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COME L’UOM SI ETTERNA: ANIMA E FELICITÀ NEL MEDIOEVO ARABO-EBRAICO [GATTI VIP]
Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai
nè di non saper nulla, nè di non essere nulla, nè di non aver nulla a sperare.
Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico[1]
Per parlare di questo mio lavoro [Come l’uom si etterna, Paideia 2021, di cui quest’articolo è un ulteriore mix. Per leggerne un estratto clicca qui, N. d. C], tento innanzitutto di fornire una descrizione fenomenologica dell’essenza della filosofia; metto da parte il contenuto di una determinata dottrina filosofica (nel caso di questo libro, la teoria aristotelica dell’intelletto umano) e mi concentro sui problemi a cui questa stessa dottrina fornisce una risposta.
Come hanno mostrato i lavori di Pierre Hadot, prima ancora di essere un bagaglio di nozioni consolidate sul mondo e sulle sue dimensioni metafisiche (prima di essere scienza nel senso ampio del termine), la filosofia costituisce una modalità di esistenza umana alla ricerca della felicità, un sapere in grado di assicurare all’essere umano una collocazione all’interno di un contesto più ampio e di fornire un senso alla caducità o mortalità di questo essere, proponendo una particolare accezione di immortalità. In altre parole, attraverso la filosofia l’uomo si sente immerso in una rete di relazioni più grande rispetto agli eventi quotidiani in cui l’io di ciascuno di noi è coinvolto a partire dalla sua individuazione spazio-temporale. Questa rete ampia di relazioni è stata variamente indicata, nel corso della storia della filosofia, come cosmo, Deus sive Natura et substantia, storia universale, sfera della vita o «gran mar dell’essere».
La consapevolezza di questo relazionismo universale è appunto ciò che procura felicità al singolo individuo. Questa felicità è stata spesso descritta come il risultato di una conversione o metanoia conoscitiva, che comporta il ribaltamento di prospettive consolidate o immediate, prima fra tutte quella che esalterebbe la centralità dell’individuo e dell’uomo. Seguendo gli studi di Maria Corti sull’averroismo poetico, la felicità di cui parla la filosofia può essere caratterizzata come «mentale», in quanto legata a uno sguardo sulle cose che l’uomo è in grado di raggiungere attraverso le sole sue forze (e dunque, non attraverso l’assistenza di una rivelazione divina).
Nell’età medievale e cioè nell’ambito della nuova declinazione assunta dalla riflessione filosofica antica e tardo-antica all’interno degli spazi delineati dalle tre religioni monoteistiche, questo progetto filosofico della «felicità mentale» è entrato in concorrenza con l’escatologia di queste stesse religioni, in primo luogo proprio a causa della distruzione della centralità dell’uomo e dell’individuo che esso implicava. I filosofi arabi ed ebrei hanno riletto da questo punto dei vista i passi aristotelici del De anima in cui l’immortalità del singolo uomo coincide con il suo grado di identificazione con l’Intelletto Agente (una sorta di deposito di conoscenze non vincolate al qui e ora). Anche alcuni passi dell’Etica Nicomachea, in cui si evidenzia la possibilità di istanti (sia pure fugaci) di coincidenza tra il sapere dell’uomo e quello della divinità, sono serviti in questa direzione.
Il libro che qui si presenta propone la prima traduzione italiana, con note storico-filologiche e ampia introduzione, di uno degli svincoli fondamentali del problema della felicità mentale all’interno del Medioevo arabo-ebraico. Si tratta dell’opera ancora manoscritta di uno dei maggiori esponenti della filosofia ebraica medievale, Lewi ben Gershom o Gersonide (Provenza, 1288-1344), autore non soltanto di una vera e propria summa dell’aristotelismo ebraico (Le guerre del Signore), ma anche di una serie di Supercommentari ai Commenti di Averroè alle opere di Aristotele.
Il testo tradotto, appartenente a quest’ultima tipologia, è il Commento a tre Epistole di Averroè e figlio, scritto all’inizio del 1324 e dunque a ridosso della fase iniziale di composizione delle Guerre.
L’intento di Gersonide è quello di approfondire, sulla scorta dei suoi tre testi di riferimento, temi importanti di noetica filosofica, come l’individuazione dei fattori che rendono possibile la conoscenza, assicurando l’immortalità che caratterizza il culmine del processo conoscitivo dell’uomo. Queste Epistole di Averroè sono poi altamente significative anche perché documentano stadi diversi di evoluzione della sua noetica. In particolare, la prima di esse giunge a fornire, in relazione allo statuto dell’intelletto materiale, una soluzione assai prossima a quella adottata nel Commento grande al De anima, con la tesi dell’unicità ed eternità dell’intelletto materiale.
Nel suo Commento Gersonide individua con precisione proprio gli stadi di quest’evoluzione, cogliendo la differenza tra le tesi di volta in volta esposte nelle tre operette. Segue poi da vicino i riferimenti fatti da Averroè a precisi momenti storici della noetica del pensiero greco tardo-antico (Alessandro di Afrodisia e Temistio) e di quello islamico (con particolare riferimento ad al-Farabi).
La traduzione di quest’opera è stata condotta sulla base dei suoi tre manoscritti, le cui varianti sono indicate nelle note di carattere filologico. Viene inoltre studiata la trasmissione in campo ebraico del testo delle tre Epistole negli autori anteriori a Gersonide, con particolare riferimento alla sezione di noetica dell’enciclopedia filosofica di Shem Tov ibn Falaquera, composta intorno al 1270. Nel complesso, questo lavoro giunge a formulare l’ipotesi, sulla base dei dati disponibili, che anche il mondo ebraico medievale abbia avuta una qualche conoscenza degli esiti più radicali della noetica di Averroè documentati nel Commento grande.
[1] Penso che questa frase di Leopardi non costituisca una descrizione pessimistica dell’uomo, ma descriva il nocciolo o l’essenziale della nostra condizione, quello da cui si deve partire per poter parlare, senza «tante scempiataggini», di un senso possibile di ciò che ci capita. Sono convinto della presenza di una dimensione di senso dell’uomo e del tutto, ma questo senso non è quello rappresentato dalla sopravvivenza individuale dell’anima umana. La salvezza consiste semmai nella consapevolezza, sempre di nuovo da conquistare, che siamo parte di una rete di relazioni più ampia, diciamo pure di una sfera di vita che va al di là di quella dell’uomo. È all’interno di questa sfera che le generazioni dei singoli viventi (l’uomo, gli animali e le cose) vengono e vanno via, sia pure con modalità temporali tra loro diverse. Mi sembra che il problema medievale della «felicità mentale», che soltanto paradossalmente afferma questa dimensione di senso e al tempo stesso nega la sopravvivenza dell’io individuale, rientri proprio in questo genere di problemi.
@ILLUS. by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2021
COME L’UOM SI ETTERNA
PAIDEIA EDITORE
Roberto Gatti