si fa largo tra la struttura di quel muro impenetrabile. È il buco della serratura, porzione minimale, ma sostanziale, che apre alla vista e forse la vista ad orizzonti inesplorati, impossibili senza quell’angusta fenditura. Gli artisti lo hanno a loro tempo capito; molti uomini, da capirlo o meno, ne hanno approfittato, per nulla dispiaciuti. Dalle donne di Ingres a quelle di Degas, il senso di quelle forme si spiega solamente grazie alla natura propria del medium metapittorico, a quell’insenatura insinuante che apre uno spazio nuovo e informante, che condivide e consegna la forma del buco alla realtà così plasmata, a sua immagine e somiglianza. È lo riempimento dello sguardo, che si ricombina, si snoda e si stressa attraverso e fino in fondo al buco della serratura; è la volontà dell’empimento, liberatorio e spossante, di fronte all’insostenibile abisso generante; è, in fondo, il non-lutto dell’assenza.
E siamo ritornati così al punto di partenza: sì, ci piace mangiare le ciambelle. Su questo ci sembra opportuno spendere due parole. Nutrirci è la forma suprema, forse definitiva di riempimento. Riempire la pancia, sentirsi sazi, satolli, pieni. Il desiderio di cibo come eterna introiezione colmante. Maledizione dell’eternità; maledizione vampiresca del perpetuo ripetersi semplicemente imponderabile: nessuna sintesi. Perché “ho un buco allo stomaco” che devo riempire, ancora e ancora. Il pasto, celebrazione tribal-cultu(r)ale dell’evento illusioriamente risolutore, è l’apoteosi dell’inutilità feconda, inutile in quanto tribale e autoconclusiva, feconda in quanto eterodiretta almeno nella relazione edens-esum. La ciambella è il pasto impossibile, la non-soluzione di continuità del dialettico gioco crudele del suo dolce buco. È un faticoso e vorticoso gioco a differenza massima, la cui somma non può che essere la negativa presa di coscienza, perfettamente positiva peraltro, del buco nero (e già qui la cosa si fa ancora più divertente: di che colore è il buco?) nel tutto dell’Essere. Mangiare è la resa di fronte all’insopportabile peso del senza peso, la volontà di riempire ma svuotandosi irrimediabilmente in quel buco che ci guarda e che ci attrae tra le sue spire.
E al netto di ciò, ci piacciono ancora, eccome, le ciambelle! E se non possiamo più interrompere questo vizioso circolo e se, una volta riconosciutane l’inevitabilità, accettiamo di buono grado di ricominciare daccapo all’atto dell’ingestione della ciambella mattutina, allora forse non siamo disperati coatti a ripetere l’identico siccome esseri pavloviani istintivamente condiziona(n)ti, bensì, pur disperati e consci della nostra disperazione, siamo esseri liberi, cui piacciono le ciambelle e i buchi, attratti dalla quella mancanza che (non) c’è.
E ci piacciono le ciambelle, così come quei doni dal mortale carico venefico.
@ILLUS. by AI STYLE TRANSFER, 2019





