KARL JASPERS E LA SAPIENZA DEL BUDDHA
Estratto di Marco Palladino, Trascendenza e malum mundi. Karl Jaspers e Alberto Caracciolo, Edizioni Sophìa, Sant’Arpino 2025, pp. 226-227
Dukkha non è nell’esistenza, ma è l’esistenza, la sua costitutiva impermanenza (aniccatā). Dukkha, come il concetto di Grenzsituation [situazione-limite; N. d. C] indica un male ontologico: «Sperimentare situazioni-limite ed esistere è la stessa cosa». Già in rapporto alla nascita facciamo esperienza del limite strutturale del nostro esserci, della sua irrevocabile datità: nessuno infatti decide di nascere, ma si ritrova ad esistere, senza poter risalire all’origine di sé. Dukkha, però, non indica solo il limite che intride di sé l’esserci nella sua totalità e che non può essere separato dalle situazioni-limite in cui si incarna – dolore, morte, lotta, colpa – bensì la sofferenza che nasce dal rapporto con esso. Dukkha, su questo piano, è avidyā (ignoranza), elusione delle cause che la determinano.
La sofferenza non è la fattualità del soffrire, ma l’ostinata volontà di misconoscere il carattere finito, impermanente, di tutti i fenomeni. Dall’ignoranza circa l’ineluttabilità della sofferenza nasce l’attaccamento (upādāna) al proprio io, l’illusione circa la sua auto-sussistenza. La cessazione della sofferenza (dukkhanirodha) inizia, invece, riscoprendo il fondo di sé: l’Existenz che senza timore si cala nelle proprie situazioni-limite. Esistere è la capacità di porsi a distanza da sé, scorgendo la verità del proprio essere nella relazione. L’esistenza, infatti, non è monadica sostanza, ma rapporto con sé e, al contempo, con l’essere della Trascendenza. Allo stesso modo, l’anātman non nega l’esserci dell’io, ma la sua immota sostanzialità, presentandosi come la libertà dall’assolutizzazione di ogni identificazione particolare. In questo senso si può dire che è nulla, perché non può essere racchiuso in nessuna identità di natura (svabhāva). La comprensione dell’insostanzialità dell’io libera dall’attaccamento a sé stessi, dalla volontà che crede di afferrare alcunché di stabile.
Finché ci si attacca all’idea di un io permanente, si produce perpetuamente la brama (tanhā) di protrarre l’esistenza oltre la morte, o, al contrario, la sete di annichilirla. L’insegnamento del Buddha non mira al superamento della fattualità empirica della morte, ma all’estinzione di quella morte esistenziale che consiste nella mancata risoluzione del rapporto con la realtà della sofferenza. Sia la dottrina del Buddha, che la filosofia jaspersiana, affermano l’irriducibilità della verità dell’essere al pensiero. Tale verità è Prajñā, la sapienza che è andata oltre, aprendo la visione della vacuità. Ma siffatta visione può dischiudersi solo a chi è stato ammaestrato dalla sofferenza. Allora ciò che «esteriormente è determinazione e limite, interiormente è manifestazione dell’essere autentico».
Le situazioni-limite, nell’immanenza, costituiscono un ponte verso la Trascendenza perché inducono l’esistenza ad auto-trascendersi, superando il proprio naturale egoismo. Abitando il limite, l’esistenza si proietta oltre il limite stesso, in quell’orizzonte della Trascendenza che lo trasfigura. Allo stesso modo, dukkha, evidenziando l’intrinseca relazionalità dell’io, addita la vacuità di tutti i fenomeni. Alla sua luce, il dolore per il fatto che c’è dolore perde la sua assolutezza. Così l’esistenza, «dentro il mondo, abbandona il mondo stesso».
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2025
TRASCENDENZA E MALUM MUNDI







Consiglio la lettura di Bin Kimura, psichiatra giapponese del Novecento che ha ampiamente discusso del rapporto tra la visione Zen e la fenomenologia in ambito clinico e psicopatologico
Grazie molte per la segnalazione! Bin Kimura è autore che personalmente ho solamente sentito nominare, ma che non ho mai approfondito: hai qualche testo da consigliarmi per un primo contatto?
Ciao, questa è una buona introduzione e ha la bibliografia al fondo: https://www.psicologiafenomenologica.it/lopera-di-kimura-bin-un-connubio-fra-il-pensiero-fenomenologico-esistenzialista-e-la-cultura-orientale-zen/
Io l’ho scoperto leggendo il capitolo a lui dedicato nel manuale di Stanghellini sulla Storia della Fenomenologia Clinica
Ciao! Grazie mille per il link!