KARL JASPERS: CREAZIONE E COLPA, MEMORIA E RESPONSABILITÀ. IL MITO (PARTE II)
Bultmann si presenta come il difensore dell’evento-Cristo, come di una realtà transtorica, avvenuta sì nel tempo, ma instoricizzabile come un qualsiasi altro accadimento (infatti è evento, non accadimento); Jaspers si presenta come il sostenitore della tesi della miticità di un evento-Cristo come reale apparizione sulla terra di Dio nelle vesti del Dio-uomo Cristo; il teologo ritiene necessario purificare il testo biblico da quell’incrostazione mitologica che lo rende lontano e assolutamente incredibile per noi moderni, per lasciare così rilucere la forza del vero messaggio evangelico e la sua realtà di base; il filosofo, da par sua, ritiene necessaria una fede assolutamente non ingenua, conscia e consapevole dell’impossibilità dell’esistenza dell’uomo-Dio e della pericolosità di ogni affermazione assertoria tramutantesi ben presto in Wille zur Macht, in volontà di potenza. In poche parole, per il primo demitizzare implica il riconoscimento della realtà della Rivelazione, per così dire, immiticizzabile, e una rinnovata riflessione sull’effettività (sulla Wirklichkeit) del Kerygma, mentre per il secondo demitizzare non significa altro che rimitizzare lo spazio mitico, mitizzando la stessa Rivelazione e lo stesso Kerygma. Ecco perché parlare di mito. Perché è in gioco la serietà stessa della fede: da una parte la fede nella rivelazione, dall’altra la fede filosofica.
Ciò che si è descritto in precedenza (la cosmogonia, la colpa) è un racconto e come tale il racconto va narrato. E qui si può già intravedere quella grande differenza che insiste tra racconto biblico e racconto mitico: il primo è scritto, sebbene in un lungo arco temporale (probabilmente quasi un millennio), mentre il secondo è originariamente tramandato a voce, cantato dagli aedi. Il mito greco, ma in realtà ciò coinvolge l’esser-mito in sé, è sempre frutto di racconti e di ascolti, di cantori e di raccoglitori che portano storie la cui origine si perde nella notte dei tempi. La rivelazione biblica, invece, è un atto unico, avvenuto in un passato remoto, anch’esso perso nelle maglie dello scorrere del tempo, ma la cui forza, la cui verità è perennemente valida e immutabile. Dei miti, greci per esempio, si conoscono versioni differenti, a volte contrastanti, una sterminata gamma di variabili perché molteplici i racconti che di bocca in bocca e di orecchio in orecchio si sono tramandati. Un discorso similare può, invero, essere svolto anche per la Bibbia, per l’Antico Testamento in particolar modo, data la diversità delle fonti (elohista, jahvista, sacerdotale, deuteronomista, specialmente presenti nel Pentateuco) e l’enorme arco temporale della sua composizione, il che farebbe presupporre comunque un robusto apparato di informazioni essoteriche, tramandate oralmente. Come che sia, resta innegabile che il mito non faccia sua la pretesa di assolutezza propria di un testo che si proclama Heilsgeschichte (storia della salvezza).
Ed è proprio all’interno di questa cesura tra mito e Rivelazione che il mito stesso può manifestare tutta la sua fecondità. Il mito parla all’uomo, ma non parla direttamente; parla attraverso aedi, certamente, ma principalmente parla alla memoria. Come ha ben sottolineato Vernant, esso
si presenta sotto forma di un racconto venuto dalla notte dei tempi e che esisteva già prima che un qualsiasi narratore iniziasse a raccontarlo. In questo senso, il racconto mitico non dipende dall’invenzione personale né dalla fantasia creatrice, ma dalla trasmissione e dalla memoria[1].
La memoria qui interessata non è solamente la facoltà mnestica della computazione di accadimenti storici, certamente necessaria, quanto più una memoria che ricorda situazioni mai verificatesi, una memoria che collega direttamente al divino[2], una memoria che affonda le proprie radici in quel salto che ha permesso all’umanità di essere quello che è, passando dalla preistoria alla storia. Una memoria lontana, ancestrale eppure presente; una memoria già ricca di pensiero, ma per lo più sconosciuta; una memoria passata, ma mai trascorsa del tutto, memore di un passato eterno. Una memoria vuota, priva di contenuto determinato, in quella ricca vuotezza dalla quale può rinviare alla sua origine, anch’essa celata, nascosta, oscurata dalla luce degli Dei; una memoria che rinvia a ciò che la riempie effettivamente, la Trascendenza, nel suo inesauribile rapporto all’esistenza, rapporto di sfida e abbandono, di ascesa e di caduta, rapporto conflittuale tra legge del giorno e passione per la notte, tra la pace dell’Uno e l’inquietudine dei molti.
Quest’oralità, questa memoria, questo ascolto del racconto, quand’anche messo per iscritto, risvegliano in noi quel legame così profondo tale per cui è impossibile pervicacemente affermare di essere in possesso della Verità assoluta in quanto essa stessa si è rivolta a noi; allora il mito ci può aprire orizzonti nuovi, perché da sempre presenti, ma soltanto sopiti, può dare voce finalmente alla fede, a quella fede che ci sostiene e che è inseparabile dall’esistenza del singolo (Einzeln) che trova in essa fondamento riconoscendosi legato alla Trascendenza.
Resta ora una domanda capitale: può la filosofia essere linguaggio di fede? Questo interrogativo, credo, è forse il più importante lascito dell’intera filosofia jaspersiana, perché sorretto da un imponente lavoro teoretico (che ha trovato il suo apice prima in Philosophie e poi soprattutto in Von der Wahrheit) nell’ascolto della tradizione e della propria fede (non più religiosa, ma filosofica).
Quale significato, nell’interpretazione jaspersiana, assumono quei racconti (in particolar modo quelli veterotestamentari) prima citati? È doveroso premettere che per Jaspers lo stesso racconto biblico è un mito; affermazione che si spiega con il fatto che è solo attraverso il mito (inteso nella sua realtà di cifra) che si può giungere alla Trascendenza; il mito, pertanto, non negherebbe realtà al racconto biblico, ma ne inficerebbe la pretesa esclusivistica, la pretesa di essere Rivelazione assoluta, perfetta e compiuta alla quale non si deve che obbedire. Proprio perché mantiene intatta la sua verità nel rimandare-a, la verità che trova espressione all’interno della costruzione mitica non è tanto il contenuto manifesto, cioè ciò che è narrato, ma ciò a cui la narrazione stessa rinvia e da cui ottiene spessore e pregnanza nel suo perpetuo dileguarsi. Ciò detto, possiamo passare ad analizzare la portata dei racconti della creazione e della caduta a seguito della colpa attraverso l’ottica mitica della fede filosofica.
[1] J.-P. Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, Einaudi, Torino 20144, p. 5, (corsivo mio).
[2] Cfr., J.-P. Vernant, Mito e pensiero presso i Greci. Studi di psicologia storica, Einaudi, Torino 20013, pp. 93-124.
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2020





