L’INTENTO DI HEGEL: PER UNA SCIENZA (SPECULATIVA) DELLO SPIRITO
Così come molti suoi contemporanei, Hegel è spesso oggetto di forte interesse data la sua complessità e oscurità, e facilmente finisce per essere interpretato nella maniera sbagliata, specialmente se si tenta di capire il contenuto dei suoi scritti prima ancora dell’intento della sua riflessione. Certamente la tendenza degli autori del primo Ottocento tedesco è quella di non farsi leggere molto facilmente – si pensi anche a Fichte e Schelling, ad esempio – ma bisogna cercare di comprendere il motivo di questa tendenza, che non si limita ad un gusto per la complessità della forma, come potrebbe accadere in qualche scritto aforistico.
Hegel nasce come pensatore all’interno di un orizzonte molto specifico: quello in cui la filosofia inizia ad essere pensata e insegnata separatamente dalle scienze specifiche delle arti liberali, che richiedono sempre maggiore autonomia; quello in cui i prodotti del kantismo, con la sua distinzione tra le possibilità dell’intelletto e della ragione speculativa, genereranno una tendenza a pensare la filosofia come il campo dell’intuizione e del sapere non scientifico; in sostanza, quello in cui la filosofia inizia a sua volta a diventare un sapere autonomo e per cui oggi classifichiamo determinati pensatori politici, fisici, matematici, economisti, psicologi come filosofi e non come scienziati.
Innanzitutto bisogna riflettere sul fatto che la filosofia stata, tra Quattrocento e Seicento, il termine sotto cui si riassumevano trivio e quadrivio: aveva dunque significato di sapere generale, completo e non specifico (si pensi alla filosofia naturale, in cui l’aggettivo naturale intende individuare una precisa area del sapere filosofico, o al titolo di doctor Philosophiae, attualmente mantenuto nell’acronimo Phd, che non ha a che vedere con lo specifico corso di studi). Con lo svilupparsi nel Settecento delle scienze specifiche (fisica e chimica), queste assumono un interesse specifico che inizia a distanziarsi da quello universale proprio degli studi cosiddetti filosofici. Così ogni scienza assume un proprio campo di indagine e un proprio procedere storico. Proprio in questo contesto si sviluppa il sistema hegeliano, che vede la filosofia diventare sempre più marginale e assumere una fama di non scientificità non solo tra le scienze parziali, ma anche tra i filosofi stessi. In questo senso devono essere interpretate le ripetute critiche di Hegel nei Lineamenti di Filosofia del Diritto, a partire dalla Prefazione:
Giacché ora la ciarlataneria dell’arbitrio s’è impadronita del nome di filosofia ed è riuscita a indurre un vasto pubblico nell’opinione che simile agitarsi sia filosofia, è divenuto addirittura quasi un disonore parlare ancora filosoficamente intorno alla natura dello stato (Prefazione ai Lineamenti, Laterza, p. 10).
E allora cosa resta da fare una volta che «la sedicente filosofia ha espressamente enunciato che il vero stesso non possa venir conosciuto, bensì che il vero sia quel che ciascuno intorno agli oggetti etici, segnatamente intorno allo stato, governo e costituzione, si lasci sorger dal cuore, dall’animo e dall’entusiasmo» (ivi, p. 8)? Se questo è «il principale intento della fatuità, collocare la scienza, invece che sullo sviluppo del pensiero e del concetto, piuttosto sulla percezione immediata e sull’immaginazione accidentale […]» (ivi, p. 8), allora l’intento di Hegel è quello di distinguersi da questa «calca di verità» grazie alla scienza. Proprio per questo motivo il linguaggio che ritroviamo nei suoi scritti risulta spesso complesso, come se nascondesse un significato non immediato: i termini, anche quelli comuni, sono risemantizzati, assumendo una specificità che può essere compresa solo attraverso lo studio della concettualità della filosofia.
Con la Prefazione ai Lineamenti di Filosofia del Diritto Hegel intende denunciare l’effettiva tendenza delle filosofie (al plurale) normative, che fondano i loro contenuti su specifiche opinioni, e di quelle che più in generale trovano la loro giustificazione «nella testimonianza immediatamente consenziente dello spirito» (Prefazione, p. 5). In conclusione, per Hegel la Filosofia deve avere uno statuto scientifico vero e proprio, con un proprio metodo e un proprio oggetto, e il suo procedere a cavallo tra Settecento e Ottocento non segue questa direzione.
Ovviamente questa critica non si estende indifferentemente a qualsiasi pensatore, tanto che Kant e Fichte vengono ripresi in maniera sostanziale per quanto riguarda il problema della scientificità e lo statuto della scienza filosofica o speculativa: la distinzione kantiana tra metafisica e scienze dell’intelletto viene mantenuta[1] così come il carattere fondativo della filosofia nei confronti della scienza particolare; il procedere scientifico della filosofia riprende la fondamentale introduzione fichtiana della Wissenschaftlehre.
Ovviamente perché tale andamento scientifico sia garantito, dev’essere garantito anche un riscontro tra realtà e concetto, e per permettere ciò la scienza empirica o dell’intelletto non può essere lasciata da parte. Come si legge nell’introduzione all’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio, il piano speculativo (quello della scienza filosofica) è solo uno dei tre piani di interpretazione della realtà, i quali prendono ad oggetto la stessa ma in modi differenti; troviamo così il piano del sano intelletto, della conoscenza immediata della realtà – l’opinione, se si vuole (si confronti a proposito anche il §317 dei Lineamenti); quello della scienza dell’intelletto, che dalla realtà empirica trae leggi universali, ma che non è in grado di giustificare il proprio funzionamento; infine quello speculativo, che, prendendo come base le scienze dell’intelletto, grazie alla propria potenza creatrice le fonda concettualmente (il concetto è il prodotto della filosofia come la legge è quella della scienza), ovvero le giustifica, laddove esse semplicemente opererebbero secondo il proprio metodo.
Secondo il movimento dialettico hegeliano, la spontanea deriva della scienza intellettiva è quella di giungere a una contraddizione interna al proprio procedere che non riesce ad essere risolta dagli strumenti della scienza stessa, ed esattamente qui ha inizio il vero e proprio momento speculativo, il quale genera, crea, produce un nuovo concetto. Alla produzione concettuale, negli scritti hegeliani, segue una trattazione intellettuale dell’oggetto (ad esempio, nella “triade” del diritto astratto, il momento del contratto, giunto a contraddizione interna, fonda quello dell’illecito, il quale viene poi trattato in maniera più specifica secondo un punto di vista non meramente “filosofico” ma “scientifico”). Si ricordi poi che l’uso dei termini tesi, antitesi e sintesi non appartiene al vocabolario hegeliano, e dunque non bisogna applicarlo indistintamente alle triadi sparse qua e là nelle opere in questione, tanto più che esse non vengono proposte sempre all’interno di ogni capitolo.
Ciò che importa ed è invece necessario comprendere è che, come si è già detto, la scienza filosofica crea concetti per districare i nodi, le contraddizioni della trattazione scientifica, e dunque questi concetti non possono essere il semplice dispiegamento di ciò che è già presente nel concerto precedente: essi contengono un’aggiunta, un nuovo elemento che va a colmare un vuoto – al massimo, aggiungerei, è possibile pensare a un “dispiegarsi” delle questioni e dei problemi scientifici, che man mano vengono trattati con maggiore puntualità grazie a concetti sempre più complessi e completi. Bisogna dunque mettere da parte la classica analogia del frutto già contenuto nella gemma, che potrebbe produrre una rappresentazione erronea del processo dialettico: il concetto più complesso non è già contenuto in quello più semplice ma deve essere creato dal nulla a partire da esso.
Per quanto riguarda invece l’ordine di trattazione delle opere hegeliane che seguono il procedimento dialettico, ovviamente esso non rispecchia un andamento cronologico, per cui i concetti sarebbero posti secondo il loro sviluppo storico (tra i vari motivi, si pensi che se così fosse nei Lineamenti la famiglia nascerebbe ben dopo la forma del contratto o l’azione individuale della moralità dopo il diritto). L’ordine di trattazione è, come si può intuire, quello dialettico-concettuale, il quale richiede che i concetti risultino sempre più complessi e dedotti dai precedenti, e che produce così un’evoluzione dal più astratto (la proprietà) al più concreto (lo stato). Ogni concetto contiene entro di sé i precedenti, cosicché il diritto astratto e la moralità trovano la loro realtà (non empirica ma razionale, ovvero l’unione di concetto ed esistenza) soltanto all’interno dell’eticità. Empiricamente, invece, questi momenti hanno anche esistenza autonoma, ma riprenderemo il discorso più avanti.
Addentrandoci nel territorio dei Grundlinien, le avvertenze sono queste: la trattazione sottintende un’idea di diritto molto ampia, decisamente diversa da quella del diritto positivo (la giurisprudenza, §3) per cui il diritto è ciò che è posto storicamente e che dunque non lavora per definizioni e non ricerca la razionalità del reale – esso è contingente, la giustificazione storica non è giustificazione secondo concetto: «per il diritto romano non sarebbe possibile alcuna definizione dell’uomo, poiché lo schiavo non si lascerebbe sussumere sotto di esso, anzi nel suo status quel concetto è leso» (§2, ann.). In Hegel il diritto è il venire all’esserci della libertà, lo spirito soggettivo, il quale è libero, che si dà forma realizzandosi da sé (§4): ci troviamo quindi nel terreno dello spirito oggettivo.
Altro punto fondamentale: le prime due sezioni, Diritto astratto e Moralità, hanno come fondamento e, in parte, obbiettivo polemico, la scienza del diritto naturale (il giusnaturalismo), sulla base degli sviluppi kantiani e fichtiani. La terza ed ultima sezione, l’Eticità, è invece la prosecuzione dialettica, quindi razionale, delle basi gettate dal giusnaturalismo, che da solo, come ogni scienza parziale secondo Hegel, non riesce a risolvere i propri esiti e sfocia in contraddizione (l’opposizione tra l’unità del sovrano e la moltitudine dei sudditi con il conseguente esito nella coercizione). Solo le prime due parti esauriscono lo Stato giusnaturalista, ovvero quello che fondamentalmente vuole sorgere dopo la Rivoluzione francese, ed esso ha la sua struttura istituzionale esposta nella sezione della Società civile, ad esclusione delle corporazioni. Questo Stato non è etico, ovvero non risolve la coercizione di cui sopra, e si fonda sulla figura del contratto e sul sistema dell’economia (sistema dei bisogni e del lavoro).
Lo Stato hegeliano, invece, è etico, in quanto in esso la particolarità prende parte al processo decisionale e amministrativo. Bisogna chiarire, infine, che l’intento qui non è quello normativo, ovvero Hegel non ipotizza uno stato che possa essere più giusto e non intende proporre le conclusioni del suo scritto come obbiettivo storico. Certamente nella scienza speculativa hegeliana si ritrova una fiducia nel dispiegarsi autonomo della storia verso una sempre maggiore razionalità (come è successo, per riprendere l’esempio precedente, nel caso della schiavitù, che è stata riconosciuta come irrazionale e la cui diffusione si è man mano ridotta), ma questo non significa che la storia debba essere forzata in una direzione: «la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul fare del crepuscolo» (Prefazione ai Lineamenti, p. 17)[2]. L’esito dei Lineamenti, che si concludono nella trattazione dello Stato etico, è l’esito del procedere dialettico, che descrive lo Stato moderno secondo il suo concetto, anche se questo non ha manifestazione effettiva nella realtà storica.
Si tratta adesso di dimenticare lo Hegel dei manuali di scuola e di ripensare questo autore a partire dal suo enorme impegno nello studio delle discipline scientifiche della sua epoca. È il momento, cioè, di confrontarsi direttamente con il movimento dialettico: la riflessione sul testo hegeliano sarà ancora attuale a due secoli di distanza?
[1] Evidentemente, non sostenendo l’impossibilità di determinazione di un piano di verità superiore a quello semplicemente intellettuale, ciò che in Kant non può essere preso ad oggetto in quanto ontologicamente infinito, per Hegel è soltanto epistemologicamente infinito. Ciò vuol dire che un oggetto non è sostanzialmente impossibile da indagare ma lo è solo secondo il modo in cui si applica l’indagine. L’infinito è in Hegel il punto di contraddizione che dà origine al momento speculativo del processo dialettico (si veda più avanti).
[2] Se la natura è indagata come oggetto entro di sé razionale, la cui legge è immanente e deve essere ritrovata a partire dall’oggetto stesso, nel caso del mondo etico (spirituale, in questo caso politico), la ragione si realizza da sé attraverso la decisione, che sfugge alla predittività. Questo problema, che fonda la scissione tra Geisteswissenschaften e Naturwissenschaften, produce la tendenza ad associare le prime al caso e all’arbitrio e a formulare delle ricette su come dare vita a uno stato razionalmente dedotto. Questa tendenza è puramente intellettiva, perché nella sua formalità non tiene conto della realtà empirica e rimane così parziale. Hegel vuole invece descrivere lo spirito così come si descrive la natura, senza ignorare quindi le peculiarità di quest’ultimo, come la tendenza umana all’aggregazione che le teorie giusnaturaliste riducono a rapporti contrattuali (corsivo da Prefazione ai Lineamenti, p. 5).
@ILLUS. by MA-T, 2026




