ONTOLOGIA QUALITATIVA E CONTINUITÀ -PARTE I
Estratto di A. de Donato, Eterogenesi del concetto. Variazioni su matematica e stile a partire da Gilles Deleuze, Orthotes, Napoli-Salerno 2026, pp. 128-135.
La matematica di Thom postulava una discontinuità qualitativa attraverso cui il reale continuo e indicibile emerge in quanto osservabile. In questo senso, la teoria delle catastrofi, ancorata ai principi biologici della morfogenesi, si configura come vera e propria fenomenologia, come emergenza di fenomeni. Eppure, il continuo è preservato in virtù di due elementi.
Il primo è, come detto, il fatto che tale teoria si riferisca ai processi di morfogenesi, a processualità dello sviluppo biologico degli enti, dunque di un’ontologia qualitativa e continua in cui il principio di individuazione è modulato in una individuazione continua – come visto a proposito di Simondon; ciò avviene non perché la morfogenesi connoti un piano superficialmente continuo dell’ontologia, tant’è vero che la sua ambizione primaria è lo studio dell’emergenza dei pattern come le macchie dei ghepardi o delle mucche,[1] bensì perché essa connota un piano radicalmente continuo, il fatto che nessun morfogene possa essere elevato a forma universale. Il secondo elemento è dato dal fatto che una discontinuità qualitativa, enunciata sulla base di una forma signanda, è essa stessa parte di un processo di sviluppo continuo del fenomeno manifestato. In altre parole, si pone una distinzione tra natura continua e epistemologia naturalmente discontinua. Eppure, tale discontinuità resta comunque qualitativa, dunque essa partecipa di una estensione continua della natura, includendo il logos discontinuo in una più ampia ontologia indeterminata continuamente in fieri. Questo aspetto di discontinuità, pur sempre creatrice e generativa, resta tuttavia nel perimetro di una caratterizzazione energetica: «la dinamica diventa così una dinamica subordinata a una meccanica delle forze».[2]
Ora, bisogna domandare se, e a quali condizioni, sia possibile una epistemologia puramente dinamica, una caratterizzazione dinamica del reale. Jean Petitot si propone, a tal proposito, di perseguire l’idea di una ontologia qualitativa:
Indico con il termine ontologia qualitativa l’insieme delle riflessioni che riguardano la questione di sapere se si può pensare, oppure no, la manifestazione sensibile dal lato oggettivo, in altre parole, se si può pensare, oppure no, una genesi fisica della fenomenalità stessa.[3]
Innanzitutto, è il caso di sciogliere i termini di questa definizione. Con oggettivo, Petitot intende «la struttura qualitativa del mondo sensibile»,[4] dunque precisamente quel piano di indagine anteriore all’emergenza fenomenologica delle discontinuità qualitative, delle catastrofi. Con ontologia, invece, bisogna intendere «il processo naturale della fenomenalizzazione stessa».[5] Pertanto, ci si propone di indagare le ragioni stesse della fenomenalizzazione, dell’emergenza, dunque il processo che porta la qualità a manifestarsi. Detto altrimenti, una caratterizzazione dinamica del reale matematico ha come ambizione la ricostruzione del processo e delle ragioni che hanno portato gli enti continui e emergere in quanto discontinuità qualitative. Si tratta del medesimo gesto teorico operato per la caratterizzazione dinamica in Deleuze: in ragione di cosa le eterogeneità differenziali si sono integrate in quanto tali? In ragione di cosa esse possono essere considerate delle eterogeneità virtuali?
Allo stesso modo, la domanda di Petitot è: in ragione di cosa le discontinuità qualitative sono emerse in quanto tali? In ragione di cosa esse possono essere considerate degli enti dinamici dicibili nella dimensione pre-logica di una epistemologia? Infine, se queste sono le domande che articolano ontologia ed epistemologia, in sede matematica bisognerà mostrare «come la morfodinamica possa essere concepita come la costituzione trascendentale dell’oggettività morfologica».[6] Nel lessico petitotiano, è bene specificarlo, il trascendentale è «procedura di costituzione dell’oggettività»;[7] ben lontano dall’essere scontato, la procedura trascendentale si rivela costituzione stessa dell’oggettivo, del continuo, dunque già da questa nozione preliminare si può riflettere su un primo scarto di Petitot da Thom.
Se la teoria delle catastrofi, nel suo manifestare le discontinuità qualitative, presupponeva che la qualità emergesse e che essa potesse inglobare nel qualitativo persino i modelli a essa riferiti, in Petitot la modellizzazione (trascendentale) è costituzione stessa della qualità, dell’oggettività, dunque lo sforzo della matematica sarebbe essa stessa una certa modalità del reale, e non solo il rilancio di un’oggettività emersa. In altre parole, se per Thom v’era una anteriorità ontologica del qualitativo sul quantitativo, secondo Petitot il qualitativo e il quantitativo convergono, sono simultanei, il quantitativo non è altro dal qualitativo.
Ed ecco il punto nevralgico dell’argomentazione: se il qualitativo può essere costituito da un quantitativo, dunque se il continuo può essere costruito (e non solo ricostruito) matematicamente senza ricorrere a una discretizzazione, vuol dire che bisogna dare ragione dell’emergenza stessa della discontinuità, della discrezione, del fatto che una scienza debba passare per una discontinuità. Questo problema genetico della discontinuità – ben diverso dal problema della genesi dei pattern – è il piano sul quale posizionare gli studi matematici di Petitot, che hanno introdotto la nozione di neurogeometria. Bisognerà indagare nel dettaglio come intendere tale nozione, e successivamente sarà utile confrontarsi con alcuni passaggi chiave del formalismo matematico, così da riflettere sulle loro implicazioni modali. Eppure, prima di entrare nel merito della questione matematica, occorre preliminarmente specificare due punti.
In primo luogo, bisogna comprendere cosa intenda Petitot con il termine dinamica, così da motivare l’idea di utilizzare la sua proposta nell’ambito di una caratterizzazione dinamica del reale matematico, instaurandone un contrappunto con le eterogeneità virtuali ricostruite in Deleuze. La dinamica si oppone alla meccanica e si distingue dalla cinematica (foronomia).[8] Se la cinematica si occupa della quantitatività dei corpi, e se la meccanica si preoccupa di ricalcare le relazioni tra tali corpi, la dinamica si occupa degli elementi fisici concepiti «come qualità».[9] La qualitatività si attesta sulla base di un «riempimento dello spazio»,[10] che non è semplicemente una disposizione estensiva di un corpo, e nemmeno una spazializzazione di enti immaginari à la Leibniz.[11] La dinamica, in verità, è «un processo dinamico ed energetico specifico dell’interiorità sostanziale della materia»,[12] e questa definizione appare assai problematica per la trattazione che qui si propone. Come è possibile che una dinamica sia energetica? Come è possibile che una trattazione matematica della sostanza – è questo che distingue in ultima istanza la dinamica dalla cinematica e dalla meccanica, che si occupano invece dei corpi – debba basarsi su un energetismo? La questione, in effetti, è sottile.
[1] A. Turing, Le basi chimiche della morfogenesi, Mimesis, Milano 2021.
[2] J. Petitot, Per un nuovo illuminismo, cit., p. 102.
[3] Ivi, p. 101.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ivi, p. 114.
[7] Ivi, p. 267.
[8] Su questa distinzione ha molto insistito, a partire dalla pagina kantiana, J. Vuillemin, Physique et métaphysique kantiennes, Puf, Paris 1987.
[9] J. Petitot, Per un nuovo illuminismo, cit., p. 274.
[10] Ibidem.
[11] «Per Leibniz lo spazio è immaginario. L’interiorità sostanziale, la sostanza-forma reale si trova fuori dallo spazio, sebbene si esprima in termini spaziali» (ibidem).
[12] Ibidem.
@ILLUS. by PATRICIA MCBEAL, 2026
ETEROGENESI DEL CONCETTO






