LA SCIMMIA COOL
Si alza il sipario. L’occhio di bue illumina il centro della scena: una musica inizia a risuonare. Si aprono le danze…
I’ve never seen anybody do the things you do
before.
Unicità. Quando si parla di essere umano si ha la tendenza a considerarlo come unico nel suo genere. Un unicum straordinario e inaspettato che ha saputo ergersi, dono della suerte benigna o frutto di capacità con il tempo affinate, sopra il regno animale distaccandosene ontologicamente. Si è soliti affermare la prerogativa umana nell’innata capacità di ragionare, di usare meglio (?) di ogni altro essere vivente quell’organo superiore che è il cervello. E non solo a livello astrattivo, cioè nella capacità di pensare l’Universale e di cogliere una direzione, una Logica, ma anche a livello pratico, fattivo: l’uomo è davvero quella creatura che fa cose mai viste prima.
La distinzione umana è l’instaurarsi della separazione, di quel solco invalicabile che necessita del salto quadruplo: si sa che l’evoluzione ci impiega millenni per rendere patente i suoi effetti, eppure il salto richiesto ricomprende in sé le migliaia di secoli e si è dall’altra riva evoluzionistica.
Questa teoria dell’Evoluzione permette di mettere in luce due aspetti interessanti:
- ogni forma di innatismo viene lasciata da parte. Nessuna dote innata, nessun privilegio ontologico, meno che mai risorse epistemologiche di ascendenza divina (basti pensare alla teoria epistemologico-gnoseologica della conoscenza platonica o alle idee cartesiane sulla Verità Assoluta).
- affermazione di una specificità che misteriosamente ha preservato i nostri antenati permettendo loro di erigersi a padroni del regno animale e per estensione dell’intera nicchia ecologica (le manipolazioni dell’inorganico sono significative di questa capacità quasi alchemica di trasformazione indotta della materia).
A rigore, tuttavia, il paradigma dell’innatismo non sembra abbandonare l’immagine che l’uomo ha voluto dare di sé: una teoria dell’evoluzione che si concentri a ricercare le ragioni dell’umanità dell’uomo sottolineandone l’unicità non può non essere definita che «disciplina scientifica circolare» (Pievani), nella quale l’oggetto della ricerca è il soggetto ricercante stesso. Statuto epistemologico sui generis, il quale dovrebbe impedire facili entusiasmi e trionfalismi di sorta. In fondo sarebbe l’uomo stesso a dimostrare a se stesso di non essere al di qua della ripa…
Difatti, le ultime scoperte scientifiche gettano luce su di un passato le cui tinte sembrano essere decisamente più sfumate. La teoria evoluzionistica può così fondarsi su premesse alternative, alcune delle quali decisamente più fedeli ai principi darwiniani. L’arcinota scala dell’essere che immortalerebbe in un’istantanea l’intero processo ascensivo, da scimmia a uomo, ben raffigura quel pregiudizio ontologico-assiologico.

Punti deboli di questa rappresentazione iconografica («iconografia della speranza» secondo la tanto incisiva quanto sprezzante definizione fornitane dal paleontologo Stephen J. Gould) sono
- l’immediata direzionalità teleologica, ovvero l’impressiva di uno sviluppo finalizzato, avente come termine ultimo la perfezione dell’umano odierno (e se non di oggi di un domani comunque raggiungibile)
- la conseguente battuta di caccia tra i reperti fossili in vista del tanto famoso “anello mancante” che possa completare la scala con il gradino ritrovato.
Questa spasmodica ricerca dell’assente risente della condizione naturale dell’essere umano di costruire narrazioni che sostanzieranno storie. E le storie plasmeranno la realtà.
A sgombrare il campo dagli equivoci, Henry Gee, Senior Editor di Scienze biologiche per Nature, nel suo La specie imprevista ci accompagna in un viaggio alla riscoperta di quella «rigogliosa ripa fluviale» di darwiniana memoria: l’evoluzione non segue una linea retta, un’ascensionale affermazione di caratteri via via più prossimi alla perfezione. Piuttosto, una pletora di ramificazioni intricata, di linee ereditarie che, vuoi per sorte, per maggiore abilità epigenetica, adattiva o plasmatrice, sono sopravvissute fino a noi (tanto da essere noi!), a incarnare la traccia della nostra storia filogenetica. Una Storia composta da tante storie, sottotesti e collegamenti, persino ipertestuali; un lungo tragitto che ha condotto la scimmia, oggi nuda, a ballare.
Perché la scimmia nuda balla. Ora si è inscaltrita, ha mangiato la foglia. Forse è un po’ troppo pessimistico pensare che si faccia piovere addosso gocce di Chanel (n. 5?) per non sentire l’odore dei suoi simili. Tuttavia non possiamo negare quanto sia innato, questo sì, il desiderio di vedere ballare altre scimmie, di chiedere loro: «Move for me, move for me, move for me». In fondo, l’evoluzione è tutta una gran danza, una frenetica e forse poco elegante coreografia, condita con un pizzico di caso, o improvvisazione del destino, qua e là, tra musiche festanti e silenzi ormai persi per sempre (i fossili ossili come «testimonianza muta» di Gee ci lasciano solamente pregustare i contorni di una storia, i versi o le voci, di quei nostri antenati i cui rami sono stati spezzati). Resta ora questa scimmia, l’uomo, potente nell’impotenza che la sua evoluzione gli ha lasciato (Gehlen ci ricorda in primo luogo la natura sussidiaria degli strumenti tecnici a tamponare le lacune fisiche: integrare, intensificare, agevolare. La tecnica, non la tecnologia come ritiene imprecisamente Gee (per il quale anche il cane diviene un elaborato tecnologico perché permette all’uomo di compiere azioni che privato della sua collaborazione gli sarebbero state impossibili), sarebbe la trovata dell’evoluzione a supplire il contraccolpo evolutivo).
Che sia Homo Sapiens Sapiens, di tanto in tanto è da dubitarne; d’altronde, Stupidus Stupidus (Andreoli), benché giustificato, è un po’ eccessivo. Forse. Homo Stulte Sapiens oppure Homo Sapienter Stupidus sono denominazioni poco scientiche ma più calzanti? In attesa che gli Homines sciolgano questo dubbio amletico, godiamoci lo spettacolo della scimmia cool.
Le due citazioni in inglese sono tratte dalla hit Dance Monkey tratta dall’Album The Kids are coming di Tones and I, 2019.
Il riferimento alla scimma nuda che balla (richiamo al libro di Desmond Morris, The Nacked Ape del 1967) e alle gocce di profumo rievocano la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2017, Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani.
Per le citazioni di Gould e di Pievani, il testo di riferimento è Henry Gee, La specie imprevista. Fraintendimenti sull’evoluzione umana, traduzione di Domenico Giusti e Presentazione di Telmo Pievani, Il Mulino, Bologna 2016.
L’illustrazione in evidenza è un’opera di Paolo Tocchini.
Pagina Instagram @paolotocchiniart e pagina Facebook Paolotocchini
@ILLUS. IN EVIDENZA by PAOLO TOCCHINI, 2019
@ILLUS. NEL CORPO DEL TESTO by TEKATLON, 2020




