JASPERS-BULTMANN: IL PROBLEMA DELLA DEMITIZZAZIONE – UNA INTRODUZIONE PARTE (II)
Il Tractatus theologico-politicus (pubblicato anonimo nel 1670) nasce proprio da questa intenzione, da questa presa di coscienza dei pericoli connessi con un’interpretazione del testo appianata, subordinata agli interessi politici e di potere. Spinoza mostra che è possibile interpretare le Sacre Scritture sotto l’ottica politica (la stessa teologia, intesa come obbedienza, ha evidente dimensione politica) se si leggono con attenzione le storie del popolo ebraico, ma con l’invito a porle sempre in paragone alle vicende della (sua) attualità, senza mai sacrificare il presente a vantaggio di una fissazione dogmatica. Nella prefazione al Trattato, si legge chiaramente che
quanto ai conflitti che vengono suscitati sotto il pretesto della religione, per certo essi sono originati soltanto dal fatto che si emanano leggi intorno alle cose speculative e alle opinioni, come se fossero delitti, vengono incriminate e condannate: onde i difensori e i propugnatori di esse sono sacrificati, non alla salute pubblica, ma soltanto all’odio e alla violenza degli avversari. Mentre invece se in base al diritto dello Stato fossero perseguibili soltanto le azioni, e le parole rimanessero impunite, simili conflitti non potrebbero in alcun modo assumere aspetto giuridico, né le dispute stesse si convertirebbero in conflitti[4].
Il Testo Sacro è politico perché politico è l’uomo che lo ha scritto e che lo vive, ma la sua vera essenza è quella di essere un documento, ma anche un invito, che ci parla dal passato, interpellandoci per il futuro, nel presente della nostra esistenza. «Chi si arroga il primato per la propria fede in Dio santifica i suoi interessi per l’esserci e la potenza»[5]; scardinare queste pretese e le loro conseguenze (e Spinoza ne era consapevole tanto per le proprie esperienza personali quanto per lo shock dovuto alla guerra dei Trent’anni e conclusasi con la pace di Westfalia, 1648, appena due decenni prima della pubblicazione del Tractatus) è stato il compito filosofico di Spinoza, filosofo credente.
Ma come si mosse in questa direzione? Attraverso la filologia. Non bisogna confondersi però: la filologia non è equiparata alla filosofia, ma trova sua realizzazione se inserita nel procedimento filosofico. Lo si può notare già dal primo capitolo del Tractatus nell’analisi dei vari significati possibili per רוח (ruach – spirito), oppure per le varie forme con le quali è espresso il possesso di Dio e infine che cosa si debba realmente intendere, elencando lezioni differenti, con la formulazione spirito di Dio. L’intera prima parte è un grande saggio di studio filologico del testo, tanto che Spinoza è universalmente riconosciuto, se non come il padre effettivo, almeno come il padre spirituale, il vero prodromo di ciò che a partire dal XVIII secolo, sarà denominata ricerca storico-critica.
Quest’ultima ricevette impulso vitale dall’Illuminismo ed ebbe in Reimarus il suo più eminente esponente. Si plasmava così quello spirito scientifico che sottoponeva ad esame la Sacra Scrittura siccome qualsiasi altro testo antico. Come che sia, la stessa posizione radicale di Reimarus era messa in dubbio non solo dai dogmatici, i quali ritenevano i risultati così ottenuti ambigui, contradittori e per cui si sarebbero superate le difficoltà solo grazie alla fede (le contraddizioni sarebbero viste solo da coloro che non hanno ricevuto la grazia della fede), ma anche tra gli stessi filosofi si potevano trovare posizioni contrastanti. A questo riguardo, basti citare un brevissimo stralcio di Lessing:
[i]l mio anonimo – scrive Lessing – afferma: non bisogna credere alla resurrezione di Cristo anche perché le notizie degli evangelisti al riguardo si contraddicono. Io replico: la resurrezione di Cristo può anche essere vera sebbene le notizie degli evangelisti si contraddicano. Ora giunge un terzo e dice: alla resurrezione di Cristo bisogna credere assolutamente, infatti le notizie al riguardo non si contraddicono[6].
Nel XIX secolo, sulla spinta della filosofia hegeliana si è prodotta una serie sconfinata di studi recanti come titolo Vita di Gesù, razionalizzanti e profondamente influenzati dalla filosofia idealista di Hegel, cha a sua volta compose un’importante Das Leben Jesu. Tra i più importanti e controversi scritti, va annoverato quello di D. F. Strauss (Das Leben Jesu, kritisch bearbaitet, II voll., 1835-1836) che si impegnò «a motivare le eterne verità di fede non con una persona, appunto con Gesù il Cristo, ma direttamente con la ‘idea reale’, lo ‘spirito eterno’, nel quale – secondo la filosofia di Hegel – Dio e l’umanità dovrebbero coincidere. Ciò che la tradizione ecclesiale diceva di Gesù Cristo, per D. F. Strauss in verità doveva valere per il genere umano nel suo insieme»[7]. Tutto ciò comportava una vera de-mitizzazione della figura di Gesù, frutto della mitologizzazione dopo la sua morte per opera delle comunità protocristiane[8].
A questa metodica troppo razionalizzante si erano opposte, in primo luogo, la teologia liberale di Gesù, con i suoi tentativi atti a individuarne la personalità e, in secondo luogo, la scuola storica delle religioni che riteneva essenza del messaggio neotestamentario la religiosità stessa. Di fronte a tutte queste forme di analisi storico-teologico si è opposto Bultmann, il quale ha cercato, nel suo scritto del 1926 intitolato significativamente Jesus, di incontrare, grazie alla mediazione della ricerca storica, il Gesù reale. Come ha ben chiarito il teologo, se
noi nella storia di Gesù incontriamo delle parole, esse non devono essere giudicate a partire da un sistema filosofico in relazione alla loro validità razionale, ma le incontriamo quali interrogativi sul modo in cui vogliamo comprendere la nostra esistenza[9].
Da questo interesse esistenziale ha preso forza la riflessione sulla demitizzazione nell’intenso dialogo Jaspers-Bultmann.
[4] B. Spinoza, Trattato teologico-politico, Einaudi, Torino 20073, p. 4.
[5] Frase tratta dal profilo dedicato al filosofo olandese in Die Großen Philosophen (I grandi filosofi), ora pubblicata in una monografia da cui cito: K. Jaspers, Spinoza, Castelvecchi, Roma 2015, p. 152.
[6] Lessing, Una controreplica, tratta da R. C. Ballanti, La disputa sulla demitizzazione tra Jaspers e Bultmann, in Id, Filosofia e religione. Studi su Karl Jaspers, Le lettere, Firenze 2012, p. 86. A questa citazione è apposto, nella stessa pagina, il seguente commento: [n]el rifiuto simultaneo dell’“anche perché” dei critici radicali della religione à la Reimarus e dell’“infatti” dei dogmatici, il “sebbene” di Lessing riconosce l’esistenza di una verità più essenziale e originaria di quella legata alla storia, di uno spirito che, nella sua inesausta ulteriorità, trascende la lettera».
[7] W. Schmithals, Postfazione a R. Bultamann, Gesù, Queriniana, Brescia 20086, p. 176.
[8] Cfr., H. Küng, Dio esiste?, Fazi Editore, Roma 2012, pp. 266-269.
[9] B. Bultmann, Gesù, Queriniana, Brescia 20086, p. 12.
@ILLUS. by FRANCENSTEIN, 2021





