DALL’ESSERE NON VI È USCITA (parte II)
Continua da parte I (LINK>>>)
E che dire del destino, entro il quale lei non riesce a pensare di essere incluso? Il destino è quello stare, quella verità, quel già intorno al quale lei mi accusa di adagiarmi. Al di fuori di quel già, come scrivevo all’inizio, si può solo scommettere e supporre. Mi limito a parlare di ciò che vedo, come da lei auspicato, e vedo essere, solo essere, eternamente essere. Questo è ciò che vedo. E ne vedo la necessità. Perché la vera libertà non è il volere, impossibile, ma è la nostra necessaria verità, che noi siamo. Le ripropongo Spinoza: “La libertà è il riconoscimento della necessità”. Capisce, professore? Tutto questo mondo è già qui, non altrove, è già qui (le parlavo di trascendenza epistemologica, ricorda?). Supereremo ogni dubbio quando il Tutto ci apparirà concretamente, ma quell’apparire è già scritto nelle cose, è già le cose. Tra pochissimo approfondirò questo punto.
Poco dopo, lei dice che “Severino temeva il nichilismo perché temeva di finire nel nulla, aveva paura di non poter incontrare di nuovo la sua adorata moglie, Esterina, mortagli prematuramente”. Ma davvero crede questo? Le conclusioni a cui Severino giunge tra “Destino della Necessità” (1980) e “La Gloria” (2001) sono già implicitamente presenti ne “La Struttura Originaria” (1958) e in “Essenza del Nichilismo”, tutti scritti risalenti a svariate decine d’anni prima che Esterina morisse (è mancata nel 2009). Per ora, de “La Struttura Originaria” sono riuscito a leggere soltanto l’introduzione – le ricordo che sono pur sempre uno studente del primo anno di università –, ma penso che questa lettura mi sia stata sufficiente per capire come l’apparire della totalità concreta di ciò che è si presentasse già come autentica necessità dagli esiti di quelle primissime riflessioni sul fondamento del sistema. In altre parole, la Gioia è già lì. Nell’esposizione della vexata “contraddizione C”: ogni determinazione – che, apparendo, si configura come l’originario – è “costante del semantema infinito”, il che significa che il Tutto (semantema infinito) è costante dell’originario. Quindi, l’originario – la determinazione, cioè me, lei, Esterina, più precisamente ogni istante che compone la nostra esistenza – può apparire soltanto se appare il Tutto. Ma il Tutto non appare (quando mai vediamo tutto l’essere apparirci), quindi il sistema salta, così verrebbe da dirci… invece è proprio qui che risiede il più autentico senso della Gioia: il nostro apparire è già il nostro esser la Gioia, lo richiama eternamente. Per questo la morte è, veramente, il toglimento di ogni contraddizione, di ogni contraddizione particolare ma anche e soprattutto il dileguarsi di quest’enorme mancanza, di questo vuoto, che è lì da sempre ad aspettare il Tutto. Più avanti lei dice che “è normale per noi umani desiderare massimamente ciò che massimamente non abbiamo” e che “tutti desiderano soprattutto ciò che non hanno”, riferendosi al discorso severiniano sulla Gioia come apparire infinto del Tutto; aggiungerei io, “sono pochi, invece, a comprendere e ripetere ciò che essi già sono”. Perché di questo si tratta: la Gioia non è ciò “che trascende il nostro stato e non dipende da noi”, come lei scrive, bensì la nostra sola ed unica verità. Possiamo volere altro da questa, ma non rinunciare ad esserla. Questo per dirle che certo, Severino non si è mai ripreso dalla morte della moglie, come non si è mai ripreso da quella del fratello Giuseppe, normalista (allievo di Giovanni Gentile), morto nella seconda Guerra, o da quella del padre, o della madre… ma il contenuto del suo pensiero si rivolge a tutti non come un antidoto voluto contro la morte e il dolore (anche della vita), bensì come l’esposizione di quel significato che le cose hanno a prescindere che lo vogliamo o no, che ci vogliamo o no diversamente da come siamo stati, siamo e saremo (siamo – sempre).
Professore, le assicuro che non c’è prospettiva più lontana dalla religione cattocristiana della mia. Non c’è nessun Dio che ha scelto l’essere piuttosto che il Nulla, non c’è nessun Dio nei confronti del quale stiamo espiando un peccato originario non meglio identificato, non c’è nessun verbo di cui farci seguaci. Qui si fa filosofia, non si predica la santa parola. I termini che ho utilizzato, “maledizione” e “salvezza”, le ricordano il cattocristianismo? Per quel che riguarda il primo, lo posso tranquillamente sostituire con “deprecazione”: il desistenzialismo depreca la vita, se “maledirla” significa legarsi, semanticamente, al mondo della religione. Non si tratta di certo di un’operazione filosoficamente “a costo 0”, ribadisco: che vuol dire deprecare la vita? Significa pensarla come ciò che non dovrebbe appartenerci, come una condizione che dobbiamo scontare, perché foriera di tanto dolore e tanta sofferenza. Ma dolore e sofferenza si devono al fatto che viviamo per morire (“Ognuno, vivendo, a suo modo muore”, scriveva il già citato Agostino). Quella morte chiama a gran voce il nostro Nulla, e siamo daccapo. E se invece – cerco ancora una volta di pensare come lei – quel Nulla fosse in realtà nulla? Se non ci annientassimo ma vivessimo esperienze al di fuori dell’essere, vuoti accadimenti neutri e privi di male? Beh, sarebbe sempre qualcosa, quest’esperienza, per essere desiderata ed evocata dal desistente. I “non nati”, se devono essere salvati, sono già, in qualche modo (agiremmo per chi non esiste? Se non esistesse, non ci sarebbe noto e non potremmo individuarlo come destinatario di un nostro benevolo gesto salvifico). Lo stesso vale per noi che ci siamo ancora e dovremmo – si spera il più tardi possibile, professore! – non esserci più. Davvero desideriamo non-essere? Davvero possiamo desiderare di non-essere? “Nihil volitum nisi praecognitum”, dicevano gli scolastici, e se il non-essere è volitum, dunque praecognitum, esso è senz’altro (e non può essere ciò che si vorrebbe – non – fosse). Non “entifichiamo il niente”, altrimenti verrà un altro Nietzsche o un altro Leopardi a mostrarci la nostra contraddizione, doppiamente folle. Per quel che riguarda la seconda parola incriminata, sì, noi dobbiamo salvarci, ma l’abbiamo scelto noi pensandoci come enti votati all’annientamento. Nell’articolo sulla scrittura, penso di aver messo in luce una verità abbastanza condivisa e risaputa: cerchiamo in tutti i modi, sfiorando a volte persino il ridicolo, di sopravvivere, di sopravviverci. Si tratta della pena da espiare per esserci voluti mortali, caro professore. Il dramma ontalgico non ci cala dall’alto, non è il risultato del gioco da tavolo di Dio e del diavolo, come ho letto in un suo peraltro godibilissimo articolo uscito nei giorni scorsi su Arena Philosophika (LINK>>>), il grande spazio che ospita le nostre dispute. La filosofia contenuta negli scritti severiniani, paradossalmente, è un antidoto al dramma ontalgico desistenziale. Sì, professore. Ci salviamo dalla morte a cui ci siamo condannati solo capendo che, appunto, si è sempre trattato della nostra volontà di volerci Nulla (e volerci male, in fin dei conti, col solo effimero vantaggio di giustificare il nostro anelito alla libertà, questo perché la libertà vuole l’azione, l’azione l’annientamento, e l’annientamento la morte). Spero di averle risposto, sul perché abbiamo bisogno di salvezza. Noi ci siamo condannati a questo bisogno, volendoci mortali quando, in realtà, siamo destino eterno.
Lei mi chiede se il mio, il nostro, il destino è “consolante”. Io le rispondo di sì. So di essere vero, so che, in realtà, sono destinato a non trovarmi più in bilico tra verità ed errore. Quel che vogliamo, poco importa. Se mi trovassi davanti ad un moribondo, sarei contento di indicargli il destino della verità. Sarebbe il solo modo per non continuare ad illuderlo, questa volta sì, con le mille menzogne della volontà nichilistica. Io non mi annienterò mai, professore, nemmeno lei, nemmeno Severino, Esterina, i miei e i suoi morti… nessuno di noi. Siamo tutti qui che ci aspettiamo: niente e nessuno è mai perso, è mai passato, né mai passerà. In tutta onestà, non c’è cosa che mi renda più felice di sapere che tutto questo è vero. Non ci credo, lo so. Ecco la differenza su cui si giocano le sorti della filosofia.
Spero di aver risposto alle sue sollecitazioni. Grazie per la sua disponibilità al dialogo, sereno e rispettoso.
Con stima.
PIETRO CAIANO (DESTINY KID)
ILLUS. by, JOHNNY PARADISE SWAGGER ft. PATRICIA MCBEAL, 2020
Disputa sul Nulla
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@GRAFICS by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020







In fondo, potremmo dire, l’Essere E’ il concreto, e la filosofia è sempre filosofia della e per la vita; parallelamente, la filosofia vuole sempre il concreto, e l’Essere chiama a sé soltanto la vita.
Queste sono alcune considerazioni che riassumono l’idea alla base di questi due articoli.
L’autore, Pietro Caiano (Destiny kid)
Ulteriore replica di Cantino:
Ab ovo usque ad mala
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https://arenaphilosophika.it/ab-ovo-usque-ad-mala/