DALL’ESSERE NON VI È USCITA (parte I)
22-23/4/2020
Gentile professor Cantino,
qui di seguito ci sono i punti in cui ho articolato la mia risposta al suo articolo (qui, in due parti) a sua volta contro-risposta alla mia replica ad altri suoi due articoli. Tra chi ci legge, chi vorrà potrà ricostruire passo passo la nostra “disputa” (originata a partire dagli articoli Emanuele Severino, Eterno Maestro, qui, e La scrittura: come sopravvivere?, qui). Ho cercato di donare una qualche sintesi ai miei punti, se non altro seguendo l’ordine con cui questi emergono, scorrendo i suoi due articoli da capo a fondo. Cominciamo.
Lei dice che il punto di partenza della sua riflessione è l’ontalgia, la constatazione che la vita è essenzialmente dolore e che “il pensiero desistenziale parte da questo assiomatico dato di fatto, senza interrogarsi sul prima e sul dopo”. Il fatto è che il desistenzialismo nasce su quel κοινόν di cui le parlavo nella mia precedente risposta alle sue obiezioni ai miei articoli. L’ambito in cui emerge, se vogliamo, la relativa necessità, a suo vedere, della profezia desistenziale, è l’ambito in cui il Nulla la fa da padrone, perché – ripeto – non si può voler morire (o non esser mai nati) se prima non si pensa possibile la morte (o la non-vita). Ma il mio non è un ripetermi fine a se stesso: lei scrive che il desistenzialismo non si interroga sul prima e sul dopo… eppure lei sicuramente si avvedrà del fatto che la sua non è una posizione “a costo zero”. Il pensare desistenziale presuppone quel κοινόν verso il quale lei dice, ora, di provare disinteresse (il perché di quel “presupporre” è ciò che tenterò di far emergere in questa replica). Non trovo filosoficamente corretta questa dipendenza disinteressata; è un po’ come farsi aiutare da qualcuno nella realizzazione di un lavoro di gruppo e poi dimenticarsi di mettere il nome di quella persona tra coloro che l’hanno fatto.
Lei mi scrive di non sapere che cosa preceda “il nostro esistere in questo mondo”. E come potrebbe? Come potrei, anche io, saperlo? Non mi riferisco a questo quando parlo della nostra destinazione eterna ad esistere: mi preme soltanto il qui, ciò che vivo e ciò che sono, non altro. Forse è proprio il pensiero che si innesta sul senso del Nulla a formulare giudizi su ciò che non vede. Ci siamo mai percepiti non-esistenti? Possiamo davvero sperare e credere che si possa, noi, non esistere? Filosofiamo su quello che possiamo sapere, e in primissima istanza il punto fermo – come insegnano Agostino d’Ippona e Descartes – siamo noi come fulcro di pensiero, di autocoscienza ed intellezione. Al venire a mancare di questa certezza, che cosa possiamo sperare di trovare o di pensare? Uscire dall’essere è molto pericoloso, non lo farei a cuor leggero. Per sapere cosa troveremmo al di là di ciò che siamo, ci è soltanto concesso scommettere. Lei è disposto a ridurre la filosofia ad una arrischiata scommessa? Pascal avrebbe risposto di sì, e lei? Finché facciamo filosofia, ci siamo, e – ammesso e non concesso che ciò sia possibile – quando non saremo più, la filosofia sparirà con noi. Ecco, fin qui posso convenire con lei. Ma è dal nostro qui che noi vediamo a chiare lettere come sia impossibile smettere di essere, vediamo che l’Essere è ovunque, è l’Ovunque. “Il Tutto è destino perché nulla può liberarsi dal proprio essere”, scriveva il maestro Severino. La profezia della desistenza è una volontà, e come tale vuole l’impossibile. Davvero è pensabile uno “stato prenatale”, un “sonno che precede il risveglio alla vita”? Le confesso che non ci metterei la mano sul fuoco. In fondo si tratta di una grottesca scommessa come le ho scritto – si tratta di questo, credo.
Lei dice che il nulla può configurarsi come esperienza al di là dell’essere, come sonno senza sogni, come esperienza estranea alla filosofia e alla logica. Mi sono sforzato di pensarci, per poi comprendere che sarebbe stato inutile. Il motivo è molto semplice: qualsiasi cosa mi venisse in mente, già solo per il fatto di averla presente nella mia mente, era essere e non nulla? Esperienza fuori dall’essere?Esperienza fuori dall’essere? E’ come dire che qualcosa esiste non esistendo, e che la sua esistenza sia, in fondo, non esistenza. Non riesco a capirlo, questo nulla di cui parla, mentre capisco bene il Nulla pensando il quale, secondo lei, sarei “pregiudiziale”. Capisco quel Nulla, con n maiuscola, e capendolo capisco la sua assoluta non esistenza, il suo assoluto esser nulla, capisco l’inadeguatezza di ogni riferimento ad esso e capisco di non poterlo capire, perché non c’è. Questo mi basta: se il Nulla fosse un Dio – e per l’Occidente esso lo è – la mia sarebbe una purissima teologia apofatica. Basta comprenderlo, per capire che (non) è nulla e che non lo si può comprendere. Lì, sì, si può e si deve tacere. Ma prima di farlo occorre capire di cosa stiamo parlando. Heidegger distingueva tra livello ontologico e livello ontico: l’essere, in relazione all’ente, sarebbe nulla. Eppure, questo notavano Gadamer e Severino in una loro conversazione sul tema, sembrerebbe imporsi la necessità di distinguere ancor di più radicalmente l’essere (nulla per l’ente) dal Nulla, ciò a cui nessun nulla potrà mai avvicinarsi. Finché c’è un significato, anche flebile e confuso, finché c’è qualcosa a cui si possa far riferimento o affidamento – nel caso del pensiero desistenziale -, finché ci sarà qualcosa e non il non-qualcosa, allora non si potrà parlare di Nulla. Si potrà non parlare più di Nulla quando si comprenderà che esso è al di là dell’essere e del pensiero, della logica e dell’intuizione, della veglia e del sonno, della beatitudine, del dolore e dell’atarassia. Bisogna farci attenzione, con questo Nulla, altrimenti si finisce per confonderlo con l’essere, ovvero con ciò con cui il Nulla è commisto, almeno da Platone in poi (almeno).
Lei parla di “mania severiniana di scomodare la filosofia greca”. Ciò che Severino ritrova nei Greci è la spinta alla verità in senso forte. È scomoda, quella verità, non lascia scampo. Questo voleva significare επιστήμη (epistéme, “sapere incrollabile/scienza), questo voleva dire αλήθεια (alétheia, “verità”). Il senso autentico della verità è andato perdendosi quando il contenuto originario, da condizione d’esistenza delle cose, è divenuto creazione dell’intelletto umano. La verità che l’uomo trova e costruisce non è verità, è opinione. La verità autentica non solo sta a prescindere che venga compresa o meno, ma è il motivo per cui tutti quanti stiamo, è ciò che veramente siamo. Severino ricerca questo nella grecità, che però nasce già corrosa. Il Nulla è il convitato di pietra, è sempre in agguato. Viene evocato solo se non autenticamente compreso, quantomeno in relazione a ciò che non è, cioè l’Essere nella sua più generale connotazione. In fondo si tratta di un dualismo/monismo, non trova? Per concludere su questo, per non far confusione, anche Heidegger ha guardato ai Greci, certo, ma per ricercarvi una via di fuga al mondo del Man, non le radici della contemporaneità (e della condizione umana in generale). Vedeva alla grecità come ad una realtà ancora pura, che potesse fungere da modello per la sua Germania nazista. Direi che sono due atteggiamenti diversi: il coltello può servire sia a tagliare il pane che a uccidere un uomo…
Professor Cantino, lei dice che il grande problema della filosofia è il già. Scrive “filosofa solo chi c’è già”. E poi menziona appunto Heidegger, secondo cui sarebbe inutile parlare di Essere astraendoci dall’esser-ci. Io penso che pensarci come non-presenti sia invece la più lampante ed ingiustificata astrazione. Penso che il linguaggio che testimonia il destino sia decisamente più concreto della filosofia di Leopardi, del Cristianesimo, dell’aristotelismo e della stessa profezia desistenziale, e questo perché non fa sedere a tavola quel convitato di pietra di cui sopra, non gli permette nemmeno l’ingresso in sala da pranzo. Fuor di metafora, professore, vorrei che lei mi dicesse come potremmo pensarci oltre il già. È la domanda che implicitamente ha rivolto a me, ma io gliela ripropongo: pensarci come non esistenti, non è forse quello il più radicale gesto d’astrazione che la filosofia possa compiere? Il già è l’unico scenario possibile. E la differenza tra il sonno senza sogni da lei evocato e la nostra Gioia è che il primo è uno scenario astratto, nel senso che, per pensarlo, dovremmo concepirci fuori di noi, quasi come se qui non ci trovassimo al nostro posto: perché esistere quando si potrebbe “fare esperienza al di là dell’essere”, lei scrive?; la Gioia, d’altro canto, è forse il più autentico esempio di vera concretezza filosofica. Perché la nostra verità non è la morte, ma l’essere, professore… non possiamo credere che le cose stiano diversamente per il solo fatto che la vita sia a noi male (parafrasando il buon Giacomo Leopardi, specchio del suo e del nostro tempo, che ha immortalato alla perfezione la Follia in cui tutti siamo immersi – a causa nostra). Ripensiamo alla verità della verità, cioè al suo senso autentico ed originario: la verità non è un voluto, ma è ciò che sta. La Totalità non ci appare ancora, la Gioia concreta non ci appare ancora, ma è necessario che ci appaia, perché già lo fa. Non comprendo come sia possibile credere questo discorso una menzogna, un credibile pseudo-cristiano, una fede alla quale io – o altri – dovremmo credere. Io vorrei che lei mi mostrasse in che modo il suo desistenzialismo può ritenersi immune dal Nulla, anche se se ne disinteressa – a suo dire. Quel legame, quell’irrinunciabile, per certi versi, ma pericolosissimo legame, segna la distanza dalla verità.
Continua a leggere su Arena Philosophika, (parte II) LINK>>>
ILLUS. by, JOHNNY PARADISE SWAGGER ft. PATRICIA MCBEAL, 2020
Disputa sul Nulla
VAI A INDICE
@GRAFICS by JOHNNY PARADISE SWAGGER, 2020






