FACILE A DIRSI MOSTRO
Se esiste una parola estremamente abusata, quella è senza ombra di dubbio “mostro“. Con essa si vuole dire un po’ tutto e niente; la si usa tanto in contesti positivi che in quelli negativi, la si usa quindi sia catafaticamente che apofaticamente e, forse soprattutto, superlativamente. La parola mostro rende chiaro e palese il principio del nominalismo classico: gli universali sono solo ed esclusivamente flata vocis, misera emissione di un suono il cui senso è dato da una relazione convenzionale imposta dall’uomo e calata dall’alto. Come gli universali non esistono in sé, ma sono esistenti nelle cose solo previa ideazione umana, così “mostro” sembrerebbe assumere un valore puramente euristico, un abile collegamento utile a dare senso alle cose.
“Mostro” è allora un cappello, una scatola, un universale fantastico (nel senso di una collezione di individuali da cui si astrae il comune dal non comune) la cui esistenza viene giustificata dal naturale e comprensibile desiderio adamitico, per non dire bisogno, di dare nome alle realtà circostanti e di universalizzare laddove in presenza di tratti distintivi comuni. E poiché non si fanno più troppe cose con le parole, ciò non toglie tuttavia che siano le cose a fare le parole, siano le parole ad aver bisogno di cose da poter catalogare, analizzare e utilizzare. E così “mostro” è una parola che, come tale, necessita di una cosa, o più cose, per essere detta e compresa; bisogna, per tagliar corto, distinguere precisamente “mostro” da mostro.
Una teoria filosofica promossa da Derrida sostiene pressappoco quanto non sia possibile l’esistenza al di fuori di una tramatura di relazioni scritte e quanto l’esistenza stessa possa essere ek-sistentia, dunque dimensione che si stacca e che si staglia, solo all’interno di un testo. La realtà è esattamente un testo, il cui principio differenziante ne è del tutto endogeno (la famosa différance, con la “a”, esclusivamente leggibile e mai udibile): “il n’ya pas de hors-text” (Della Grammatologia), traducibile con “non c’è un fuori-testo”. E non c’è nel duplice senso da una parte oggettivo, cioè non c’è un oggetto fuori dal testo; dall’altra soggettivo, ovvero non c’è un fuori del testo, una realtà che esista e che non venga di per sé inscritta in un testo-cornice (un testualismo inscrittivo che ha fatto suo Markus Gabriel in Perché non esiste il mondo sostenendo l’esistenza dei mondi senza con ciò optare per l’esistenza del mondo, che assurgerebbe così a contenitore non contenuto, dunque fuori-testo).
Coerentemente, Ferraris pone un correttivo al testualismo forte di Derrida proponendo una tesi di compromesso. Non è vero che non esiste nulla fuori dal testo; qualcosa che esiste al di fuori c’è (oggetti naturali e ideali). Al contempo, però, ci sono oggetti che non possono esistere che in un testo, e quelli sono gli oggetti sociali. Da qui la nuova formula: “nulla di sociale esiste fuori del testo” (Il manifesto del nuovo realismo). Certificazione della presa d’atto dell’esistenza dell’oggetto sociale è la mediazione documentale la quale se da una parte ne comprova lo spessore ontologico (c’è), dall’altra lo fonda ontologicamente, lo rende, insomma, oggetto sociale. Documentazione che non può che andare a braccetto con una registrazione iscritta (Documentalità). Risulta allora comprensibile la formula: oggetto (sociale) = atto iscritto (atto dell’iscrizione e iscrizione dell’atto).
Ma “mostro” è esattamente questo; è la registrazione di una differenza, è la catalogazione e l’universalizzazione di un’eccedenza, positiva o negativa che sia, con la conseguente assegnazione di una dimensione sociale che rende quella cosa un oggetto, un dedans-text, un dentro-testo. Tuttavia, mostro non accetta di essere equiparato ad una archiviazione protocollare. Come è vero che la registrazione in senso ferrarisiano è un consolidamento della traccia derridiana, così lo è il fatto che le tracce del mostro, le sue impronte o le sue fugaci apparizioni a ignari testimoni non portano praticamente mai all’individuazione di ciò di cui le tracce sono tracce.
Perché il mostro è oggetto sociale solo in qualità di “mostro“. Allora quale tipo di oggetto è? Domanda alla quale non si può rispondere endogenicamente perché solo “mostro” è oggetto. Le parole, si è già detto, hanno bisogno di cose. Di cose indipendenti dalle parole. Possiamo fare benissimo cose con le parole e l’ontologia sociale di Ferraris ce lo mostra benissimo: parole come atti, per l’appunto différance. Ma resteranno cose indipendenti dalle parole, da cui dipenderanno parole; e tali cose non saranno oggetti (né naturali, né ideali). Saranno semplicemente cose. E mostro è cosa.
Sul tema del testualismo inscrittivo si è fatto riferimento alla traduzione italiana del testo di Gabriel Warum es die Welt nicht gibt di Simone Maestrone: Markus Gabriel, Perché il mondo non esiste, Bompiani, Milano 2015.
Sulle tematiche dell’oggetto sociale e della mediazione documentale si è consultato rispettivamente Maurizio Ferrraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Roma-Bari 2012 e Id, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza, Roma-Bari 2009.
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@ILLUS. by MAN OF PONG, 2019





